Il Counseling: l’arte dello Yogging, l’integrazione del “Sentire”, del “Pensare”, dell’ “Agire”.

Il Counseling è un particolare modo di prendersi cura delle persone, nei loro momenti di difficoltà esistenziali, per aiutarle a superarle o, almeno, a gestirle meglio.

La formazione IN Counseling è un’esperienza di scoperta e apprendimento di come poter aiutare il prossimo (dopo averlo imparato in proprio) a meglio integrare emozioni, pensieri e comportamenti, per meglio affrontare lo stato di difficoltà esistenziali in cui capita di ritrovarsi.

Confondere il Counseling con una qualche forma di attività propria di psicologi e/o psicoterapeuti è una tendenza alimentata dal non essere ancora riusciti, noi counselor, a rendere chiaro, intellegibile ed inequivocabile cos’è il Counseling e cosa lo caratterizza.

Il prendersi cura delle persone non potrà mai essere un’esclusiva di psicologi e psicoterapeuti, è un’attività che il genere umano ha sempre praticato e continuerà a praticare in mille modi diversi (dalle cure materne ad ogni forma di cura socio-relazionale storicamente determinatasi).

Il particolare modo di prendersi cura delle persone, che caratterizza il Counseling, è identificato:

  1. Dal tipo di cura richiesta da chi si rivolge al Counseling
  2. dalle intenzioni di chi fa Counseling
  3. dagli elementi problematici sui quali il Counseling interviene
  4. dall’operato del Counselor
  5. dai risultati conseguibili facendo Counseling
  6. dal particolare e specifico percorso di formazione IN Counseling

1) Il tipo di cura richiesta

Chi si rivolge al Counseling è alla ricerca di un professionista in grado di aiutarlo a superare una qualche piccola o grande difficoltà/crisi della propria esistenza, in qualunque ambito questa si evidenzi, dal mondo degli affetti a quello dello studio, dello sport, del lavoro e d’ogni altro genere.

Chi si rivolge al Counseling non sta cercando qualcuno che gli curi una qualsivoglia malattia o disturbo psichico (per questo ci sono professioni specifiche); l’unico intervento di Counseling possibile nei confronti di chi soffre di un qualunque stato di malattia, o di disturbo psichico, è quello di aiutarlo a convivere col proprio stato di malattia/disturbo psichico, gestendolo in modo migliore e più efficace.

2) Le intenzioni di chi fa Counseling.

Il modo in cui noi counselor, facendo Counseling, ci prendiamo cura delle persone è ispirato dall’intenzione di aiutarle a crescere, sviluppando la loro consapevolezza ed intelligenza emotiva, affinché possano meglio affrontare le difficoltà del vivere in cui capita loro di ritrovarsi.

Per noi counselor, prendersi cura delle persone (nostre clienti) vuol dire aiutarle a crescere, aiutandole ad affrontare le difficoltà del vivere, in modo che da queste non siano sopraffatte.

3) Gli elementi problematici sui quali il Counseling interviene.

Qualunque sia la richiesta d’aiuto espressa da chi si rivolge al Counseling, vi è un comune denominatore che la caratterizza: riguarda il modo in cui il richiedente aiuto sta vivendo il proprio stato di difficoltà; tale modo consiste in una mancata, funzionale, integrazione di ciò che “prova” (emozioni, sentimenti, sensazioni), ciò che pensa e ciò che fa.

Chi chiede aiuto a noi counselor, rispetto alle problematiche che sta vivendo:

  1. fa fatica a riconoscere le proprie emozioni e i propri sentimenti o, se li riconosce, non sa come gestirli;
  2. non si rende conto di come le proprie emozioni/sentimenti interagiscano con i propri pensieri e comportamenti, e viceversa;
  3. se immagina che ci sia qualcosa da fare per risolvere i propri problemi, non ritiene possibile il poterlo fare.

Ciò premesso, possiamo affermare che gli “elementi problematici”, sui quali il Counseling interviene, sono il “Sentire”, il “Pensare”, l’ “Agire” delle persone e i modi in cui questi si articolano ed interagiscono.

Noi counselor lavoriamo su, e con, “ciò che il cliente sente”, “ciò che pensa” e “ciò che fa”.

La relazione di counseling, per chi ne è cliente, è un’esperienza di apprendimento di come poter meglio integrare i propri pensieri, i propri comportamenti e le proprie emozioni, in vista del miglioramento dello stato di difficoltà esistenziali che sta affrontando.

4) L’operato del Counselor: lo Yogging

Noi counselor lavoriamo su “ciò che il cliente sente”, su “ciò che pensa” e su “ciò che fa”.

Lo facciamo facendolo emergere grazie al nostro particolare modo di stare in relazione con i nostri clienti:

  • Li ascoltiamo empaticamente
  • Li osserviamo, senza giudicarli; osserviamo i loro modi di esprimersi e di manifestarsi (consapevoli o meno) per “rifletterli” (come uno “Specchio Magico”), con apposite tecniche, in modo che loro stessi ne diventino consapevoli
  • Accogliamo quanto esprimono e manifestano, senza giudicarlo (anche questo grazie a specifiche tecniche, apprese in forza della formazione IN Counseling)
  • Proponiamo loro esercitazioni di ascolto e di espressione varie (che non contemplano alcuna tipologia di test clinici o simili, né tantomeno la formulazione di alcuna diagnosi)
  • Li confrontiamo criticamente, ma in modo gentile
  • Forniamo loro una particolare tipologia di feedback (appresa durante la nostra formazione IN Counseling)

Per ragioni che diventeranno sempre più chiare, propongo di chiamare “Yogging” tale operato.

Lo Yogging è il modo in cui, per aiutare il prossimo e se stessi, si riesce ad integrare funzionalmente, e cioè producendo benessere, ciò che si sente, ciò che si pensa, ciò che si fa.

In cosa consiste lo Yogging?

Come lo si pratica?

Il Counseling è una relazione d’aiuto professionale praticata, principalmente, in forza di uno specifico, e particolare, modo di stare con se stessi, in relazione con gli altri, gestendone opportunamente le dinamiche relazionali, in particolare quelle di comunicazione; il tutto finalizzato a produrre, nell’altro, sviluppi di consapevolezza tali da migliorare significativamente le sue capacità/possibilità di affrontare le situazioni problematiche che sta vivendo.

Il “particolare modo di stare con se stessi, in relazione con gli altri” che mette in atto il counselor mentre fa counseling, lo chiamiamo “Yogging”.

In cosa consiste?

  1. Attenzione propriocettiva su quanto ci sta accadendo (sensazioni, emozioni, sentimenti), ovverosia concentrazione sul proprio “Sentire”
  2. Analisi dei collegamenti tra il proprio “Sentire” e tutto ciò che il cliente “sta portando”: ciò che dice e come, ciò che fa, ciò che manifesta del suo “Sentire”
  3. Analisi dei collegamenti tra il proprio “Sentire”-“Pensare” ed “Agire” e ciò di cui ci si rende conto che il cliente “sta sentendo”, “sta facendo”, “sta pensando”
  4. Confronto e Condivisione del tutto con modalità di comunicazione empatica, non violenta.

5) I risultati conseguibili facendo Counseling.

Attraverso lo Yogging, il nostro operato di counselor, cioè il nostro fare Counseling, ci ripromettiamo, e il più delle volte otteniamo, per i nostri clienti, quello sviluppo di consapevolezza/intelligenza emotiva a loro necessario per meglio gestire le difficoltà personali-esistenziali rispetto alle quali ci hanno chiesto aiuto.

Tale sviluppo di consapevolezza/intelligenza emotiva è sostenuto ed accompagnato, nei clienti, da uno stato d’animo caratterizzato da sentimenti positivi di fiducia nelle proprie possibilità di risolvere le proprie difficoltà o, almeno, di migliorarne le ricadute nella propria vita personale.

In forza di ciò, il cliente si adopererà con più efficacia ad affrontare le problematiche che sta vivendo e per le quali ci aveva chiesto aiuto.

6) Il particolare e specifico percorso di formazione IN Counseling.

La formazione professionale IN Counseling consiste principalmente in una continua sperimentazione dello “Yogging”, vale a dire dei modi in cui il nostro “Sentire”-“Pensare”-“Agire” interagiscono; la cosa viene eseguita per il tramite di una successione organizzata di esercitazioni pratiche, di gruppo e individuali, di:

  • Ascolto
  • Osservazione non giudicante
  • Comunicazione non violenta / gentile
  • Gestione dei feedback

A tali esercitazioni si associano:

  • Conduzioni supervisionate di sessioni di counseling individuale, di coppia e di gruppo
  • Pratiche varie di meditazione e di autoconoscenza
  • Esercitazioni di consapevolezza corporea ed emotiva
  • Laboratori di alfabetizzazione emotiva
  • Laboratori di espressione artistica e di psicomotricità
  • Un percorso di lavoro personale su di sé, di autoconoscenza, di scoperta e di riequilibrio dei propri atteggiamenti mentali e comportamentali di valenza nevrotica.

La dimensione pratico-esperienziale della formazione IN Counseling è integrata da una messa a punto, ad hoc, della conoscenza della “condizione umana”, nei suoi aspetti caratteristici di base, riguardanti le dinamiche di crescita e sviluppo degli individui, i cicli di vita, le differenze di genere, i processi di socializzazione e di identificazione personale, l’architettura dei bisogni umani.

La messa a punto e la verifica di tali conoscenze è a cura dell’ente formatore.

Quando tali conoscenze sono già a disposizione degli allievi counselor, questi stessi allievi diventano una risorsa attiva di sostegno formativo per l’intero proprio gruppo di formazione IN Counseling, cominciando così il proprio tirocinio professionale.

Il Counseling è un particolare modo di prendersi cura delle persone, tra i tanti e diversi possibili.

È un modo che per storia e contenuti presenta punti di contatto con molte altre attività professionali, come è normale ed ovvio che sia per qualunque professione.

Forse che un insegnante, ad esempio, nell’esercizio della propria funzione, non fa ricorso a competenze e saperi di altre professioni, alla sua in vario modo collegate?!

Questo, a menti sane ed equilibrate, non potrà che sembrare un valore aggiunto, non certo un qualcosa di illecito.

Ma il Counseling, in Italia, è troppo spesso materia di contenziosi, il più delle volte alimentati da “menti” confuse, incerte e confusionarie.

Di questa confusione, questo mio scrivere vuol essere un tentativo di chiarificazione.

Per rendere più chiaro cos’è il Counseling, cosa lo caratterizza, rendendolo diverso da altre attività professionali (con particolare riferimento a quella dello psicologo-psicoterapeuta), ho qui sopra presentato il Counseling come quel particolare modo di prendersi cura delle persone, identificato:

  1. dal tipo di cura richiesta da chi si rivolge al Counseling
  2. dalle intenzioni di chi fa Counseling
  3. dagli elementi problematici sui quali il Counseling interviene
  4. dall’operato del Counselor
  5. dai risultati conseguibili facendo Counseling
  6. dal particolare e specifico percorso di formazione IN Counseling

Di ciascuna di queste 6 specifiche caratteristiche del Counseling ho esposto una sintetica presentazione.

Ma continuo ad avere l’impressione che, per quanto ci si possa sforzare, se non si trova il modo di usare parole nuove, diverse da quelle finora utilizzate per identificare e definire il Counseling, difficilmente riusciremo ad affrancarlo dall’ingerenza degli psicologi e dagli ostacoli che questo frappone all’affermazione del Counseling come specifica attività professionale esercitata da uno specifico professionista denominato Counselor.

Con il mio:

  1. presentare il Counseling come quella relazione professionale d’aiuto che lavora alla migliore integrazione possibile di “ciò che si sente”, “ciò che si fa” e “ciò che si pensa”,
  2. specificando che questo avviene con modalità specifiche e particolari, la cui capacità d’esercizio si acquisisce unicamente per il tramite di uno specifico percorso formativo, ben diverso da qualsiasi corso di laurea attualmente esistente in Italia,

voglio affermare quanto il Counseling sia un qualcosa di specifico e particolare.

Coniando un termine nuovo, lo “Yogging”, per denominare l’insieme di pratiche e tecniche attraverso il cui esercizio viene esplicitata la relazione di Counseling, voglio mettere in luce ciò che lo identifica e differenzia da ogni altra attività professionale.

Come si arriva al termine “Yogging”?

Counseling. Le parole per dirlo. Il modo di farlo.

Per molto tempo mi sono interrogato sul come riuscire a presentare efficacemente il Counseling per quello che è: una relazione d’aiuto professionale, utile a chi fa fatica ad affrontare difficoltà socio-esistenziali d’ogni genere e tipo, diversa da quella degli Psicologi-Psicoterapeuti, ma non per questo meno importante ed efficace.

Mi dicevo:

  • “visti gli improvvidi tentativi di chi, pur non essendo un counselor, ritiene di poter fare Counseling o addirittura, come fanno alcuni psicologi, ne rivendica l’esclusivo diritto d’esercizio;
  • forse un modo nuovo di presentarlo, in grado di esprimerne gli elementi caratteristici, propri, e  di veicolarne espressamente la sostanziale diversità da altre attività professionali, in particolare quella degli psicologi,  potrebbe aiutare noi counselor a:
  1.  uscire dal penoso stato di guerra in cui un certo mondo della psicologia continua a trascinarci;
  2. rendere più semplice la nostra affermazione professionale, facilitando la comunicazione di quello che facciamo”.

Ci è voluta una sessione di Yoga della risata, condotta nella mia scuola IN Counseling da un’allieva tirocinante, per accendermi la giusta lampadina.

Dello Yoga ho immediatamente visto l’intenzione/funzione di “legare” tutto ciò che sollecita ed attiva; un “legare” agito in chiave di miglioramento e sviluppo delle funzioni psicofisiche di chi lo pratica.

Mi sono detto:

Anch’io quando faccio Counseling faccio qualcosa di simile!

Cosa lego?

Lego il mio “sentire”, il mio “pensare”, il mio “agire”, al “sentire”, al “pensare” e all’ “agire” dell’altro.

Eureka!

il Counseling può essere visto come un’attività di “Yoga Socio-relazionale”, un fare insieme (Counselor e Cliente) lo “Yoga del Sentire, del Pensare, dell’Agire”.

Vista questa possibilità, dopo aver accarezzato e successivamente respinto l’idea di “cambiare il nome al Counseling”, ho visto il termine ed il concetto di “Yogging” come sintesi esaustiva e facilmente utilizzabile da noi Counselor per identificare quello che facciamo e più facilmente comunicarlo:

il Counseling è  l’attività professionale di chi si prende cura delle persone per il tramite di una specifica attività, denominata “Yogging”, un’attività assolutamente diversa da quanto psicologi e psicoterapeuti vari sono preposti a fare e, concretamente, fanno.

Lo Yogging è un “insieme sistemico di pratiche varie” messe in atto strategicamente al fine di promuovere  lo sviluppo della nostra “consapevolezza emotiva”, vista come chiave di volta per l’individuazione e l’attivazione di pensieri e comportamenti in grado di migliorare lo stato delle cose presenti nella nostra vita, soprattutto quando ci ritroviamo in una qualche situazione di difficoltà esistenziale, individuale, di coppia, di gruppo.

La “Consapevolezza emotiva”, a cui qui faccio riferimento, è quello stato dell’essere personale, funzione dell’ascolto propriocettivo e dell’associata rielaborazione cognitiva, che ci permette  il riconoscimento di emozioni, sentimenti e sensazioni fisiche, nonché delle dinamiche di pensiero e di comportamento a queste collegate.

Con “Insieme sistemico di pratiche varie” mi riferisco ad attività ed esercitazioni di vario tipo e natura (individuali, di coppia, di gruppo), spesso di carattere simbolico; esercitazioni/attività fisiche, sensoriali, dialogiche, artistiche, intellettuali, meditative; esercitazioni/attività sistemicamente organizzate e gestite per:

  1. far emergere le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, collegate alle difficoltà esistenziali che si vogliono affrontare;
  2. analizzarne e studiarne le relazioni con le associate dinamiche di pensiero e di comportamento che hanno accompagnato l’insorgenza delle difficoltà che si vogliono superare e che ancora ne ostacolano la risoluzione;
  3. individuare strategie di uscita e di risoluzione o, almeno, di miglioramento della situazione.

Fare Yogging vuol dire, quindi, lavorare sulla propria e sull’altrui consapevolezza emotiva, per attivarne le correlate dinamiche intelligenti di pensiero, comportamento e sentimento.

In altre parole, possiamo pensare allo Yogging come ad un insieme di pratiche, sostenuto da un sistema di tecniche, in grado di produrre gli sviluppi di intelligenza emotiva necessari per meglio affrontare le difficoltà del vivere; la qual cosa, applicata in chiave relazionale, nei confronti di chi chiede aiuto per meglio affrontare le proprie difficoltà esistenziali, in altre parole, altro non è che fare Counseling!

Con il termine Yogging mi riferisco ad una particolare forma di Yoga, che possiamo chiamare “Yoga S.P.A.”, lo “Yoga del Sentire, del Pensare e dell’Agire”.

La parola Yoga deriva dalla radice sanscrita «Yug» che significa unire, legare assieme, soggiogare, usare ed applicare, dirigere e concentrare l’attenzione.

Facendo Yogging leghiamo, adeguatamente e funzionalmente, il nostro “Sentire-Pensare-Agire”; lo facciamo diventare una sorta di “sistema operativo psico-fisico” in grado di produrre, alla bisogna, quello sviluppo di intelligenza emotiva necessaria per individuare/scoprire come meglio affrontare le difficoltà che stiamo vivendo, muovendoci verso il nostro miglior benessere esistenziale possibile.

La condivisione professionale dello Yogging, con un cliente, è quanto qualifica la relazione di Counseling.

Nella mia esperienza di counselor, e di formatore di counselor, riconosco che il comune denominatore di chi mi chiede aiuto ad affrontare le proprie difficoltà, consiste nel non riconoscere, e/o nel non saper come fare a gestire, le proprie emozioni, collegandole a più funzionali atteggiamenti mentali e comportamentali.

Come già espresso sopra, nella specificazione del punto 3) (Gli elementi problematici sui quali il Counseling interviene), “la relazione di counseling, per chi ne è cliente, è un’esperienza di apprendimento di come poter meglio integrare i propri pensieri, i propri comportamenti e le proprie emozioni, in vista del miglioramento dello stato di difficoltà esistenziali che sta affrontando”.

La cosa avviene in forza del saper far “Yogging” del counselor, un sapere che viene condiviso col cliente, che ne beneficia degli effetti.

Lo Yogging è un’arte psico-fisica, che consiste nella capacità di integrare funzionalmente pensieri-sentimenti-azioni in vista del miglioramento delle capacità soggettive di far fronte alle difficoltà del vivere, piccole e grandi; un’arte il cui esercizio produce benessere.

Un’arte di cui noi counselor siamo esperti e che applichiamo professionalmente per aiutare i nostri clienti.

L’idea dello Yogging nasce da due influenze:

  1. Quella “spirituale” delle filosofie yoggiche orientali, di stampo meditativo.
  2. Quella del counseling professionale (per come è nato e si è sviluppato sin dai primi del ‘900 negli Stati Uniti d’America) e delle sue derivate italiane.

Queste due influenze sono declinate semanticamente nel neologismo “Yogging”, che ha come radice il termine “Yoga” e come desinenza il termine inglese “ing”.

La radice “Yoga” attesta i collegamenti con la cultura filosofica-meditativa-spirituale orientale.

La desinenza “ing” vuole essere, innanzitutto, un preciso tributo al Counseling, come termine significante una precisa relazione d’aiuto professionale: quel Counseling nato negli Stati Uniti d’America, ai primi del ‘900, in collegamento con l’intera storia della cultura filosofica-pedagogica occidentale e sviluppatosi in seguito, in tutto il mondo, grazie al prezioso apporto (e scippo) di alcune correnti psicoterapeutiche di stampo umanistico.

Ma lo Yogging, pur essendo l’insieme di attività che strutturano il fare Counseling, non individua ancora, pienamente, cos’è il Counseling.

Possiamo dire di fare Counseling attraverso lo Yogging, ma cos’è il Counseling?

Il Counseling è un “prendersi cura professionalmente delle persone, nei loro momenti di difficoltà socio-esistenziali, per aiutarle a superarle e/o a meglio gestirle. Tale modo di prendersi cura delle persone è caratterizzato da un insieme di pratiche che chiamiamo Yogging ”.

Purtroppo, il modo in cui, con il Counseling in Italia, ci si prende cura delle persone è oggetto di conflitto perché dagli psicologi è visto come un modo contaminato/caratterizzato da atti di specifica valenza medico-sanitaria e/o, comunque, di loro specifica ed esclusiva pertinenza giuridica.

È ora di affrancare definitivamente il Counseling da tali polemiche commistioni, proponendolo con parole in grado di presentarlo inequivocabilmente per quello che è:

una relazione d’aiuto professionale, alla quale ci si rivolge per meglio affrontare la gestione di difficoltà esistenziali d’ogni genere e tipo; una relazione d’aiuto professionale di matrice pedagogico-filosofica-occidentale influenzata dai “saperi” orientali di stampo meditativo-propriocettivo, che non consiste in azioni dirette di cura di tipo sanitario-psicologico, ma di aiuto alla crescita, conforto emotivo,  sostegno socio-relazionale e orientamento.

L’istanza principale del Counseling è quella del “prendersi cura delle persone”; ciò che lo caratterizza è il suo ricorso a particolari abilità, denominate di counseling, integrate in un insieme di pratiche che denominiamo di “Yogging”.

Credo che la ragione principale del successo del Counseling, a livello mondiale, sia il suo essere una risposta possibile ed efficace, a livello esistenziale-individuale, in grado di contrastare gli effetti deleteri, sulla vita delle persone, della disgregazione socio-culturale-istituzionale che da alcuni decenni ormai caratterizza il nostro vivere sociale.

Insomma, il Counseling è una risposta possibile alla stato di “società liquida” in cui ci ritroviamo; una risposta volta a riequilibrarne le critiche e perniciose ricadute esistenziali, nelle vite dei singoli individui.

Quello che la nostra società, sempre più liquida e, forse, tendente al gassoso, sta rendendo evidente è il progressivo venir meno di quelle forme di vita sociale che, nell’organizzare l’esistenza delle persone, hanno sempre svolto importanti funzioni di cura delle stesse.

Questo fenomeno ancora non si evidenzia, almeno in modo generalizzato, nei confronti dei bambini, ma è assolutamente evidente per quanto riguarda il mondo degli adulti, che una volta fuori dalla scuola si ritrovano soli ad affrontare le proprie difficoltà esistenziali.

La “nuova” presentazione del Counseling che qui sto proponendo è quella di un’attività con la quale ci si prende cura delle persone-adulte attraverso la gestione relazionale dello “Yogging”, lo “Yoga del Sentire, del Pensare, dell’Agire.

Il professionista della gestione relazionale dello Yogging è il Counselor.

Ma, coerentemente con la “nuova” presentazione del Counseling qui proposta, anche la nuova relativa denominazione del professionista  che lo esercita non può che avere un nuovo appellativo.

Per questa attività di Counseling ho immaginato una denominazione in italiano, inventandone una nuova, caratterizzata dal neologismo “OmeoTatico”: il Counseling OmeoTatico.

Il termine “OmeoTatico” specifica la particolare funzione del Counseling del “prendersi cura delle persone” (non delle loro malattie!).

Come si arriva al neologismo “OmeoTatico”?

Il tutto parte dal concetto di “Tata”.

Tata è la parola fanciullesca con cui si indica chi si prende cura dei bambini.

Abbiamo un vocabolo per indicare chi si prende cura dei bambini quando a questi non possono provvedere le cure materne o quelle familiari.

Non ne abbiamo uno simile per chi si prende cura degli adulti.

“OmeoTata” m’è sembrato un termine ad hoc:

  1. “Omeo”: dal greco, vuol dire “simile”
  2. “Tata”: è la parola fanciullesca con cui si indica chi si prende cura di noi, quando siamo bambini
  3. “OmeoTata” è una “simil-tata”; è chi si prende cura di noi adulti, similmente-metaforicamente a quanto fatto dalla Tata, quando eravamo bambini: un prendersi cura volto a salvaguardare e a migliorare i nostri stati di benessere esistenziale.

Se esiste l’OmeoTata, esisterà anche l’OmeoTatìa! (non vorremmo mica fare come gli psicologi, che riconoscono l’esistenza del Counseling, ma non del Counselor, come professionista specializzato IN Counseling!?).

Cos’è dunque l’ “OmeoTatìa”?

E’ l’attività professionale, caratterizzata dal ricorso qualificato allo Yogging  e alle abilità di counseling, finalizzato al prendersi cura delle persone adulte.

OmeoTata, alias “simil-tata”, è colui che si prende cura di noi, quando siamo adulti.

La Tata lo fa quando siamo piccoli, provvedendo alle nostre necessità relazionali e prendendosi cura della soddisfazione dei nostri bisogni primari, alimentari, di benessere psico-fisico e di protezione.

Il “Counselor OmeoTata” si prende cura di noi adulti, aiutandoci a migliorare le nostre possibilità e capacità di soddisfare i nostri bisogni secondari, praticando lo Yogging, con buone abilità di counseling, insieme a noi.

Dal termine “OmeoTata”, colui che si prende cura delle persone, arriviamo a quello di OmeoTatìa: l’arte e il mestiere del sapersi prendere cura degli adulti (a partire dalla giovane età), facendo leva sui saperi filosofici, pedagogici e di tutte le scienze umane, compresi quelli psicologici, che dalla storia dell’uomo possiamo ricavare; un insieme di “saperi” di cui lo Yogging rappresenta una sintesi, catalizzata da pratiche meditative di influenza storico-culturale-orientale; una sintesi che ogni persona può fare propria attraverso uno specifico percorso di formazione e pratica.

Vivremo allora tutti felici e contenti?!

Chi può dirlo?!

Certo è che ho in mente la scrittura di un libro, una sorta di “Manuale dello Yogging”, che inizierà con una tesi sulla storia del Counseling e dei suoi sviluppi e proseguirà con la presentazione delle pratiche di Yoga-S.P.A. e della loro integrazione con le abilità di counseling.

Mi auguro che questo possa servire (anche) al riconoscimento dello “Yogging” come architettura principale di ogni attività di Counseling, offrendoci per le stesse un nome nuovo, che ci aiuti a liberarci da ogni tentativo di fagocitazione degli psicologi e di chicchessia.

A Te, che sei arrivato a leggere fino a qua, riservo la possibilità di leggere la prima bozza del primo capitolo del manuale dello Yogging che intendo scrivere, quello sulla storia del Counseling.

Ti basta cliccare qui.

Ad maiora!

Domenico Nigro.

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