Caro papà.

Giulia inizia a scrivere il suo diario, che l’accompagnerà nel corso di questa sua formazione IN Counseling, raccontandochi di una sua sessione di counseling individuale con Domenico, il direttore della nostra Scuola:

<< … Finiamo col parlare del rapporto con mio padre, piango per tutta la sofferenza che sento di provare per causa sua.

Piango perché mi sento non voluta da chi mi ha messo al mondo, perché sento una forza ferma remarmi contro, frenarmi, provare a storcermi, tenermi chiusa, tentare di cambiarmi.

Dico che ha fatto la peggior cosa che un padre può fare: non volere chi ha messo al mondo.

Un incubo tragicomico: mi metti al mondo e poi mi rifiuti?

Mi crei e poi mi distruggi.

Ecco quel che sento.

Domenico mi chiede di parlare come fossi mio padre.

Nel farlo viene fuori il fatto che tutta la potenza che mio padre mi ha mostrato, e che tanto mi ha spaventato, è stato un modo per rendere potenti noi, me e mia sorella Irene.

Ecco cos’è questa mia forza allora! Quella di cui mi fido tanto!

E da chi viene? Da lui.

Intuisco la dualità, che rifiuto: da un lato, la forza che mi ha trasmesso e, dall’altro, la spaventosa potenza che ha usato per farlo.

Sento che la forza che ho (quella che, nel sogno che ho appena raccontato a Domenico, dall’alto di un crinale, mi permette di buttare giù un masso), la forza di cui ho fiducia, è un regalo di mio padre.

Riesco a vederci il suo amore.

Esco da questo incontro con tante sensazioni addosso.

Che bello! Sorrido a scriverlo.

Sento e, finalmente, vedo e posso anche riconoscere, una ad una, le sensazioni che provo.

E questa è Vita …

sogni.3Il pianto, un’inondazione di lacrime e la spossatezza, il dolore che provo, l’abbattimento e il rancore, poi la fiducia e la leggerezza …

una sensazione di fiducia leggera ma accogliente sullo sfondo della spossatezza: fiducia in questa forza che è venuta fuori e che non vedevo così chiaramente.

Vivevo la mia forza e nello stesso tempo la subivo, mi schiacciava. Non la potevo vedere chiara come è …

e poi fiducia in Domenico, che quando inizio a piangere, prima che le lacrime inondino il mio cuore, mi accarezza la nuca sorridendo.

Il suo sguardo mi dice di non preoccuparmi, che va bene, lui ha fiducia in me.

Che bella sensazione: l’accoglienza.

“ Va bene quello che senti Giulia, stiamo su quello, non remiamoci contro”. (Domenico).

Ah, che sollievo.

Dentro di me sento casa, sento qualcosa di profondo conosciuto da sempre, ma se cerco nei ricordi, non trovo questo sguardo verso di me.

Sorrido, mi sento piccola.

Ed è bello sentirsi, a volte, più piccoli di qualcuno che non ti butta addosso quello che sa e fa più di te.

Come continua a fare mio padre, dal quale ho preso l’idea che mi manchi sempre qualcosa di importante, in tutto quello che faccio.

È bello poter stare con qualcuno più grande, che non mi fa sentire sbagliata perché sono più piccola.

Qualcuno che proprio grazie alla sua grandezza riesce a darmi un abbraccio GRANDE…

… a scuola lavoriamo sul “contatto”…

La mia scuola si ispira alla Gestalt e, per la Gestalt, il contatto è tutto …

Mia mamma mi chiede di parlare; sa bene del percorso che sto facendo e mi conosce anche bene,  mi chiama il GRILLO PARLANTE.grillo parlante

Sia lei che mia sorella quando sono in crisi a volte ricorrono a me.

Mia mamma viene a casa mia e mi parla della situazione difficile che vive con suo fratello, piena di sensi di colpa…

La ascolto, percepisco chiaramente la sua mancanza di contatto con quello che vive nelle sue relazioni familiari …  le nubi di parole che ha nella testa, tanto rumore, tanto rumore, lo dice con braccia strette di chi si protegge, all’inizio vedo chiaramente che gira intorno, non siamo in contatto, siamo alla ricerca di qualcosa che lei non vuole vedere, ma che senza di lei io non posso vedere.

Poi viene fuori qualcosa, piange, parliamo ancora, ora sorride.

Mi abbraccia, esce e va.

Io subito sto bene, sento di essere stata utile, sono felice di iniziare a percepire qualcosa di diverso.

Poi di colpo mi viene su un senso di pesantezza che mi prende la testa, poi di peso al torace, poi un senso cupo d’essere senza speranza.

È stranissimo: un miscuglio di sentimenti diversi e contrastanti. E di nuovo li vedo uno ad uno (che strano!).

Vedo la pesantezza, sento un peso enorme, impossibile da tenere, così grosso da oscurare ogni luce, ogni speranza.

Vedo che cerco di capire, trovare una causa, ma a scuola mi dicono che il cercare di capire, di trovare una causa è un terreno scivoloso.

LavoriInCorsoObelixLa mia facoltà intellettiva scivola affannosamente su questo terreno ripido e scivoloso. Niente da fare, non si aggrappa a nulla, ed io non faccio nulla perché ci riesca (aaah, che strano, riesco a lasciarla lì a scivolare).

Mi sento eccitata e soddisfatta per quel che inizio a vedere e a sentire.

Ma in questo momento mi sembra una flebile fiammella rispetto a quell’enorme masso oscurante, quello del primo sogno raccontato a Domenico.

Mi sento fisicamente affaticata ed a tratti quasi spaventata della mia sopravvivenza.

Ho paura di ammalarmi, ho paura che mi succeda qualcosa di fisicamente brutto.

Vado a meditazione la sera, ne parlo con Paolo ed Edoardo.

Paolo mi stimola a porre attenzione a questa sensazione di PESO, mi dice anche di fare attenzione alla confluenza.

Respiro e, piano piano, Il peso senza pensarci se ne va, e dopo qualche minuto di meditazione mi sento di nuovo energica, molto più tranquilla.

Lo racconto e Paolo mi parla dell’attaccamento: consapevolmente o meno mi attacco a dei pesi/pensieri che mi affaticano; la respirazione e la sensazione del qui ed ora mi aiuta a lasciarli andare ed a vedere il semplice attaccamento.

Di notte però faccio un incubo.  Sono ad un pranzo, è una situazione di ritrovo, come fosse il ritrovo di gente che partecipa ad un’associazione, ci vado con mia mamma, siamo ad un tavolo sedute a mangiare io, lei e due amiche. Parliamo con loro, e mia mamma inizia ad umiliarmi (cosa che non è per niente del suo carattere) mi dice che si, ok, l’ho ascoltata ma sono abbastanza incapace; mi deride con le ragazze di fronte; mi sbeffeggia, mi sminuisce ridendo e poi la vedo distratta;  si guarda intorno, si alza e torna al tavolo; io subito rimango spiazzata; le chiedo spiegazioni di quel che dice, poi inizio ad arrabbiarmi vedendola seguitare nel racconto; mi monta un enorme senso di rabbia; inizio quasi ad insultarla; le dico che sono all’inizio del percorso, di darsi una calmata, cerco di difendermi spiegando con rabbia che sono solo all’inizio e non occorre stroncare tutto con quella cattiveria; lei non mi ascolta, fa spallucce, le amiche mi dicono di non prendermela, sorridono; la festa continua, io mi alzo e me ne vado; faccio un giro in un quartiere mezzo deserto per calmarmi; sembra ci sia stata una guerra là fuori…

Mi sveglio di cattivo umore, vorrei stare a casa, vorrei scrivere di questo sogno, prendermi del tempo per starci, ma niente.stai Karma

Sono obbligata ad andare in ufficio, per fare affiancamento ad una nuova collega. Esco di casa ancora spossata.

In ufficio ritrovo un po’ di energia, ma sia un mio collega che la nuova signora mi parlano a lungo delle loro difficili (tragiche) vite di coppia.

Percepisco alcune cose dal loro modo di parlarmene ma non vado a fondo, sia per la situazione sia per tutelarmi ( così non rifaccio l’errore del giorno prima).

Vorrei dar loro una mano a vedersi, ma freno questa eccitazione che non va d’accordo con la mia sensazione di stanchezza, con il mio bisogno di protezione.

Ho un vago senso che non sia la cosa giusta da fare.

Mi sembra che non vogliano vedere, che si  siano dati la loro spiegazione e basta.

Non vogliono andare oltre!

Paolo la sera prima mi ha detto:

“Ora che stai facendo questo percorso inizi  ad aprirti. Prima, quando le persone ti parlavano, mettevi una  barriera, per cui ti sentivi toccata relativamente, ora sei aperta e tocchi con mano. Però cosa e come tocchi? Occorre riconoscere i confini, imparare a vedere dove sono”.

Domenico, leggendo queste mie pagine di diario, mi ha scritto:

animali 19“Cara Giulia guarda che l’aiuto che, in quanto counselor, diamo alle persone, è quello di stare con loro, in ascolto, fiduciosi nel processo dello stare con loro, ascoltando, accogliendo, accettando. Non c’è bisogno di dare risposte. Le risposte arrivano come frutti della nostra consapevolezza, del nostro improvviso renderci conto di quello che c’è, del nostro renderci conto di quello che stiamo (noi e gli altri) provando, di quello che sta accadendo, del nostro renderci conto del modo in cui mettiamo in fila i nostri pensieri. Le risposte le trovano gli altri, grazie al nostro stare con loro. E quando per l’altro il sentimento che proviamo è amore, le risposte diventano assalti di felicità”.

… Sono riuscita in questi ultimi giorni a sentire il piacere del contatto,  in uno sguardo di riconoscimento, nelle parole di risposta, ad una mia precisa domanda, fatta a chi mi ascolta.

Mi accorgo che il contatto con l’altro mi piace, lo cerco, e non lo temo.

Quando sento il contatto non ho paure. Mi muovo a mio agio, so cosa fare e come farlo.

Credo sia per questo che, quando Domenico ha chiesto ad Edoardo di sperimentarsi in una sessione di Counseling, avrei voluto essere al suo posto (e mi viene da ridere perché di counseling non so ancora niente).

Sentivo parlare Grazia e mi sembrava che se fossi stata di fronte a lei, al posto di Edoardo, avrei saputo cosa fare.

Come fossi a casa. Un luogo conosciuto.

Se mi si lascia dello spazio, me lo prendo con piacere e senza timore.

SENTO che so cosa fare.

Tutto cambia quando vengo trattata con distacco, senza considerazione, rifiutata.

Iniziare ad accettare che mi piace stare con l’altro è, per me, un enorme passo.

Perché io ho fatto dell’indipendenza, del poter fare a meno dell’altro, la mia bandiera.

A dirla tutta, direi che il contatto mi piace così tanto da temere e cercare di evitare ogni tipo di distanza.

Mi viene anche in mente che mi sono spesso vista come una persona chiusa, avara di sentimenti per gli altri.

Ora mi scopro diversa.yng e yang

Mi vedo in un’altra prospettiva …

A scuola, Domenico ci invita in continuazione a prestare attenzione a tutto ciò che proviamo, a tutto ciò che vediamo, a tutto ciò che facciamo.

Ieri sera alla Formazione “X” sono riuscita a cogliere emozioni, sensazioni e reazioni.

Arrivo spensierata ed energica, mi sento eccitata ed allegra, ho piacere a salutare qualche compagno.

Ci mettiamo a sedere e si finisce per lavorare su quello che portano Gloria e Simona.

Una è alle prese con una felice fine di relazione (e relativa apertura di questioni) e l’altra con la sofferta morte della nonna.

Due interruzioni, insomma.

Mi annoio. Ho sonno. Provo fastidio. Voglio andarmene. Che ora è? Quanto manca? E se me ne andassi prima?

Ho male alla schiena, nessuna posizione mi conforta, la sedia è più scomoda del solito.

Il contatto mi sembra non avvenire, ho la percezione che stiamo girando attorno a qualcosa senza toccarlo. Vedo Simona piuttosto riluttante ad aprirsi, e vedo mucchi di parole nel cerchio ma nessuna raggiungere qualcuno.

Mi guardo attorno e mi pare di percepire stanchezza anche negli altri.

Le lancette battono lentamente i punti del cerchio, ed io sbadiglio.

Mi viene in mente che questa sensazione di noia/fastidio l’avevo già percepita un paio di volte.

Allora penso a quello che mi era stato detto: fai attenzione al contatto e quando ti accorgi di non essere in contatto chiediti se c’è qualcosa che vuoi evitare.

Allora inizio a capovolgere l’attenzione: da fuori a dentro.

Che cosa sento?

Fastidio, noia.

Mi sento addosso e nel corpo  la mia voglia di fuga.

distanzeDa cosa devo fuggire?

Forse ci sono. Poco prima mentre ascoltavo Simona mi sono vista come sulla soglia di casa sua.

Lei era lì, non sapeva se farci entrare o meno. Io ero curiosa, volevo entrare, volevo vedere cosa c’era. Volevo sentire. C’era il suo dolore per la morte di sua nonna e c’era la sua paura di condividerlo, con noi … Però tentava di sorriderci. Era quasi ora di entrare, qualcuno la stava convincendo a fidarsi ed a lasciarci entrare, oppure semplicemente a smettere di sorridere forzatamente ed a sedersi con noi sulla soglia, era poi davvero utile questo suo dissimulare?

Poi, improvvisamente, mi sono accorta della mia paura.

Volevo davvero entrare? No, forse no.

Inizio a sperare di essere lasciata sulla soglia. Inizio a sperare di non dover fare i conti con quel dolore, di non doverlo ascoltare.

Ecco, ho paura, non lo voglio ascoltare. Non voglio questo contatto. Lo fuggo, lo temo.

Eccola la mia noia, la mia urgenza di andarmene, la percezione di: si gira intorno ma non si arriva da nessuna parte.

Mi vedo sulla soglia di casa di Simona a divagare, sorridendo forzatamente, fingendo partecipazione, ma propensa con tutte le intenzioni a darmela a gambe.

Paura del dolore. Voglia di evitarlo, anzi: fuggirlo.

Se avessi dovuto raccontarmi avrei detto, sommessamente, d’essere una persona capace di gestire le emozioni altrui; una persona capace di ascoltare gli altri, capace di aiutarli a vedere e ad affrontare le loro difficoltà.counseling.8

Sentivo anche che molto spesso mi capitava di diventare una sorta di porto sicuro lungo giornate di burrasca per chi mi conosceva abbastanza bene da potermi trovare (in un’isola c’e sempre una costa sopravento ed una sottovento, basta saperlo), non è che mi rendessi molto preziosa: bastava arrivare.

Ma adesso non saprei.

Ero forte, quanto ero forte ad accogliere!

Però ero solo forte.

Oggi mi accorgo, ad esempio,  d’essere letteralmente ceduta, dopo aver parlato con mia mamma.

Mi accorgo della fatica che ho provato ad ascoltare le vicende dei miei colleghi.

Sulla soglia di casa di Simona ho tentato la fuga.

Ci torno sempre, perché ho questa dannata spinta a buttarmi nella “mischia”, una sorta di: “intanto buttati… poi vedrai”; della serie “ se riusciremo ad incontrarci sarà meraviglioso, diversamente pazienza” (o quel che è insomma).

Ci provo sempre e mi piace tanto questa energia, però purtroppo arrivo sempre ad un passo e poi fuggo. Me la do a gambe, anche qui letteralmente.

E qui nella scuola non posso farlo, nonostante, in tutti i modi, ne senta nel corpo la voglia.

Non posso alzarmi ed andarmene; qui mi tocca stare.

Ed ecco che viene fuori.

Ho paura del dolore. Eccolo. Ma quale dolore?

Ieri con Domenico è venuto a galla la mia ostinazione sulla forza ed il suo riflesso: ostinarmi a non accettare la debolezza. Vedere l’indipendenza ed ostinarmi  a non accettare la dipendenza.

Pensare con il cuore.3Ma che ne è della mia forza se non vedo la mia debolezza?

Che ne è del mio contatto con gli altri se non mi permetto di sperimentare ed accettare la mia debolezza e la mia dipendenza?

Ho paura. ho una fottuta paura di dirvi che sono debole.

Ho paura di dirvi che vi temo, che temo la vostra indifferenza e la vostra pre-potenza.

Mi sento come abbandonata in un mare di maldestre (volenti o no) mani.…

Sto toccando qualcosa che mi sembra piuttosto profondo. Sento le vertigini, come dei giramenti di testa. Ho paura, però sono determinata, sento che sto toccando qualcosa che sfuggiva da un bel po’.

Si tratta del mio bisogno di sicurezza.

Bisogno di avere le cose sotto controllo, di sapere che tutto sta andando bene, di poter prevedere gli sviluppi delle situazioni.

Come se facessi una sorta di mappatura, di verifica di tanto in tanto per vedere che tutto stia procedendo nel modo che preferisco: quello che sento più sicuro.

Di tanto in tanto metto in crisi alcune parti della mappa e verifico se veramente mi danno la sicurezza che cerco e rispondono nel modo di cui ho bisogno.

Se così non è tento di allontanarle dalla mia vita e di inserirci qualcosa che quella sicurezza me la dia.

Bisogno di sicurezza dalle relazioni, quindi sentirmi riconosciuta, approvata, cercata. Non mi espongo se non trovo già dall’altra parte del riconoscimento, e non do se dall’altra parte sento distrazione.

 Come se avessi bisogno di un ruolo, un posto nel mondo, che viene sempre assegnato dagli altri.

Dai loro sguardi più o meno distratti, dalle parole che mi dedicano, dall’attenzione che mi danno, (o disattenzione, silenzio,…) ho la sensazione che il “lascia passare” venga dato dagli altri, anzi da un “altro” variabile, mutevole, a volte singolare a volte plurale.

Io cerco di ottenere questo lasciapassare (alias bisogno di riconoscimento?), mi sembra una questione di sopravvivenza, piuttosto fondamentale. Ne va di me.

Questo meccanismo della “ricerca del lasciapassare” diventa abbastanza forte quando entro in una situazione nuova, nella quale le persone non hanno di me giudizi, né approvano né disapprovano.Consapevolezza

Situazioni  in cui non esistono dei rapporti con le persone per cui io occupo già un ruolo e posso fare leva su quello, come un ombrello durante un possibile acquazzone, sotto il quale ci si può riparare.

Semplicemente temo l’indifferenza, il non essere nessuno per altre persone con cui mi trovo ad avere a che fare, e questo mi fa pensare che quelle persone potrebbe fare verso di me qualsiasi cattiveria, proprio perché non esiste un rapporto affettivo per cui hanno “cura”  di me.

Questo mi fa pensare al bisogno di cura e di riconoscimento.

Essere riconosciuta ed essere tenuta con “cura”, o meglio tenere alla relazione creata con me.

Visto che questo bisogno è impellente, non mi permetto molti spazi di creatività, assertività e desiderio.

Se non mi muovo dentro quello spazio di riconoscimento, perdo immediatamente l’energia e la spinta creativa, assertiva e desiderante.

Se sento che vengo riconosciuta allora lentamente mi apro, mi permetto di manifestarmi e darmi nello spazio aperto dall’altro, diversamente mi contraggo e non mi propongo in alcun modo, anzi, tendo a spegnermi.

Sento tanto bisogno di piangere, come avessi dentro tanto dispiacere…

Oggi sono andata da Domenico. Abbiamo parlato un po’, ci torno tra un paio di giorni…

Ieri sera è stato bellissimo stare alla formazione, mi sono sentita accolta da persone compassionevoli…

Non so che facciano nella loro vita, non so esattamente chi siano, eppure in quel cerchio a forza di aprirci ed ascoltarci impariamo a starci vicino.

Che esperienza strana…

È una cosa bella, mi sembra molto dolce e delicata.

counseling.11È nuova questa esperienza di condivisione e compassione, con persone con cui non ho un rapporto di “amicizia”, inteso come frequentazione.

Qualcuno mi ha abbracciato, qualcuno mi ha sorriso, qualcuno ha cercato il mio volto per vedere come stavo, ed è stato bello.

Mi sono sentita di avere di nuovo un terreno sotto i piedi, dopo settimane di disorientamento, ho risentito un po’ di sicurezza. Un sostegno, eccolo.

Poi camminare tocca a me, però almeno il pavimento c’è.

Questo mi ha dato da pensare all’importanza dell’amore, del riconoscimento e del sostegno.

Ero in cerca di chissà quali cause in questi giorni e forse alla fine mi mancavano solo quei tre sentimenti, e da lì ecco il dolore e la paura…

Oggi Domenico mi ha chiesto se posso vedere nel male alla schiena ed alle spalle il dolore di un peso troppo grande che mi porto dietro.

Ho riletto qualche pagina del diario ed in effetti più volte faccio cenno a questo peso che mi trascino e che mi affatica.

Prima ho avuto l’intuizione che potrebbe, almeno in parte, trattarsi di un mal diretto senso di responsabilità.

Io mi sento responsabile del giudizio degli altri su di me, di come si trovano le persone nelle situazioni in cui sono io, dell’impressione che do agli altri di me, ecc…

Perdo completamente di vista il mio stato d’animo, i miei sentimenti, ciò che piace a me, ciò che non mi piace, ciò che mi mette a mio agio, ecc…

Quando non mi sento bene con qualcuno o in una situazione mi do la colpa, riconosco di non essere adeguata alla situazione e covo un senso di inadeguatezza.

Credo di doverci lavorare su, adesso che inizio a percepire tutta una serie di cose, in primis il mio bisogno di affermarmi.sisifo

Voglio imparare, piano piano, ad essere assertiva: sperimentare i confini, i no e le aperture con trasparenza. E prima di tutto stare nelle emozioni che nascono, riconoscerle, così con i sentimenti, ed agire con assertività responsabile di me, non di un generico altro, che ovviamente non dipende da me.

Ho fatto tante scoperte: scoperte tormentate e tormentanti.

Ho intuito che covo molto brutti sentimenti verso di me e la mia esistenza.

Parlando con Domenico, quando mi chiede se la mia esistenza ha valore per qualcuno, faccio fatica a trovare qualcuno per cui io possa valere punto e non essere un peso da trascinare.

Dico due nomi ma non ne sono profondamente convinta, e quando mi chiede se la mia esistenza vale per me, rimango in silenzio, gli occhi si velano di lacrime, e scuoto la testa.

Incredibile: no, io sento di essere un peso per me stessa, e lo sento davvero.

Mi sento un peso, qualcuno con cui è difficile avere a che fare, un corpo sempre malaticcio (sento anche questo) che non mi permette tante cose (per via dell’asma), qualcuno che si lamenta sempre, che non si adegua mai alle situazioni, che deve sempre trovare qualcosa che non va, che bisogna trascinarsi dietro, che non riesce a farcela da sola, insomma ho tantissime considerazioni estremamente negative.

Qui, Domenico, provocatoriamente, mi inviterebbe a riformulare il mio scritto in questi termini:

“Sono un peso. È difficile avere a che fare con me. Sono malaticcia. Per via dell’asma non posso fare tante cose. Mi lamento sempre. Non mi adeguo mai alle situazioni. Devo sempre trovare qualcosa che non va. Mi faccio trascinare. Da sola non riesco a far niente.”

Mamma mia! Io non sono così. Grazie Domenico.

Mi vengono in mente alcune cose: da piccola quando esprimevo la mia difficoltà a fare qualcosa le risposte erano essenzialmente di due tipi: o mi venivano date delle risposte normative circa il COME USCIRNE, oppure mi veniva detto che mi lamentavo troppo,  e che in ogni cosa che facevo dovevo trovare qualcosa di negativo.

sogni.36L’unico campo in cui non veniva giudicato il mio dolore come eccessivo, superfluo, lamentino, ecc…, era quello della salute.

Se stavo male, subito venivo portata dal dottore e le prescrizioni mediche erano legge, nessuno ci metteva becco (Domenico mi mette in guardia dalla “nevrosi” di ammalarmi per ricevere cure e attenzioni!)…

Quello che mi ha fatto stare male, oltre che l’aver ripreso il contatto con le mie paure per questa situazione, è questa assoluta mancanza di contatto.

Mia madre arriva in casa mia e non mi vede, inizia a parlare come parlasse con se stessa o simile, butta delle ansie in aria senza accorgersi di alcunché, e parla e parla senza entrare in contatto né con me, né con lei ed i suoi sentimenti, né con quelli possibili di Irene.

Oggi mio padre ha un’operazione all’ernia, un day hospital, so che ci vorranno alcuni mesi prima che si riprenderà del tutto, così ho provato a chiedergli come si sente, ed è stato come parlare con una figura bidimensionale che parla del più e del meno, ieri sera l’ho abbracciato forte e lui era freddo.

Con un po’ di consapevolezza in più mi sono resa conto che faccio veramente fatica a stare nella mia famiglia, mi provoca molto disagio e mi mette in contatto con tanto dolore.

Tendo ad evitare questa consapevolezza perché mi pervade un vago senso di colpa quando mi accade di provare questi sentimenti: hanno fatto tanto per me ed io mi permetto di fare pure la viziata, schizzinosa. Questo la mia vocina interna mi dice, e mi mette un po’ a disagio.

Però intanto adesso posso riconoscere anche questa vocina, e starci, prima semplicemente mi sentivo male e riconoscevo giusto il mio senso di colpa.

Sento e vedo tante resistenze, mancanze di contatto, durezza e normatività.

Non ho mai visto mio padre provare dolore, piangere, aver paura.Rabbia9

Lui tutto d’un pezzo, anche quando è stato operato di tumore qualche anno fa….

Ora posso vedere il suo bisogno di cura e di attenzioni, adesso che scrivo, adesso dopo questi mesi, adesso che vedo, innanzitutto, il mio bisogno di cura e di attenzione.

 Ma all’epoca ricordo l’estremo imbarazzo.

Ho dispiacere per la mia famiglia, ora mi vengono le lacrime.

Sento la sofferenza di ognuno di loro e vedo la fatica a starci.

Sia mio padre che mia madre hanno avuto vite almeno fino ai venti anni piuttosto travagliate…

Credo di essere stata il frutto di tutto questo, di tutte queste sofferenze buttate giù a forza e di questa scarsa consapevolezza.

Posso vedere che in fondo la mia famiglia si porta dietro i sospesi e le storie di chi li ha preceduti, sia da parte di mia madre che di mio padre.

Credo di portarmi dietro qualcosa di tutto questo, vedo nelle difficoltà dei miei genitori tracce di questi sospesi.

Su tutto questo non ho ancora lavorato a scuola.

Lo farò presto, con Domenico.

Riconosco la mia fatica e, adesso, la considero legittima.

Sento la fatica dello stare con loro.

Ho l’impressione di dover mettere su una maschera da soldatino e stare dritta ed all’erta, ostentando sicurezza e tranquillità anche in situazioni di tensione, in cui ho paura.

Tutto ciò mi crea serie difficoltà ed evito perciò di stare con loro.

nottambuli-hopper-chicagoIeri avrei voluto invitare mio padre a cena prima dell’operazione ma non me la sono sentita.

Non mi andava di passare una serata con lui, serio e composto, e mia madre, entrambi a fingere tranquillità (che non hanno), ed io lì seduta con loro a fingere tranquillità (che non ho).

Ho preferito rinunciare. Non mi è sembrato un gran contatto.

Quando sono passata da loro a salutare ieri ho riconosciuto nello sguardo di mia mamma il rimprovero per non stare vicino a mio padre, e mi sono sentita in colpa, ed ho odiato sentirmi in colpa e stare di nuovo male per colpa sua.

Mi sembra una condanna, lei che mi butta ogni volta addosso tutti i suoi stati d’animo ed io che me li becco e mi abbatto.

Posso ora sentire e riconoscere la distanza che mettono, i giudizi che interpongono tra loro e me, e tra loro ed il mondo, e la forza del loro agire normativo…

Oggi, che sto acquisendo nuove consapevolezze, posso iniziare a vedere e sentire cose diverse.

Posso anzitutto riconoscere la mia sofferenza ed il mio desiderio di maggior condivisione e più attenzione. Posso anche riconoscere che ho attitudini, desideri ed energie diverse dalle loro, per cui la mia ricerca va verso mete diverse.

Posso vedere la mia legittima insoddisfazione a stare negli spazi e nei tempi che loro dedicano alla nostra relazione.

Posso vedere in questa mia insoddisfazione un mio bisogno di amore non soddisfatto, un bisogno di condivisione e di libertà che non soddisfo nella relazione con i miei genitori, nonostante continui a tornare da loro, nel tentativo di soddisfare questi miei bisogni.

Vedo anche la mia difficoltà a mollare alcune convinzioni ed alcune abitudini che riguardano queste relazioni.

Non sto cercando di rinunciare a queste relazioni, ma vorrei dedicare loro il tempo e lo spazio che sento giusto per me.

E tutto questo è il pezzo di un puzzle dove vissuti passati e bisogni e desideri presenti si intrecciano e confliggono. ..

Mantengo nella mia vita una serie di attività ed abitudini che non mi nutrono a sufficienza ed in cui mi sento abbastanza limitata e mai entusiasta.chi.1

È come se avessi scelto, un giorno nel mio passato, di rinunciare all’aria libera pur di mantenere un po’ di sicurezza, così almeno quel poco che ho mi rimane.

E qui percepisco la mia sfiducia nel ricevere, e soprattutto la convinzione che non potrò ricevere quel di cui ho bisogno.

Ho la profonda convinzione che gli altri non possano (o vogliano) darmi ciò di cui ho bisogno: innanzitutto Amore, Attenzione, Protezione e Sostegno e chissà quant’altro ancora.

E quindi vivo con timore le relazioni; convinta non solo che le persone possano cambiare idea da un momento all’altro ed abbandonarmi, ma anche che io richieda troppo rispetto a quanto le persone siano disposte a darmi.

Questa convinzione credo abbia a che fare con l’esperienza del rapporto con mia madre e mio padre nell’infanzia.

Vedo anche meglio la questione dei confini:

          Vedo ad esempio che faccio fatica ad avere un rapporto sereno con la mia responsabilità, delego agli altri l’accettazione o meno delle mie azioni e dei miei sentimenti.

          Vedo la confluenza, ad esempio con mio padre. Quando mi condanna per qualcosa di grave per lui io mi sento in colpa e mi condanno forte quanto lo fa lui, provo vergogna, ma evito questo sentimento evitando il mio rapporto con lui.

L’altro giorno mio padre mi ha ripreso con tutto il suo carico di rabbia perché io non mi prendo cura degli oggetti come vorrebbe lui, dice che io sono trascurata, e lo dice con molto disprezzo.

Normalmente provo vergogna perché, in fondo, penso abbia ragione.

Questo non toglie che non mi piace come mi tratta, perché mi fa sentire sottomessa, piena di vergogna e umiliata.

Da qualche giorno, però, comincio a vedere le linee di confine, tra me  e lui, ed è bellissimo, leggerissimo. Vedo più chiaramente la sua rabbia, il suo condannarmi, i suoi tentativi di fare pressione su di me, comunicandomi con forza il suo disprezzo.

Vedo il tutto come un suo limite, che non riesce a superare.

Mi rendo conto che ciò che lui pretende da me non è così importante per me…

BeneOggi ho desiderio di fare ciò che piace a me, di vivere responsabilmente per quel che conta per me, liberandomi da questi giochi di dominio/sottomissione in cui mi sono incastrata.

 L’ho vista chiaramente questa cosa, ed ho sentito che la sua critica non aveva alcun valore per me, potevo riconoscere l’importanza che aveva per lui, ma insieme a ciò vedevo la mia posizione e la non confluenza di giudizio.

L’ho ascoltato tranquillamente e la sua rabbia mi è sembrata molto meno potente, me ne sono andata con il sorriso sulle labbra.

Sono un paio di settimane almeno in cui le cose che mi accadono le sento molto vivide.

Come fossero immagini che mi trapassano dai colori molto brillanti e decisi.

Una delle questioni con cui sto facendo i conti è la mia soddisfazione.

Spesso ho la percezione che le persone attorno a me siano molto più soddisfatte di me (in termini di lavoro, relazioni, amore,…), come se gli altri riuscissero a far quadrare i conti, a prendere la strada giusta e ad avere, tendenzialmente, una bilancia con saldo positivo circa la loro vita.

“Stare” con questa idea mi ha illuminato!

Ho riconosciuto un po’ di invidia e di senso di ingiustizia in me, a fianco della mia insoddisfazione.

La cosa mi ha incuriosito, e ci sono stata.

Ho abbandonato l’idea degli altri soddisfatti (che riconosco ragionevolmente poco valida)e sono invece stata con la mia insoddisfazione.

Per l’ennesima volta sono tornata allo stesso punto: dove sono io?What can I do

Per l’ennesima volta torno alla solita questione: per essere soddisfatta devo essere consapevole di ciò che ho bisogno di soddisfare… e cosa è questa cosa?

Questa domanda del: E IO, DOVE SONO? Potrebbe essere il titolo di un mio libro e di questo diario, almeno in questi mesi.

Ecco alcune tracce:

          Ho scoperto di delegare l’accettazione e l’approvazione dei miei comportamenti agli altri. In altre parole, non ho fatto esperienza di autocettazione, fiducia in me stessa, ecc…

          Ho scoperto anche di essere egocentrica e quindi in alcuni casi di interpretare gli stati d’animo e le reazioni altrui esclusivamente rispetto a me: se uno è triste e parla poco vuol dire che non gli piaccio e ce la ha con me.

          Sto facendo esperienza, diverse volte, della mia difficoltà a vedere e gestire i confini tra me gli altri. Non so come metterli, quindi o mi lascio invadere oppure, suppongo, invado o do da intendere altro. Anche in questo caso mi rendo conto che la questione del confine mi è sconosciuta, ed il modo in cui mi relaziono all’altro prende principalmente queste due strade: confluenza/intimità – allontanamento/evitamento.

          Ho riconosciuto molte volte, ultimamente, il mio sentimento di inadeguatezza ed inferiorità. Mi sento spesso inadeguata, come se dovessi essere altro e fare altro, ed accanto a ciò provo vergogna e rabbia.

          Mi sono resa conto di intrattenere relazioni personali spesso poco soddisfacenti, in cui mi riconosco poco ed in cui mi incastro in dinamiche vecchie e poco produttive per me.

Ognuna di queste scoperte mi svelava che in fondo io non so proprio dove sono, non so cosa voglio, non mi avvicino con consapevolezza agli altri, non scelgo le relazioni in base ai miei bisogni e modi d’essere, perciò o mi aggrappo, nella speranza di trovare chi più ha da mettere nella relazione, oppure mi allontano non accettando la persona…

Ho scritto una poesia, immaginando di scriverla a mio padre.

ascolto Non c’è fiducia in te

Nessuna traccia

E se tu mi hai cresciuta

Come ho potuto impararla?

Se chi mi mette al mondo

Sospetta e dubita

Di me, dal primo giorno,

dal primo errore

senza possibilità di riscatto

io, questa fiducia,

questo entusiasmo,

da chi lo apprendo?

C’è un mare di lacrime dentro di me

sento la delicata solitudine di bimba

alzo lo sguardo e vedo sotto quale muro sono cresciuta

sogni.22La sproporzionata freddezza di te che eri qui per accogliermi

E la sensibilità nuova di me che  arrivavo

Ho sentito il vuoto

Ho visto la cupezza

Ma oggi sono io,

e nel mio cuore so che di me, finalmente, posso fidarmi

vedo il vuoto

vedo il cupo

ma sento calore

e sono io.

E riesco a sentirmi felice.

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