Il Metodo Autobiografico

UN NUOVO METODO AUTOBIOGRAFICO, a cura di Domenico Nigro.Danza.4

È dai primi giorni di questo gennaio 2017 che ho cominciato a pensare alla possibilità di progettare un nuovo “Metodo Autobiografico”, di stampo gestaltico, da utilizzare con allievi e clienti vari, per offrire loro un efficace aiuto alla risoluzione/miglioramento delle loro più importanti problematiche esistenziali, private/personali e pubbliche/professionali.

È stata questa un’iniziativa mossa  da ricorrenti sollecitazioni, dirette ed indirette, ricevute dai miei allievi e dai miei clienti, che in vario modo, e da qualche tempo, mi prospettavano l’utilità di organizzare, per e con loro, sessioni di “lavoro autobiografico” in grado di muoversi fuori da labirinti psicoanalitici/terapeutici e capaci di dare, in tempi brevi, reale e concreta soddisfazione ai loro bisogni di cambiamento/miglioramento esistenziale.

Ho cominciato quasi per gioco, mettendo insieme le mie esperienze di studio e di lavoro, sia in ambito di ricerca storico-sociale, sia in quello professionale, di formatore/consulente (Marketing & Comunicazione), di Life & Business Coaching e di Professional & Trainer Counselor.

Il tutto si è delineato all’improvviso, velocemente.

Ho intuito e “visto” i collegamenti di lavoro possibili tra:

– un particolare utilizzo dei “registri autobiografici” della “Crisi dell’Esistenza” (concetto mutuato dagli studi di antropologia culturale) e dell’ “Autorappresentazione” (come tipica unità narrativa autobiografica);

– e l’attivazione di specifiche funzioni proprie dei gruppi di lavoro (terapeutici o meno) gestaltici, che a loro volta molto devono agli insegnamenti rogersiani, in materia di gestione dei feedback.

In meno di tre mesi, ho messo a punto la progettazione di questo mio nuovo “Metodo Autobiografico”.

L’ho potuto fare perché si è trattato “solo” di rielaborare creativamente esperienze e saperi formatisi nel corso di una vita intera – lunga 58 anni!

Nella Suola IN Counseling Lo Specchio Magico di Torino, che ho il grande piacere di dirigere, abbiamo sperimentato varie applicazioni di questo “Metodo Autobiografico”.

Lavorando su 7 reali casi autobiografici sono arrivato alla stesura definitiva di un testo in grado di presentare, in modo sufficientemente buono, il corpo intero di questo mio metodo autobiografico.

Questo testo diventerà un libro e potrà essere acquistato in libreria  e letto da tutti.

E’ un lavoro che mi piace molto anche perché esce dall’asfissiante giogo di parlare del e di Counseling, volendolo definire, spiegare, difendere.

Questa volta il Counseling, in una sua declinazione, è “semplicemente” messo in scena, affinché tutti possano apprezzarne il valore.

Allo stato attuale, mi sto muovendo per organizzare la pubblicazione di questo mio testo, che consiste di due parti.

La prima è la galleria dei casi trattati; presentati nella loro esecuzione-lavorazione.

La seconda è la presentazione dello sfondo di esperienze di studio, di lavoro e di vita, che mi hanno permesso di progettare e realizzare questo mio nuovo “Metodo Autobiografico”.

Il tutto sarà (spero) in libreria entro la prossima primavera.

Voglio qui anticiparne una parte: l’ultimo capitolo, di note auto-bio-biblio-grafiche, della seconda parte del libro; così, Tu che leggi, potrai cominciare a farti un’idea, se non dell’intera opera, delle basi teorico-culturali sulle quali poggia.

NOTE AUTO-BIO-BLIO-GRAFICHE E METODOLOGICHE.

Quando, durante la mia formazione in Gestalt Counseling (all’IBTG di Torino, 2007-2009), mi sono ritrovato a leggere le parole di Isadore From e Michael Vincent Miller a conclusione della loro Introduzione al libro di F. Perls – R.F. Hefferline – P. Goodman, “TEORIA E PRATICA della TERAPIA della GESTALT. Vitalità e accrescimento nella personalità umana” (Astrolabio 1997), le ho subito così rielaborate:

  • “La storia dell’umanità, come quella di ogni singolo individuo, non può basarsi su alcun modello, scientifico o meno, perché risulta sempre dalle azioni che l’uomo compie.

Ora: poiché le azioni umane non rappresentano un effetto, ma una risposta possibile alle sfide della vita; poiché le risposte dei singoli sono variabili; allora: la storia dell’umanità, come quella di ogni singolo individuo, è assolutamente imprevedibile”.

Ritrovare queste parole è stato per me un colpo al cuore e un tuffo nel passato; un ritorno ai tempi (la metà degli anni 1980) in cui lavoravo alla mia tesi di laurea, seguendo un progetto di “Metodologia della Ricerca Storica”, organizzato intorno alla valorizzazione della “Soggettività” nella ricerca storiografica.

Ora, dopo più di 20 anni dalla mia laurea, scoprivo che, a fondamento della visione Gestaltica della vita umana, risiedeva il riconoscimento della possibilità di ciascun individuo di incidere non solo nella determinazione del proprio destino, addirittura in quella della storia dell’umanità.

Esattamente la stessa idea che sosteneva l’importanza della soggettività nell’indagine storiografica, con la quale mi ero misurato in occasione della mia tesi di laurea.

Una tale visione, in ambito storiografico, emergeva principalmente dalla storiografia francese degli “Annales d’histoire économique et sociale, rivista fondata nel 1929 dagli storici Marc Bloch e Lucien Febre; rivista che coagulò una cerchia di brillantissime menti storiografiche (Henri Pirenne, Jacques Le Goff, Fernand Braudel, in primis).

Scoprii in seguito quanto, la Gestalt valorizzasse, mi verrebbe da dire: “a propria insaputa”, la “Soggettività”.

Il tutto in forza della propria visione olistica (mutuata da tradizioni culturali orientali) e fenomenologica dell’esistenza, dei propri collegamenti con la “Teoria del campo” di Kurt Lewin e con le spinte emotive-ideali-culturali di chiara derivazione filosofico-esistenzialista, che tanto la caratterizzavano (e qui, in generale, poiché i testi su tali “materie” si sprecano, lascio a chi legge il compito di ricercarsi proprie letture ad hoc, tranne segnalarne tre, che a me, su tali temi, hanno dato proprio tanto:

  • Fritjof Capra, “La rete della vita”, Rizzoli, 2001
  • Mark Epstein, “Pensieri senza un pensatore. La psicoterapia e la meditazione buddhista”, Ubaldini Editore, Roma, 1996
  • Paolo Quattrini, “Fenomenologia dell’esperienza”, Zephyro Edizioni, Milano, 2007).

La storiografia alla quale mi riferivo, invece, derivava l’importanza della “Soggettività”, nella determinazione dei destini individuali e collettivi, da quanto apprendeva, in materia di comportamento umano, principalmente dagli studi di carattere socio-antropologico e psicologico.

Tali studi rilevavano sempre più quanto le dimensioni socioeconomica, relazionale, culturale, simbolica, ideale , spirituale, affettiva, dell’esistenza umana determinassero un campo di influenza fondamentale sugli esiti  del comportamento umano e, contestualmente, quanto questo campo di influenza agisse differentemente in funzione delle risposte date dai singoli, nonché quanto questo campo di influenza  presentasse esiti diversi, pur in contesti storici, sociali, geografici, sostanzialmente simili.

Ricordo il fascino particolare, personalmente subito, di alcune letture:

  • Febre, “Come ricostruire la vita affettiva di un tempo” e “Storia e Psicologia” Einaudi, Torino, 1976;
  • I. Thomas e F. Znaniecki, “Il Contadino Polacco in Europa e in America”, Comunità, Milano, 1978 (forse i primi a parlare esplicitamente dell’importanza della soggettività nella comprensione di una realtà sociale e di quanto una soggettività potesse essere meglio analizzata nei momenti cruciali di scelte fondamentali dell’esistenza individuale);
  • Blumer, “la società come interazione simbolica”, in M. Ciacci (a cura di), “Interazionismo simbolico”, il Mulino, Bologna, 1983;
  • Ernesto De martino, “La fine del Mondo” (Einaudi, Torino, 1977), “Naturalismo e storicismo nell’etnologia” (Laterza, Bari, 1941) e “Sud e Magia”, (Milano, Feltrinelli, 1959); autore unico nel saper rappresentare la relazione << “necessità storica” / accadimenti individuali >>, affrancando il divenire storico dall’inconsistenza di quella visione che lo presenta come un “di fuori”, che procede in modo indipendente dagli individui concreti, dalle loro opere e dalle loro idee, dal loro divenire rappresentazioni collettive in grado di orientare l’intera storia dell’umanità;
  • Sul rapporto individuo-gruppo come condizione necessaria per la produzione di idee, immaginazioni e rappresentazioni/interpretazioni della realtà, materiale e spirituale, individuale e collettiva, tra tutte e sopratutte, straordinaria per me è stata la lettura di Durkeim, “Le forme elementari della vita religiosa”, Comunità, Milano, 1963;
  • E che dire degli antropologi!? Voglio dire che a loro, principalmente, dobbiamo la scoperta di quanto l’ambito soggettivo dell’esistenza non solo raccolga contraddizioni d’ordine generale, ma possa produrre istanze in grado di riflettersi su scala allargata; fra i tanti, insieme a De Martino, gli antropologi che più ho frequentato sono stati Malinowski (“Baloma. Gli spiriti dei morti nelle isole Trobriand”, in “Magia, scienza e religione”, Newton Compton, Roma, 1976), Arnold Van Gennep (“I riti di passaggio”, Universale Scientifica Boringhieri, Torino, 1981) e Margaret Mead (“Maschio e Femmina”, il Saggiatore, Milano, 1962).

L’importanza assegnata alla “Soggettività” rilevava come le dimensioni socioeconomica, relazionale, culturale, simbolica, ideale , spirituale, affettiva, dell’esistenza umana, incontrava l’esperienza individuale in ordine ai suoi  aspetti specifici; in particolare, di appartenenza di genere sessuale (fondamentale la lettura della Mead, sopra citata) e di ciclo di vita.

Qui le letture più significative, per me sono state:

  • Keith e D. Kertzer (a cura di) “Age and Anthropological Theory”, Cornell University Press, 1984 (in particolare: C.M. Beall, “Theoretical Dimensions of a focus on Age in Physical Anthropology”);
  • i saggi di Karl Mannheim, “Il problema delle generazioni”, di Daniel Levinson, “La struttura della vita individuale” e di Michael Anderson, “L’emergere del ciclo di vita moderno in Inghilterra”, tratti dall’antologia sociologica curata da Chiara Saraceno, “Età e corso di vita”, Il Mulino, Bologna, 1986,

Sul valore dell’età come indicatore di almeno tre gradi di dimensioni temporali (il tempo della vita individuale, il tempo storico, il tempo sociale) e sui nessi tra ciascuna di tali dimensioni, i cicli di vita individuali e l’appartenenza a gruppi di individui portatori di una caratteristica comune, letture fondamentali sono state, per me:

  • H.Jr. Elder, “Age differentiation and life course”, in “Annual Review of Sociology”, 1, 1975;
  • M. Beall, “Theoretical dimension of a focus on age in phisichal anthropology”,
  • Fortes, “Age, generation and social structure”,

questi ultimi due, in D. Kertzer e J. Keith (a cura di), “Age and anthropological theory”, Ithaca, New York, Cornell University Press, 1984.

Insomma, ce n’era quanto bastava per sostenere il valore della “Soggettività” nel divenire storico della vicenda umana.

L’utilizzo dell’autobiografia si presentava come lo strumento possibile in grado di permettere ad un’indagine storiografica di rendere evidente il ruolo e la funzione della “Soggettività”, come istanza e molla dei processi di sviluppo storico-sociali.

All’uso dell’autobiografia, come possibile metodologia della ricerca storica, sono stato iniziato da Luisa Passerini, eminente docente dell’Università di Torino, dalla seconda metà degli anni 1970.

Pur avendo appreso i suoi saperi in “presa diretta”, mi sembra doveroso citare i suoi scritti, di quegli anni:

  • 1978, (a cura di) “Storia orale, vita quotidiana e cultura materiale delle classi subalterne”, Rosemberg & Sellier, Torino
  • 1984, “Torino operaia e fascismo”, Laterza, Bari
  • 1988, “Autoritratto di gruppo”. Giunti barbera, Firenze.
  • 1988, “Storia e soggettività. Le fonti orali, la memoria”, La Nuova Italia, Firenze.
  • 1988, “Ferite della memoria. Immaginario e ideologia in una storia recente”, in Rivista di Storia Contemporanea, fasc. 2

Luisa Passerini derivava l’uso dell’autobiografia dall’attenzione dedicata alle fonti orali in tutti quei filoni di ricerche storico-sociali e antropologiche volte ad aggiungere valore alla storia della cultura umana, dei suoi miti e delle sue idealità e dei rapporti intessuti tra questi e le vite ordinarie degli individui.

Tra le fonti orali, l’autobiografia spiccava come particolare rivelatrice di fenomeni culturali, di atteggiamenti mentali e comportamentali.

La narrazione autobiografica metteva in luce interpretazioni di sé e del mondo, atteggiamenti mentali, appartenenze ideali e credenze collettive.

Per il proprio carattere di interpretazione soggettiva, l’autobiografia richiamava la necessità di comparazione con altre fonti e con ricerche di natura antropologica, sociologica e psicologica.

Questo rimandava alla possibilità di usare il racconto autobiografico non tanto per la ricostruzione di eventi, quanto come evento esso stesso, da cui dedurre la soggettività del narratore nei confronti degli eventi narrati, permettendo di rilevarne, per un verso, gli elementi di immaginario, di coinvolgimento emotivo-affettivo, di identificazione culturale, per un altro, mettendo in luce l’importanza delle scelte comportamentali individuali nei momenti cruciali dell’esistenza, quelli di crisi personale (le “crisi dell’esistenza” dalle quali partiamo, con le applicazioni di questo nostro metodo autobiografico).

L’analisi dei racconti autobiografici rivelava, pressoché immancabilmente, il loro essere opera di ricostruzione e interpretazione di vissuti, che diventavano esperienza in forza della loro “dotazione di senso”.

Veniva così rivisitato quanto J. Hillman, presentava nelle sue “Storie che curano” (Raffaello Cortina, Milano 1984).

Hillman, da bravo psicoanalista, era interessato alla ricerca dei “modelli di necessità” che governano l’immaginazione; vedeva nella comune “base poetica della mente” terapeuta-paziente, il terreno di collaborazione sul quale agire per ricostruire, anche reinventandolo, il vissuto dell’analizzato, organizzandolo in una nuova storia di vita, accettabile!

Quello che proponeva, rispecchiava quanto semiologi e studiosi delle strutture narrative rilevano delle stesse, e cioè il loro essere “ricostruzioni di senso all’interno di cosmi immaginali”.

L’intenzione di Hillman era quella di lavorare alla ristrutturazione di tali “cosmi immaginali”, lavorando sui collegati costrutti narrativi riportati dai suoi pazienti.

Nel caso dell’utilizzo dell’autobiografia in chiave storiografica, ci si “accontentava”, invece, di  rilevare tali “cosmi immaginali” per vederne l’utilizzo che i singoli ne riproducevano, innanzitutto nei loro racconti autobiografici, oltre che nelle loro stesse vite.

L’utilizzo più ricorrente, in evidenza nelle autobiografie, era quello di riproporre, invariabilmente, un modello di narrazione sorretto da una particolare “impalcatura”: l’ “Autorappresentazione”.

Insomma:

  • “Autorappresentazione” come struttura della narrazione autobiografica, da un lato,
  • e, da un altro e nella stessa narrazione autobiografica, i vari momenti cruciali dell’esistenza (alias “crisi dell’esistenza”), come luoghi di particolare evidenza del valore della “Soggettività”,

ecco da dove il presente “Metodo Autobiografico” trae due dei suoi “fuochi” principali di lavoro!

Ma è il mettere questi due “fuochi” in relazione con:

  1. quanto ci ha insegnato Carl Rogers, in materia di gestione dei feedback in un gruppo di lavoro,
  2. quanto ci ha fatto vedere la Gestalt Theraphy, in materia di rimessa in atto simbolica di un’esperienza,

a qualificare il presente “Metodo Autobiografico”.

Se Hillman ed altri eminenti psicoanalisti (tra tutti: J. Lacan, vedi: A. Rifflet-Lemaire, “Introduzione a Jacques Lacan”, Astrolabio, Roma, 1972), se semiologi (vedi: G.P. Caprettini, “Aspetti della Semiotica”, Einaudi, Torino, 1980) e studiosi vari degli usi linguistici (vedi: E.M. Forster, “Aspetti del romanzo”, il saggiatore, Milano, 1963 e E.A. Chartier, “Sistema delle Arti”, Muggiani, Milano, 1947), se pedagogisti (vedi: Demetrio Duccio, con tutti i suoi scritti sul suo metodo autobiografico) e critici letterari vari, si addentrano in mille analisi possibili della struttura narrativa, puntando sulla “semplice”, per quanto poetica, ricostruzione di senso ottenibile dalle possibili ricostruzioni narrative-autobiografiche, come leva di miglioramento di una storia di vita, reale; noi proponiamo un particolare utilizzo dei due parametri della “crisi dell’esistenza” e dell’ “auto rappresentazione” come “start up” per lavori di condivisione e rimessa in atto simbolica di gruppo, in grado di “ri-creare” esperienze dalle quali ricostruire racconti autobiografici, che non avranno più il valore di sostenere un cambiamento-miglioramento (come in altri metodi autobiografici), ma che saranno essi stessi espressione di cambiamento-miglioramento!

Ricapitolando, arrivo al presente metodo autobiografico:

  • riprendendo una tradizione di studi storico-sociali organizzati intorno all’uso delle fonti orali di natura autobiografica;
  • imparando dall’analisi delle autobiografie, e dagli studi sull’autobiografia, cosa un’autobiografia può mettere in luce (e, rispetto a questo punto, non posso non dichiarare la preziosità di due testi fondamentali:
    • Hillman, “Il codice dell’anima”, Adelphi, Milano, 1977
    • G. Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”, BUR, Milano, 1978);
  • scoprendo un nuovo utilizzo della narrazione autobiografica, in collegamento con la mia esperienza di Formazione in Gestalt Counseling, prima, di Counselor e formatore di counselor, dopo.

Ora, ritorniamo là dove abbiamo iniziato questo capitolo di “note auto-bio-biblio-grafiche e metodologiche”.

Ripartiamo dal libro di Perls, Hefferline e Goodman (Teoria e pratica della terapia della gestalt… op. cit.) e, insieme a questo, dalla mia formazione in Gestalt Counseling e da quanto da questa ho saputo sviluppare, facendo counseling professionalmente e gestendo, in proprio, la mia Scuola IN Counseling – Lo Specchio Magico Torino.

Ciò che di più importante ho imparato è stato:

  • il valore sociale delle emozioni e la loro importanza, relativamente alle possibilità di crescita personale che ci giochiamo nella nostra esistenza (su questo tema, due letture sono state per me di particolare sostegno: Candace B. Pert, “Molecole di emozioni”, Corbaccio, Milano, 2000 e Eugenio Borgna, L’arcipelago delle emozioni”, Feltrinelli, Milano, 2001);
  • il valore delle interazioni di gruppo in ambito formativo;
  • il valore dell’esperienza nei processi di crescita;
  • quale struttura vitale rende un’esperienza capace di produrre crescita, miglioramento, sviluppo
  • la possibilità di riprodurre “in laboratorio” esperienze di crescita in grado di migliorare le condizioni di esistenza delle persone.

Riparto dal libro di Perls, Hefferline e Goodman, perché è lì che ho trovato l’esposizione più completa ed esplicativa della quantità e qualità di esercitazioni esperienziali praticabili per rilanciare i processi di crescita personale che ciascuno di noi ha, in qualche proprio modo, interrotto/sospeso.

Insieme a questo libro, gli altri di Perls sono stati fondamentali:

  • “L’approccio della Gestalt”, Astrolabio, Roma 1977
  • “La terapia gestaltica parola per parola”, Astrolabio, Roma 1980 (lettura fondamentale perché qui, nel far vedere come lavorava sui sogni, Perls ci insegna, più in generale, come lavorare sulla rimessa in atto simbolica e sulla drammatizzazione relazionale delle diverse parti che ci costituiscono e dei diversi elementi in scena nelle nostre esperienze, quelle non ancora concluse positivamente!)
  • “L’io, la fame, l’aggressività”, Franco Angeli, Milano 1995
  • “Qui e ora. Psicoterapia autobiografica”, Sovera, Roma 1991

 Ma la lettura e lo studio di tutti questi libri a nulla sarebbe valsa se i contenuti ivi trattati non fossero stati personalmente sperimentati, come partecipante a vari gruppi/weekend di formazione IN Counseling, sia nella veste di “allievo”, sia in quella di “trainer” (per una quantità abbondantemente superiore alle 100 unità).

Da questa esperienza ho tratto il miglior insegnamento circa il valore sociale delle emozioni e circa il cosa farsene di tale valore, sia in ordine alla gestione di un piano formativo IN Counseling (o simili), sia in materia di organizzazione/gestione di percorsi di crescita orientati alla crescita personale e/o alla gestione/risoluzione di difficoltà esistenziali varie.

Ho potuto sperimentare gli insegnamenti di Rogers, circa la valenza e l’efficacia di un’interattività di gruppo gestita attraverso la condivisione di “feedback” dalle seguenti caratteristiche:

  • centrati sul sentire e sull’osservazione non giudicante;
  • specifici e contestualizzati, nel “qui e ora” dell’esperienza in essere (cioè: si sta con “quello che c’è”, non con altro e non certo con interpretazioni, giudizi, generalizzazioni).

“Feedback” condivisi con un atteggiamento di:

  • riconoscimento e condivisione del fatto che quanto visto dell’altro e sentito in relazione a quanto portato dall’altro è innanzitutto “cosa propria”;
  • accettazione sia dell’accoglienza, sia del mancato riconoscimento del proprio feedback;
  • predisposizione positiva, di accoglienza dei feedback ricevuti.

Fondamentale per la gestione e partecipazione alla gestione di tali feedback, sono le capacità di ascolto di ogni parte componente il gruppo, “condotti e conduttori”!!!

L’ascolto al quale qui facciamo riferimento è quello di cui ci parla, per primo, Carl Rogers.

Un ascolto empatico, reso possibile da una più che buona e sviluppata consapevolezza ed intelligenza emotiva.

Un “ascolto” che è tutt’uno con il “sentire” di cui ci parla Lowen, quando ci dice: “sentire è percepire il proprio corpo” ( di A. Lowen, come non citare le seguenti letture?: “Il narcisismo”, Feltrinelli, Milano 1985; “Il linguaggio del corpo”, Feltrinelli, Milano 1978; “Il tradimento del corpo”, Edizioni Mediterranee, Roma 1967; “La depressione e il corpo”, Astrolabio, Roma 1980; “La voce del corpo”, Astrolabio, Roma 2009).

L’influenza di campo e nel campo di un tale ascolto, in grado di sostenere effetti catartici, insight e sviluppi vari di consapevolezza, è assolutamente corrispondente all’azione del gruppo, al suo “esser-ci”!

Quella della valorizzazione del gruppo di formazione, del suo ruolo e della sua funzione, sono dinamiche riprese dall’insegnamento Rogersiano e Gestaltico e, pari pari, riportate in questo nostro “Metodo Autobiografico”, che non funzionerebbe senza una attivazione e gestione, ad hoc, del gruppo di partecipanti.

Il gruppo assolve, usando una metafora gestaltica, in questo metodo autobiografico non solo la funzione dello “sfondo”, che rende possibile la formazione della “figura”: il bisogno di crescita da soddisfare; il gruppo gioca il ruolo dell’ “ambiente”, dell’ “altro”; vale a dire ciò che il singolo contatta nel divenire/fluire delle sue nuove esperienze, che questa volta saranno di crescita, miglioramento, sviluppo, perché il gruppo faciliterà dinamiche relazionali/energetiche di buon contatto, “conditio sine qua non” per la soddisfazione di ogni bisogno, di apprendimento, di valorizzazione delle proprie potenzialità, di crescita, di maturazione.

Circa gli insegnamenti “Rogersiani”, da me appresi, come non citare la lettura di Carl Rogers: “La terapia centrata sul cliente”, Edizioni Psycho, 2000 ?

E che dire della raccolta dei suoi più significativi scritti “The Carl Rogers Reader”, curata da Howard Kirscenbaum & Valerie Land Henderson, ed edita da Houghton Mifflin Company, Boston-New York 1989?

Ma ogni mio “apprendimento” teorico nulla sarebbe stato fuori dalla dimensione esperienziale in cui è avvenuto; cioè se non ne avessi potuto fare un’esperienza pratica, in tutte le situazioni di formazione di gruppo, gestaltici, da me partecipate.

Quindi, sul ruolo e sul funzionamento del gruppo, sulla gestione dei feedback e sulla messa in atto simbolica, il presente “Metodo Autobiografico” poggia una parte importante della propria specificità.

Di tali aspetti, la letteratura gestaltica-rogersiana qui sopra citata rappresenta senz’altro una significativa base di riferimento teorico-concettuale.

Ma una piena comprensione del presente “Metodo Autobiografico”, sarà possibile solo partecipando ai laboratori che, sullo stesso e come Scuola IN Counseling dello Specchio Magico di Torino, abbiamo e continueremo ad avere in programma.

In ultimo, concludo questo capitolo con un’importantissima precisazione.

Alla base del buon funzionamento del presente “Metodo Autobiografico” risiede la capacità di chi lo sperimenta di far leva su modalità di comportamento e di pensiero assolutamente responsabili.

Sia al conduttore autobiografico, sia a tutti gli altri, è richiesta la migliore “presenza possibile”.

Una presenza caratterizzata dalla massima assunzione di responsabilità possibile circa l’esser-ci nel gruppo, partecipando alle attività volitivamente  e con chiara coscienza dell’importanza del proprio impegno personale, responsabile.

Per questo motivo, sposiamo appieno, nel partecipare ai nostri laboratori di formazione, le indicazioni metodologiche gestaltiche di:

  • usare il discorso diretto (io – tu / io – voi) in ogni comunicazione interpersonale, nel gruppo;
  • parlare e inscenare ogni esercitazione sempre nel tempo presente (con uso linguistico del “tempo presente”);
  • parlare di se stessi alla prima e non alla terza persona.

Insomma, riprendendo, rielaborando e parafrasando Perls, Hefferline e Goodman (op. cit. pag. 488): <<vogliamo fare un passo avanti; vogliamo liberare ed estendere le abitudini dell’ ‘Io’, trasformare la sua struttura fissa in un sistema di processi mobili, che ci consenta di vivere come nostre le istanze dell’ ‘Es’ (NOI QUI AGGIUNGIAMO: LE ISTANZE DELLA SOGGETTIVITA’), di sfruttarle creativamente, come fanno i bambini nei loro giochi>>.

Un buon modo è quello della critica del linguaggio.

Proponiamo a mo’ di esempio alcune, possibili, esercitazioni.

Prestiamo attenzione alla formulazione delle nostre frasi:

  • ri-coniugando  in prima persona  tutte quelle composte in terza persona o in modo impersonale: “si dice che…”  versus  “io dico che…”;
  • ri-coniugando nella forma attiva tutte quelle frasi  formulate in forma passiva:

“mi viene in mente”  versus  “sto pensando”;

  • sostituendo, nel nostro parlare/pensare tutte le coniugazioni del verbo “dovere” con quelle del verbo “volere”
  • ponendoci come soggetto laddove ci presentiamo come oggetto: “mi hanno dato un sacco di schiaffi” versus “ho preso un sacco di schiaffi”
  • esaminando dettagliatamente il contenuto delle espressioni con cui parliamo di noi stessi, preferendo coniugazioni in prima persona ed immaginandone la concretizzazione (es: “Un pensiero mi ha colpito”; dove? come? con cosa?);
  • esaminando le valenze simbolico/semantiche (chi/cosa avrei voluto colpire?) di quanto diciamo; es: “Mi duole il cuore”, sto forse desiderando qualcosa che non sto ottenendo? E se dico: “ho mal di testa”, forse ho fatto il pieno con i miei pensieri?
  • traducendo le espressioni altrui nello stesso modo, per meglio intuirne le modalità relazionali.

04Così, riprendendo il testo di Perls, Hefferline e Goodman, “col tempo impareremo a comprendere che, similmente a quanto accade nell’arte, nonostante il contenuto dei discorsi abbia un’importanza fondamentale, sono la struttura, la sintassi e lo stile a fare la differenza nel rivelarne valori e caratteristiche. Una sintassi adeguata sviluppa la consapevolezza”

Soprattutto se agita intenzionalmente e a sostegno di tutte le nostre possibili funzioni di contatto, su tutti e tre i registri della nostra esistenza, che ricordiamo essere quelli:

  • della percezione sensoriale (là dove hanno casa le emozioni),
  • dell’azione ,
  • e del pensiero.

Che sono i registri dell’esistenza che ci ripromettiamo di tenere sempre il più possibile attivi nel corso delle nostre applicazioni del presente “Metodo Autobiografico”; consapevoli del fatto che è la fluida e coerente relazione tra azioni, sensazioni, pensieri, emozioni, immaginazioni ad aprire nuove possibilità di soddisfazione di ogni nostro bisogno, nuove possibilità di stare nelle infinite situazioni della nostra vita, vivendole al meglio, quando non felici e contenti!

Ad maiora!

Domenico Nigro.

CONTATTAMI: domeniconigro@libero.it                tel: 3476984268

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