COUNSELING è: CONTATTO e CONSAPEVOLEZZA.

Dalle pagine di diario  di Fiorella, altri frammenti di formazione dalla Scuola IN Counseling Torino.

scuolaQuesta sera si riparte dalla struttura del corso presentata la volta scorsa.

Si vuole permettere agli assenti di allora di allinearsi con quanto già delineato.

Partono una serie di riflessioni sul ruolo del counselor, su come e quando nasce questa figura professionale, e la definizione che mi colpisce è quella che rappresenta il counseling come un modo di stare al mondo, consapevole, in contatto con se stessi e con il “resto del mondo”.

Dentro di me, quando Domenico pronuncia e spiega meglio questa affermazione, dico:

           “ wow , eh sì, è vero; se si riuscisse a farlo sempre e diventasse una costante, un ‘abilità , un modo ‘spontaneo’ e naturale di esserci, che bella conquista sarebbe”.

…sinceramente al momento sento che ho ancora molto da lavorare, ma mi sorprendo con piacere a richiamarmi al contatto, molte volte: quando sono sul bus, quando sento che non voglio prestare attenzione alle cose, quando mi accorgo che voglio sospendere il contatto, quando sento che mi sta sfuggendo qualcosa.

Il counseling nasce negli anni ’50 in una situazione di emergenza, quando i reduci di guerra, traumatizzati dalla loro esperienza, rappresentano un problema per la società.

Si tratta di aiutare persone in difficoltà a ritornare a vivere, a superare la paura che paralizza o dà origine a comportamenti insani o quanto meno non buoni per i soggetti stessi.

Emerge la figura del counselor come figura di aiuto.

Curioso è constatare che il lavoro del counselor non può prescindere dalle emozioni e questo spesso contrasta il luogo comune del vedere l’aspetto emotivo in opposizione all’aspetto razionale.

Riconosco che questo tipo di convinzione è radicata e fa parte di quegli assunti indiscutibili e per questo non mi è facile prestare attenzione alle emozioni, ridimensionando il piano mentale.

L’INVIDIA …

Invidia7Questa sera, Domenico ha chiesta a Simona di presentare ad Alessandra la Formazione “X”.

Sulla base della presentazione di Simona (dove io personalmente ho sentito concretezza e determinazione) si è aperto un confronto di gruppo basato sui feedback che ognuno di noi ha condiviso, rispetto a ciò che la presentazione di Simona ha scaturito.

L’argomento che mi ha colpito di più è l’invidia, introdotto, provocatoriamente, da Domenico, che ha definito Simona – “allieva prediletta” – nell’invitarla ad aprire le danze, descrivendo le attività e i significati della Formazione X.

In prima battuta ho visto questo gesto come un atto di fiducia nelle capacità di Simona da parte di Domenico.

Successivamente Domenico ha invitato tutti i partecipanti a concentrarsi su come si sentono in questa situazione, dove un altro è l’allievo prediletto, e lì si è aperto il tema dell’invidia che sinceramente mi infastidisce vedere negli altri e rifiuto in me (anche Simona mi è sembrata a disagio nel gestire l’invidia degli altri nei suoi confronti).

Il sentimento dell’invidia lo collego -Domenico forse mi direbbe lo giudico- ad un sentimento pericoloso, ad un’energia negativa per chi la prova e nutro il timore infantile che se la gente mi invidia, mi porterà sfortuna e in qualche modo questo potrebbe nuocermi.

Quando sento l’invidia da parte di qualcuno, tendo ad allontanarmi.

Successivamente quando Edoardo dava il suo feedback rispetto all’invidia provata verso Simona ho percepito una mania di protagonismo, di voler essere il “di più”, tipico della gelosia tra fratelli.

Altri temi mi hanno colpito come la paura dell’emotività degli altri, che riflette la paura dei propri sentimenti da parte di Orlando, ma soprattutto mi ha colpito il tema della fiducia riportato da Alessandra e allora ho realizzato che, nonostante le mie difficoltà, quando mi fido di qualcuno mi sento sollevata, sto meglio, mi fa stare bene, mi sento bene.

L’EVITAMENTO.

Gli interventi di Rino riportano spesso a riflessioni sul tema dell’evitamento; questa sera Rino ha riportato le distanzedinamiche che secondo lui caratterizzano il suo modo di vivere.

Quello che lui ha asserito è stato messo in discussione da Domenico, che ha espresso le sue perplessità sottolineando talvolta alcune contraddizioni rispetto a quanto Rino andava raccontando.

Rino ad un certo punto ha detto di sentirsi bacchettato, in questa frase ho percepito il vissuto di colui che si dispiace perché le sue certezze vengono smontate (e intanto forse anche lui inizia a dubitarne).

Quello che provo quando entro in contatto con Rino mi rimanda ad una persona indifesa, talvolta goffa.

Mi fa tenerezza, vedo una persona che tende a evitare ciò che gli fa male, e che a suo modo cerca di reagire nell’intento di ricercare la positività.

 Ad un certo punto Rino ha detto: “ho sofferto talmente tanto che ormai è automatico per me cercare di trovare sempre il lato positivo delle cose”.

Questo mi colpisce e mi emoziona molto, mi commuove.

Sto con le mie sensazioni e i miei pensieri.

Al prossimo incontro. amanti

BUONA NOTTE!

… L’incontro di oggi è stato molto difficile e oggi ho realizzato la mia difficoltà di concentrarmi e di stare in contatto, questo mi fa arrabbiare perché non mi fa vivere come vorrei.

A questo tema si associa anche la rabbia che ho provato durante un esercizio di ascolto suggerito da Domenico, che aveva chiesto a ognuno di noi di descriversi.

Ho subito provato l’ansia di svolgere il compitino spostando il lavoro e la ricerca su un piano mentale.

Domenico mi ha invitato a stare in ascolto e ho sperato di trovare una soluzione in quei cinque minuti di ascolto.

Nel mio feedback ho parlato della rabbia che ho provato nel non riuscire a trovare un modo per parlare di me dopo aver fatto l’esercizio.

Fiorella ha fallito e non è stata brava, e paradossalmente il compitino l’ho fatto, ma non mi è bastato.

Ho dato maggiore importanza alla rabbia che provo in questo periodo dove mi sento insoddisfatta, per il lavoro e non so cos’altro e per questo tendo a consolarmi con il cibo.

Sento di girare come una trottola tutta la settimana ma non riesco né a godermi le cose né a stare bene per questo, non trovando un senso a tutto quello che faccio (non a caso provo un senso di liberazione quando Domenico invita Roberto a riposarsi e prendersi del tempo per riprendersi dalle fatiche, a seguito del feedback di Roberto dove la fatica e la stanchezza di sé e delle situazioni sono proprio l’elemento chiave del racconto).

Domenico mi chiede se il filo conduttore delle mie situazioni di disagio potrebbe ritrovarsi in un mio bisogno insoddisfatto di essere riconosciuta, di sentirmi dire “brava” e, nel caso, quanto questo possa essere collegato ad un mio mancato autoriconoscimento…

Effettivamente, mi dico che anche se ricevessi continui riconoscimenti, probabilmente mi concentrerei su quella situazione dove il riconoscimento non c’è.

Riconosco che se riuscissi ad autoriconoscermi nel lavoro, nella vita, come persona, probabilmente vivrei meglio alcune situazioni che ora per me sono fonte di malessere.

Mi verrebbe da dire DEVO imparare a riconoscermi, a darmi importanza, ma accolgo l’invito di Domenico e dico VOGLIO.

È più produttivo e indicato dire VOGLIO imparare a riconoscermi e darmi importanza.

Oggi ho trovato molto interessante:

1.      il contributo di Massimo rispetto alla sua assenza di emozioni, che invece io vedo come allontanamento, non volerle vedere, non esserne consapevoli. Questo mi dà il senso, più che “della rosa del deserto” (come dice lui), di un ruscello sotterraneo che c’è e che scorre nascosto e al riparo dal mondo.

2.      quanto realizzato rispetto all’effetto del sorriso: mi piace vedere le persone sorridere e mi predispongo al contatto con l’altro quando vedo un volto sorridente…

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Sorridendo vado a dormire. CONTATTACI

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