Counseling, Psicologia, Psicoterapia. Il diritto di esistere e le sue ragioni.

Counseling, Psicologia, Psicoterapia. Il diritto di esistere e le sue ragioni.

Scrivo le seguenti note per dare un contributo alla definizione di una migliore comprensione dei rapporti, di identità e differenza, tra Counseling, Psicologia e Psicoterapia.

La cosa continua ad essere particolarmente necessaria, non fosse altro perché, qui in Italia, sulla problematicità di tali rapporti, noi Counselor ci stiamo giocando, giuridicamente, il diritto di esistere e come.

Intorno alla fine dell’800, in America, alcuni professionisti denominati Counselor cominciano ad occuparsi, specificatamente, di orientamento scolastico e professionale.

La relazione Counselor-cliente, ben presto, viene denominata Counseling ed il Counselor allarga la propria sfera d’azione sia in ambito sociale, sia in ambito personale, proponendo il proprio agire come funzione di supporto-facilitazione, potenzialmente utile ogni qualvolta un individuo si ritrovi alle prese con difficoltà esistenziali varie.

Quindi il Counseling nasce come funzione di orientamento scolastico e si sviluppa, nei decenni successivi, come funzione di orientamento sociale e professionale, nonché come attività volta alla crescita personale.

In questo modo si pone tra tutte quelle attività che più in generale si interessano, e si sono interessate, da Socrate in avanti, all’individuazione del “che fare e come” per meglio orientarsi verso la risoluzione di ogni genere di difficoltà esistenziale, ordinaria e straordinaria.

Valorizzando ciò che di buono  la storia dell’umanità ha variamente proposto in materia di sostegno alle attività di educazione, insegnamento, crescita e sviluppo personale, il Counseling, sin dai suoi albori, si posiziona e sviluppa, in un contesto relazionale-interpersonale-interattivo, come attività segnata da capacità di comunicazione basate su competenze relazionali quali  l’ascolto attivo, l’accoglienza, l’osservazione non giudicante, il confronto critico non direttivo (“qualità” squisitamente umane, potenziali, a disposizione di chiunque voglia svilupparle!).

Sempre in America, in ambito psicoterapeutico, a partire dalla fine degli anni trenta, comincia a trovare spazio l’idea che in collegamento, o addirittura in contrasto, con la prassi costituitasi dei trattamenti medico-sanitari-psicologici vari, possa meglio funzionare il privilegiare la qualità della relazione psicoterapeuta-paziente.

Alla base di tale idea risiede una ri-valutazione della “malattia mentale” come “impasse-intoppo” dei naturali processi di crescita e sviluppo dei singoli individui.

Compito dello psicoterapeuta è quello di favorire, attraverso la relazione, il ripristino delle migliori condizioni per riattivare il processo di crescita interrotto.

La qualità della relazione interpersonale atta a produrre un tale risultato è esattamente quella che qui sopra è stata indicata come relazione di Counseling: “segnata da capacità di comunicazione basate su competenze relazionali quali  l’ascolto attivo, l’accoglienza, l’osservazione non giudicante, il confronto critico non direttivo”.

Il cortocircuito Counseling-Psicoterapia viene testimoniato dalla famosissima opera di Carl Rogers, “Counseling and Psychotherapy”, scritta nel 1942.

Da tale “cortocircuito” originano e si sviluppano varie tendenze:

  1. Per alcuni, il Counseling diventa un esclusivo “dominio psicologico”: una parte rilevante del mondo della psicologia considera il Counseling una propria creatura, della cui gestione rivendica l’uso esclusivo (come si possa pensare di potersi riservare l’uso esclusivo di un modo di relazionarsi mi risulta difficile da comprendere, ma tant’è!)
  2. Alcuni Psicologi si appropriano della paternità del Counseling, perché lo considerano una struttura di competenze relazionali ed un modo di gestire la relazione terapeutica scoperto e messo a punto da alcuni di loro.
  3. Il Counseling, escludendo la presa in carico della cura di una qualsivoglia forma di malattia, viene rilanciato come attività specifica, da utilizzarsi in chiave d’aiuto, in ogni frangente di vita, che presenti difficoltà di gestione varie.
  4. Viene riconosciuto, cioè, che tale attività se può produrre effetti terapeutici, ancor più può produrre valore in ogni ambito di vita personale e sociale;
  5. Il Counseling, quindi, ottiene una forte spinta come attività praticabile da personale non necessariamente medico o in possesso di laurea in Psicologia, ma debitamente formato.
  6. Il Counseling viene considerato e diventa, di fatto, per alcuni psicologi-terapeuti, non per tutti, un trattamento medico-sanitario specifico (per tale ragione, in Italia, alcuni di loro, ne rivendicano l’esclusiva)
  7. Più in generale, in ambito psicoterapeutico, si apre un confronto-scontro, non ancora sanato, tra i fautori della “relazione” e quelli del “trattamento”, come principale causa d’efficacia terapeutica.
  8. In ambito psicoterapeutico, l’accordo che sembra avere più chance di successo ruota intorno alla possibilità di riconoscere la valenza relazionale di ogni forma di “trattamento”. (sigh!)

Nel mondo Anglosassone, dove la professione di Psicoterapeuta non è giuridicamente confinata in ambito medico-sanitario, perché ne viene culturalmente riconosciuta la valenza di sostegno generale al vivere di ogni persona, il Counseling può svilupparsi pacificamente, sia come trattamento / relazione psicoterapeutica, sia come attività professionale specifica, di aiuto alle persone, relativamente all’individuazione ed alla realizzazione delle migliori scelte di vita utili al proprio benessere.

Rimane incerto, quindi, il confine tra Counseling e Psicoterapia, ma gli anglosassoni, forti del loro spirito pratico e del loro liberismo, se ne infischiano, risolvendo la questione con la semplice differenziazione dei percorsi formativi.

In Italia, invece, dove per stranezza legislativa la Psicoterapia è un affare esclusivo di medici e psicologi, il Counseling muove i suoi primi passi intorno al 1990.

Alcuni Psicoterapeuti propongono corsi di formazione in Counseling, aperti a tutti (o comunque con barriere d’accesso molto deboli).

Sono Psicoterapeuti che si riconoscono competenze di Counseling e ne riconoscono il valore anche in ambiti non medico-terapeutici.

Sono Psicoterapeuti che sposano una visione del Counseling (ed, in parte, anche il loro stesso agire psicoterapeutico) non come terapia medico-sanitaria, ma come attività socio-relazionale praticabile, in chiave d’aiuto, in ogni contesto di vita umana in cui le persone fanno fatica a stare e non sanno bene come gestire.

Sono Psicoterapeuti che non considerano tali contingenze come espressione di una qualche malattia o disturbo mentale che solo un medico-psicologo-psicoterapeuta può trattare.

Certo sono Psicoterapeuti!

La loro formazione è comunque intrisa e influenzata da tutte quelle ore passate a studiare casi clinici, ad imparare come si produce una diagnosi, come si pratica e somministra un trattamento terapeutico, a ricercare le cause del disturbo comportamentale e della malattia mentale e a curarla.

L’idea che una qualsivoglia difficoltà a far fronte ad una situazione problematica del vivere possa ricollegarsi a qualcosa di mal funzionante in un qualche meandro delle profondità psichiche è sempre in agguato!

E allora fanno fatica a non cercare di spingersi nel profondo, a non indagare la possibilità che una qualche trasformazione della personalità possa giovare ai loro clien… pazienti.

Hanno comunque l’indubbio valore di aver introdotto il Counseling in Italia, aprendone le porte all’affermazione come specifica attività professionale, distinta dalla Psicoterapia.

Ed è un indubbio valore perché è su questo tema che, politicamente e giuridicamente, si sta giocando in Italia la partita della legittimazione del Counseling come attività professionale specifica.

Insomma, qui in Italia, se noi Counselor non riusciamo a dimostrare d’essere e di fare altro, rispetto agli Psicologi-Psicoterapeuti, corriamo il rischio di essere messi fuorilegge, banditi!

(e questo farebbero bene a non dimenticarselo quegli Psicologi e Psicoterapeuti che si professano amici di noi Counselor! E che magari ci hanno formato!)

Certo non ci aiuta l’essere stati formati da Psicoterapeuti!

E non ci aiuta il loro continuare a dirci che facciamo esattamente quello che fanno loro!!!

Per fortuna la vita è grande!

Noi Counselor possiamo anche essere stati formati, in gran parte da Psicoterapeuti, ma non avendo la loro stessa, intera, formazione, essendo stati instradati ad un lavoro che non si occupa di malattia alcuna,  e lavorando con uno spirito non interessato ad alcuna individuazione diagnostica,  abbiamo valorizzato del Counseling i contenuti che lo caratterizzano, producendone declinazioni ed effetti diversi da quelli ordinariamente  messi in opera dagli Psicoterapeuti.

A conferma di questa affermazione pongo la seguente questione:

è ragionevole pensare che uno Psicoterapeuta, considerando le spinte emotive che lo hanno indirizzato verso la Psicoterapia, con i suoi trascorsi di formazione e le sue esperienze di lavoro clinico, sia completamente immune dall’influenzamento di quel pensiero strisciante che gli bisbiglia che una qualsivoglia difficoltà nel gestire una situazione problematica del vivere possa ricollegarsi a qualcosa di mal funzionante in un qualche meandro delle profondità psichiche!?

Veramente è pensabile che questo sia possibile e che solitamente non avvenga!?

Rivediamo, e ascoltiamo, la sommaria e sintetica rappresentazione sopra riportata: “tutte quelle ore passate a studiare casi clinici, ad imparare come si produce una diagnosi, come si pratica e somministra un trattamento terapeutico, a ricercare le cause del disturbo comportamentale e della malattia mentale e a curarla”.

Ma davvero non vogliamo tenere in considerazione la loro fatica a non cercare di spingersi nel profondo, a non indagare la possibilità che una qualche trasformazione della personalità possa giovare ai loro clien… pazienti!?

Bene. Un Counselor (che non faccia Counseling per gestire la frustrazione di non poter fare Psicoterapia!) è immune da queste dinamiche, ha altre provenienze esistenziali (personali e professionali); spesso si è occupato di formazione, insegnamento, marketing, organizzazione aziendale, arte, sport e professioni varie; durante la propria formazione in Counseling e nel mettersi a fare Counseling è rimasto ancorato, semplicemente, ai fondamenti del Counseling:

  • Accoglienza,
  • Ascolto attivo,
  • Osservazione non giudicante,
  • Confronto critico non direttivo,

in contesti scevri da ogni forma di psicopatologia, conclamata, immaginata, possibile!

Come si può pensare che questo non faccia una differenza!?

Che non produca differenti stili e toni e modi di fare Counseling, tra un Counselor ed uno Psicoterapeuta?

Che questa differenza di stili e toni e modi non rappresenti (anche quando il Counselor compie atti considerati “specifici” e propri dell’attività psicoterapeutica, anche quando il Counselor ricorre a conoscenze e saperi squisitamente psicologici) la specificità di chi fa Counseling, senza essere uno Psicoterapeuta!?

(e qui potremmo aprire un altro mondo di considerazioni critiche, sul senso e l’opportunità di considerare atti tipici dello Psicologo-Psicoterapeuta tutta una serie di contenuti semplicemente relazionali)

D’altronde, basterebbe osservare la riunione di un equipe di lavoro, italiana, composta da un Counselor, uno Psicoterapeuta, uno Psicologo, un Educatore, un Assistente Sociale, un Medico e far fare ad un occhio critico ed esperto il gioco di indovinare le singole identità professionali: NON NE SBAGLIEREBBE UNA!

Insomma, noi Counselor non dobbiamo risolvere la questione se funzioni meglio un “trattamento” o la “relazione”!

A noi è chiaro che tutto ciò che facciamo con i nostri clienti è un atto relazionale e ne ha la valenza ed è questo che aiuta i nostri clienti ad attraversare momenti difficili e produce crescita, miglioramento, cambiamento, sviluppo.

Ci concentriamo sulla relazione e la consideriamo il nostro unico dominio e di questo diventiamo degli specialisti.

Siamo “meccanici” delle relazioni interpersonali, non “Ingegneri”, e di questa veste vogliamo ammantarci.

In Italia siamo oramai molte migliaia. Molti con background culturali importanti e complessi.

Possiamo provvedere noi stessi alle nostre scuole, alla nostra formazione, ai nostri indirizzi.

Possiamo affrancarci dalla “dipendenza” dal mondo Psi… ci farà bene!

Farà bene al Counseling, aiutandolo a valorizzarne specificità e differenze dalle altre professioni, con le quali sarà poi più facile collaborare.

A sostegno di quanto qui trattato, voglio ancora presentare quattro argomentazioni, più o meno riepilogative, delle questioni aperte.

 Prima argomentazione.

L’interesse nei confronti del funzionamento della mente, delle dinamiche comportamentali ed emotive, NON nasce con l’avvento della Psicologia, né si esaurisce in essa.

La Psicologia non fa altro che proseguire, tessendone una nuova “veste” ma attingendovi a piene mani, un percorso di studi e attività umane più che millenarie, variamente sparse in tutto il globo terrestre.

La Psicologia nasce come Scienza, che studia il comportamento umano come funzione delle dinamiche mentali, includendo in esse quelle emotive.

Il suo interesse originario (e la sua pretesa) è quello di individuare le cause del comportamento umano, con lo scopo di poterlo governare, intervenendo su di esse.

Se si assume il comportamento umano come risposta a cause individuabili e si riconosce scientificamente una relazione certa tra certe cause e determinati effetti comportamentali, il sapere psicologico diventa una funzione di servizio, utile in tutte quelle attività che prevedono l’intervento sul comportamento altrui.

Il sapere psicologico è, infatti, usato in un’infinità di attività umane, dalla comunicazione pubblicitaria a quella politica, dall’insegnamento ad ogni attività educativa, al mondo del lavoro e dello sport, fino in ogni relazione interpersonale, variamente connotata.

Seconda argomentazione.

L’applicazione del sapere psicologico in ambito medico-sanitario è stato chiamato, ed è quello che ordinariamente ancora viene individuato come, Psicoterapia.

La Psicoterapia, come ogni attività medico-sanitaria, di cura di una qualche malattia, funziona come processo che parte da una indagine-analisi volta alla definizione di una diagnosi, si sviluppa in un trattamento curativo, si conclude con la guarigione (nei casi positivi!).

Negli anni 40 del secolo scorso, un movimento di Psicoterapeuti (capeggiato da Carl Rogers) si accorge che una certa struttura relazionale può ottenere effetti curativi, in molti casi migliori di qualsiasi altro “trattamento” (a riconferma che: “il fatto che l’acqua calda sia già stata scoperta, non impedisce a nessuno di riscoprirla! Valorizzandone gli usi”).

Tale struttura relazionale esclude il bisogno di diagnosi (anzi, lo vede come pernicioso), consiste in particolari capacità di ascolto e di comunicazione interpersonale (assolutamente alla portata di tutti gli esseri umani, debitamente formati), di tipo empatico.

Le “scoperte” di questo movimento psicologico, rilanciano il valore di tale struttura relazionale, oltre l’ambito medico-sanitario, promuovendone l’uso e lo sviluppo in tutte quelle attività umane che richiedono capacità di influenzamento interpersonale.

A questo punto gli Psicoterapeuti (quelli che accolgono il valore di quella tale struttura relazionale) hanno potenzialmente la possibilità di agire professionalmente, positivamente, anche in ambiti diversi da quello medico-sanitario, ma, concretamente, faticano a farlo (o proprio non ci pensano o provano!).

Terza argomentazione.

Tralasciando il collegamento col pensiero magico-religioso, nella propria storia, l’uomo ha sempre visto come miglior modo di affrontare le proprie difficoltà (NON CONSIDERANDO UNO STATO DI MALATTIA IL NON SAPERLO FARE!), quello di imparare a farlo, dedicandosi allo studio analitico-fenomenologico degli accadimenti significativi della propria esistenza, alla riflessione filosofica su di sé e sulla natura, alla sperimentazione del possibile, alla continua ricerca di nuove e migliorative soluzioni, anche socialmente organizzate.

Il Counseling si inserisce in questo processo storico!

Collocando i propri interessi e le proprie azioni, senza se e senza ma, nel campo della crescita e dello sviluppo umano; muovendosi fuori da registri curativi di qualsivoglia stato di malattia.

Quarta argomentazione.

Come quarta argomentazione, copio e incollo (con solo alcune correzioni di bozza), condividendolo a pieno, il contenuto di una mail inviata da Mauro Cecchetto (Counselor e segretario del CIPRA, Coordinamento Italiano Professionisti Relazione d’Aiuto) alla mailing list del CIPRA.

In questa mail, Mauro ci scrive che possiamo trovare una prima, importante, chiara traccia storica dell’esistenza del Counseling come professione specifica, nell’opera di uno famoso “Consigliere Scolastico” americano.

 Nel 1909, Frank Parsons scrive Choosing a Vocation”, ivi definendo gli aspetti che potremmo individuare caratterizzanti l’attività di Counseling, vista come specifica relazione tra un Counselor ed il suo cliente:

  1. Il lavoro sulla motivazione; la valorizzazione cioè della spinta “vocazionale”, vista come istanza mossa dalle migliori capacità e dai più forti entusiasmi, propri del cliente; per F. Parsons, il saper individuare e valorizzare la propria “vocazione” è considerato una delle questioni più rilevanti per i giovani e per le persone in generale, relativamente alla possibilità di aver successo nel lavoro e nella vita;
  2. L’importanza data al “processo” necessario per arrivare alla definizione e attuazione della miglior scelta possibile per il bene di chi la compie: conoscenza di sé, auto-indagine, auto-rivelazione, autoapprendimento, sviluppo delle capacità di adattamento;
  3. Il ruolo del Counselor, professionista facilitatore ed esperto del processo di cui sopra.

 Sempre Parsons, nel suo “Choosing and Vocation”, richiama la specificità della formazione di un Counselor e le caratteristiche personali necessarie per fare Counseling, dicendoci che:

 per la formazione di un Counselor, Il lavoro consiste in lezioni, ricerca, pratica con il metodo di laboratorio, rapporti dei risultati, conferenze, discussioni e prove speciali soggette alla critica del docente e dei membri circa le indicazioni ritenute appropriate per la soluzione del problema specifico presentato da ogni caso;

  1. per accedere al corso di formazione professionale un uomo deve avere:
  • carattere eccellente, capacità, buone maniere e cortesia,
  • almeno un diploma di scuola superiore o equivalente
  • una soddisfacente esperienza di due anni o più nell’insegnamento, nel business, nel lavoro sociale o equivalente
  • avere un’età minima di venticinque anni, a meno che, pur essendo più giovane, non abbia raggiunto un alto livello di maturità.
  1. Ancora Parsons ci parla delle caratteristiche di un Counselor formato:
  • essere assennato, avere un carattere e personalità che invitano al rispetto e alla fiducia e una buona cultura generale […]
  • avere una conoscenza pratica dei principi fondamentali e metodi della psicologia moderna
  • possedere un’esperienza che implichi sufficiente contatto umano, tale da fornirgli una conoscenza intima con un numero considerevole di diverse tipologie e fasi della natura umana
  • capire le motivazioni dominanti, gli interessi e le ambizioni che controllano la vita degli uomini
  • essere in grado di riconoscere i segnali che qualificano il carattere delle persone.
  • Essere capace di trattare con i giovani in modo empatico, sincero, curioso, schietto, collaborativo e attraente.
  • Avere un buon senso ed un’attitudine alla partecipazione, all’imparzialità e un genuino desiderio di essere “di servizio”;
  • sono altresì fattori essenziali tatto, comprensione intellettuale e una buona dose di creatività […]
  1. In Parsons troviamo anche i principi su cui basare la relazione counselor-cliente:
  • aiutare i giovani a scegliere la loro vocazione professionale partendo dal presupposto che sarebbe stato opportuno, ai fini dell’utilità e della permanenza dei risultati raggiunti, accompagnarli ad essere in grado di fare la “loro” scelta consapevole piuttosto che decidere per loro a quale professione sarebbe stato più opportuno, per ciascuno, orientarsi.
  • «è la persona, con la sua stessa osservazione, lettura ed esperienza, che deve far luce sulla questione».
  • «affrontare la questione con attenzione, nel rispetto di attitudini, abilità, ambizioni, risorse e limiti di ogni persona, creando le condizioni per cui, per la persona stessa, sia possibile comprendere chiaramente quali siano, per poi metterle in relazione con le condizioni di successo nei diversi settori lavorativi», attraverso una razionale e oggettiva valutazione delle correlazioni esistenti.

 In sintesi dal lavoro di Parsons emerge una definizione sintetica ma efficace del processo di aiuto counselor-cliente, che mantiene ancora oggi tutta la sua validità e coerenza:

“Il lavoro del counselor consiste nell’accompagnare la persona in un processo di auto-indagine e auto rivelazione che le consenta di operare le “sue” scelte consapevoli in questioni rilevanti per la propria vita, attraverso lo sviluppo delle capacità di adattamento e l’apprezzamento dei suoi punti di forza”.

È interessante anche ricordare il fatto che Parsons avesse l’abitudine di annotare ogni caso seguito, nell’idea che ciò potesse divenire “prezioso per gli altri”.

Eccone un esempio tratto da un caso: “I commenti del counselor furono molto schietti e forti, ma lui sorrise mentre parlava e suoi toni erano abbastanza gentili ed empatici, così che il giovane non sì sentì offeso o respinto, ma sembrava attratto e soddisfatto, nel complesso, dall’interesse sincero e gentile del counselor per il suo benessere”.

 Concludendo…

Il Counseling è “una particolare struttura di competenze relazionali” che, opportunamente agita, aiuta le persone a meglio affrontare qualsivoglia difficoltà del vivere.

Per questa ragione, aver padronanza di tale “particolare struttura di competenze relazionali” facilita la gestione di tutte le attività umane che si svolgono con il tramite di una relazione interpersonale; dall’insegnamento all’assistenza sociale; dal comando  a qualsivoglia specie di gestione di personale vario; dall’assistenza sanitaria alla psicoterapia.

Non è però una struttura di competenze relazionali che può essere appresa in forza di ordinarie esperienze di vita.

Necessita di uno specifico e adeguato percorso formativo.

La capacità di utilizzare tale struttura di competenze relazionali, oltre ad avere buon riscontro come capacità trasversale in mille attività professionali e non, può essere utilizzata, specializzandosi, come specifica attività professionale, agita da un particolare professionista chiamato Counselor.

Specializzarsi in Counseling, diventando un professionista Counselor, è funzione di specifiche peculiarità formative, nonché del farlo professionalmente, in modo organizzato e regolamentato.

Il Counselor è colui che fa Counseling professionalmente.

Il suo lavoro consiste nell’aiutare, facendo Counseling e non altro, i suoi clienti a meglio affrontare le loro difficoltà del vivere; con la limitazione di intervento in materia di cure sanitarie dirette (nel senso che un Counselor non si prende in carico l’onere di curare una malattia, ma può aiutare un proprio cliente ad affrontare il da farsi per meglio gestire tutte le difficoltà esistenziali collegate al curarsi da una malattia).

Compreso questo, possiamo affermare che la vera differenza tra il Counseling fatto da un Counselor e quello fatto da altri professionisti (compresi gli Psicologi e gli Psicoterapeuti) si inquadra nel fatto che il Counseling fatto da un Counselor è quello fatto da uno specialista del Counseling, che si dedica solo a quello, senza condizionamenti derivanti da altre istanze presenti nell’attività di altri professionisti.

Tali condizionamenti non possono non produrre differenze negli esiti relazionali tra professionista e cliente, che, in ultima istanza, sono ciò che qualificano il Counseling professionale.

Quindi, tutti quelli che hanno imparato a farlo possono fare Counseling, ma il farlo produce differenze a seconda di chi lo fa; differenze che non dipendono solo dalla personalità di chi lo fa, ma dal setting in cui il Counseling è fatto, dalla specifica formazione di chi lo fa e dalle sue intenzioni e dai suoi influenzamenti, personali e professionali.

Tale fatto rafforza l’opportunità dell’inquadramento di una specifica professionalità di Counseling (che in quanto tale potrà sempre meglio svilupparsi e migliorarsi), praticata da specifici professionisti Counselor.

Grazie per aver letto fino a qui.

Domenico Nigro.

Direttore didattico, Scuola IN Counseling Torino – Lo Specchio Magico.

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2 Comments

  1. Bello , chiaro ed esaustivo . Condivido in pieno e lo condividero’ su fb.
    Buon prosieguo futuro e buon lavoro.
    Abbiamo bisogno di persone, come te caro Domenico, che si impegnino a produrre idee e documenti divulgativi e scentifici/artistici, che valorizzino sempre più la figura professionale e la professione del counseling.
    Abbiamo bisogno di menti illuminate capaci di non ridurre il mistero e la grandezza della persona ad un ruolo, ad una teoria, ad una definizione, ad una DIAGNOSI.
    Come diceva Karl kraus ” Una delle malattie più diffuse è la diagnosi”
    Un abbraccio forte
    Vincenzo