Elena Cavallo: un’Insegnante di Feldenkrais alla Scuola IN Counseling.

Elena Cavallo: un’insegnante del metodo Feldenkrais alla Scuola IN Counseling.

Sin dal primo momento che ho conosciuto Elena Cavallo, ho avuto il senso del suo particolare valore, di umanità, di competenza professionale, di sensibilità e di intelligenza.

Elena si è avvicinata alla mia Scuola IN Counseling, con un interesse originario di verificare la possibilità di poter fare qualcosa insieme, principalmente relativamente al lavoro con gruppi di adolescenti. Poi, da cosa è nata cosa. Elena ha portato il Feldenkrais alla mia scuola e, alla mia scuola, Elena sta per diplomarsi.

Oggi ho ricevuto da Lei quanto, nella sua tesi per il Diploma di Counselor, scrive sull’ “Osservazione Non Giudicante”.

Ho subito pensato di pubblicarlo qui, nel blog della scuola, perché l’ho visto proprio come un bel modo di testimoniare la bellezza di questo nostro incontro.

Ed ecco quindi che io, Domenico Nigro, ho il piacere di presentare il capito 3 della Tesi per il Diploma di Counselor di Elena Cavallo, insegnante del metodo Feldekrais, attuale Presidente dell’ AIIMF, Associazione Italiana Insegnanti Metodo Feldenkrais, diplomanda Scuola IN Counseling Lo Specchio Magico Torino:

Capitolo 3: OSSERVAZIONE NON GIUDICANTE

Per approcciarmi a questa pratica così difficile da integrare nel mio modo di agire, pensare, sentire, sono andata a riprendere le parole di Jon Kabat-Zinn, nel suo libro Dovunque tu vada ci sei già, quando dice che tendiamo a vedere la realtà attraverso lenti colorate: la lente del dubbio riguardo a giudicare positivamente o negativamente un fatto o qualcuno, a rendere valida o meno un’idea e invita a praticare la sospensione di qualunque giudizio lasciando che ciascun momento rimanga così com’è, senza valutarlo ‘buono’ o ‘cattivo’.

Sospendere il giudizio non comporta la rimozione dello stesso, ma il lasciarlo appeso ad un filo, sospeso come il funambolo Philipe Petit, divenuto famoso il 7 agosto del 1974 per aver installato un cavo tra le Torri del World Trade Center e averlo attraversato.

Sospeso a 412 metri d’altezza, disobbedendo alla gravità, con milletrecentocinquanta piedi di caduta libera, Philipe compie l’impresa che lo renderà celebre in tutto il mondo, impresa che mi piace leggere come metafora per descrivere questa pratica.

Consideriamo che la nostra vita è il cavo, noi esseri corpo-mente siamo il funambolo e i piedi che si aggrappano al cavo sono il nostro sentire.

Quando tutte queste parti sono in armonia ci muoviamo sul filo della vita in equilibrio e compiamo le nostre attraversate presenti a noi stessi, al contrario se una componente prevale sull’altra è facile perdere l’equilibrio.

Quale ruolo riveste il giudizio in questo disegno?

Quella tipologia di giudizio che segue logiche consequenziali preordinate e automatiche, che si sclerotizza nel pre-giudizio, impedisce alle idee di svilupparsi, produce reazioni emotive e comportamenti fissi e ripetitivi che non muovono al cambiamento, toglie motivazione alla ricerca di novità, di cose nascoste, uccide il gusto di esplorare nuove possibilità.

Il giudizio che ha queste caratteristi, che produce tossicità cronica, che ci impedisce di accogliere gli eventi e le persone nella loro essenza, ci appesantisce e destabilizza.

Sul cavo della vita bisogna procedere con cautela, come scrive Petit nel suo Trattato di Funambolismo “ogni pensiero sul filo è una caduta in agguato”e aggiunge “ quando la posa di ciascun piede sarà diventata naturale, le gambe avranno raggiunto la loro indipendenza, e voi il gesto di un passo nobile e sicuro. [1]

E ancora Petit in Toccare le nuvole, libro che racconta la sua memorabile impresa al World Trade Center: “Funambolo, fidati dei tuoi piedi! Lascia che ti guidino; conoscono la strada[2]”.

L’osservazione non giudicante è un esercizio da eseguire con pazienza, attenzione, dando fiducia al proprio sentire, accettando le cadute.

Muovendoci in questa direzione, quando riconosciamo una forma di giudizio, se siamo capaci di riposizionarla sul piano del sentire, ovvero di chiederci come ci fa sentire quel giudicare, allora possiamo scegliere istanze mentali di maggior valore e migliore funzionamento.

Assumere un atteggiamento acritico verso i pensieri che si susseguono nella mente, non significa che i giudizi non continuino, anzi è nella natura stessa della mente confrontare, giudicare, valutare. Non dobbiamo tentare di porre rimedio a questo flusso di pensieri inevitabili e limitati, corrente di simpatie e antipatie consce e inconsce, ma guardare dentro il nostro corpo e la nostra mente-cuore senza ostilità, con delicatezza e tenerezza[3].

In qualità di counselor siamo chiamati a prestare attenzione alle forme di giudizio che formuliamo.

Come sottolinea Domenico Nigro nel Manuale per la formazione IN Counseling[4] non è corretto dire che ‘i counselor non giudicano’, poiché è impossibile non giudicare, anzi in molte situazioni, anche nelle relazioni di counseling è utile, se non necessario, avere buone capacità di giudizio.

Quello che il counselor non fa nella relazione di counseling è giudicare la persona, il cliente, perché questo preclude possibilità di sviluppo della relazione in una direzione funzionale e creativa.

Il counselor presta attenzione alle forme e ai contenuti dei giudizi propri e a quelli che esprime il cliente, impara a gestirli attuando modalità che li prevengono e ne diminuiscono gli effetti.

Nel Metodo Feldenkrais l’insegnante incomincia quasi sempre la lezione invitando l’allievo a  portare attenzione verso se stesso e il proprio corpo.

Uno scanning iniziale in posizione sdraiata, talvolta in piedi o seduti, permette di osservare lo stato di partenza per poi valutare i cambiamenti intervenuti.

L’insegnante chiede di lasciare andare tensioni e osservare la qualità del contatto, la distribuzione del peso, le caratteristiche che determinano le differenze tra i due lati del corpo.

Questo modo di procedere fa emergere ogni volta sensazioni diverse che permettono alla persona di riconoscere e valorizzare lo stato presente.

L’insegnante segue l’allievo mantenendo uno sguardo aperto, un’osservazione oggettiva e invita l’allievo a fare lo stesso verso se stesso.

Il Metodo Feldenkrais dà estrema importanza alle risorse della persona, lavora nel rispetto della struttura individuale, non fornisce un modello di riferimento, perciò è facile, soprattutto all’inizio imbattersi nel disorientamento rispetto a cosa fare e non fare, che si esprime nella cruciale domanda: “E’ giusto o sbagliato?”.

Sospendere il giudizio aiuta: a dar valore e fiducia alle sensazioni così come si manifestano, ad attivare il proprio potenziale creativo che emerge quando il pensiero è libero da formulazioni di questo tipo: ‘sto facendo bene o male/giusto o sbagliato? ’,‘sono storto’, ‘mi sento pensante, perché troppo grasso’, ‘non sono capace’, ‘non capisco cosa devo fare’, etc

Allenando la propriocezione, quella potenzialità che ci permette di comprendere cosa succede all’interno del nostro corpo, facciamo esperienza di come la struttura anatomica attesti che il corpo è destinato ad un mondo che non abbraccia né possiede, ma verso il quale non cessa di dirigersi e progettarsi. In questa apertura del corpo c’è il tentativo di  dar senso alle cose, provare la loro resistenza, il loro essere manipolabili.

Conoscendo le cose del mondo il corpo si conosce come quell’insieme di possibilità che  le cose del mondo costantemente verificano[5].

Se consideriamo che il corpo è pro-tensione verso il mondo e il mondo è il punto d’appoggio per il corpo, abbiamo bisogno di sgomberare la mente da pensieri che ostacolano questa tensione, questo canale diretto ‘dentro’ e ‘fuori’ di noi.

Racconterò in questo paragrafo la mia esperienza come insegnante feldenkrais e allieva presso la Scuola IN Counseling a dimostrazione di quanto la pratica dell’osservazione non giudicante mi abbia liberato dall’idea che le lezioni potessero avere come chiavi di lettura solo quelle scelte da me.

In questi anni di formazione presso la scuola IN Counseling ‘Lo Specchio Magico’, Domenico mi ha offerto la possibilità, fin dal primo anno, di tenere lezioni di Consapevolezza attraverso il Movimento® con il Metodo Feldenkrais ad allievi della scuola ed esterni.

Gli incontri ribattezzati di ‘felden gestalt counseling’ si sono svolti nei primi due anni della mia formazione con un appuntamento calendarizzato ogni quindici giorni, talvolta durante i weekend di formazione e a giugno 2021 durante il seminario residenziale condotto dai trainers della Scuola.

Nel primo periodo di sperimentazione della pratica feldenkrais in relazione al counseling, Domenico proponeva temi ai quali rispondevo con intere lezioni feldenkais della durata di quaranta/quarantacinque minuti.

Gli incontri prevedevano un momento iniziale in cui i presenti condividevano con il gruppo il proprio stato e un momento successivo alla pratica di verbalizzazione dell’esperienza attraverso feedback.

Questa integrazione di momenti dedicati alla condivisione prima e dopo la pratica ha costituito per me una novità che ho assimilato incontro dopo incontro.

Nel tempo sono riuscita a trasferire questi spazi di verbalizzazione nei miei gruppi di feldenkrais fuori dalla scuola e, anche se non dedico lo stesso tempo, ho osservato che i miei allievi imparano di più quando esprimono ad alta voce ciò che hanno provato durante la lezione.

Il passo successivo è stato quello di considerare che la condivisione non è solo esternare il proprio sentire, ma fornire al gruppo punti di ancoraggio che ciascuno può far propri se non interviene il giudizio.

All’inizio non comprendevo le finalità degli incontri di ‘felden gestalt counseling’ così gestiti. Giudicavo inappropriato il modo in cui le mie lezione venivano ‘interpretate’.

I miei compagni, infatti, erano invitati a raccontare l’esperienza vissuta dal punto di vista del proprio sentire a rispondere alle domande di Domenico: cosa dice di te questa osservazione? Cosa dice della tua vita adesso, del tuo modo di essere? Cosa te ne fai di questa esperienza?

I giudizi severi che ho messo in atto per difendere le lezioni feldenkrais e il mio operare, non mi hanno permesso, per quasi un anno, di vedere ciò che nella proposta di Domenico poteva essere utile per la mia formazione e la mia crescita professionale.

Grazie alla fiducia da me riposta in Domenico e alla sua costanza nel mantenere questo appuntamento ho continuato ad insegnare nonostante le mie perplessità.

Sono stata aiutata anche da Alessia Rigante, mia compagna di formazione, che mi ha accompagnato per più di un anno durante gli appuntamenti di ‘felden gestalt counseling’ gestendo i momenti di condivisione.

Ho potuto osservare la calma e la presenzacon la quale Alessia si rivolgeva ai partecipanti accogliendo i loro feedback con un atteggiamento neutro, di ascolto e privo di spiegazioni.

Il primo passo verso una mia apertura è stato quello di accettare le condivisioni dei miei compagni senza giudicare quanto queste aderissero ai pensieri che avevo formulato per scegliere la lezione o alle sensazioni che io stessa avevo sperimentatodurante lapratica.

Ciò che riconosco ora, riportando queste considerazioni, è la contraddizione perpetuata nell’invitare gli allievi a osservarsi e muoversi senza giudizio e il mio agire giudicante.

Ho ridotto i giudizi che rivolgevo in merito alla qualità del mio insegnamento e alla scelta delle lezioni quando ho finalmente compreso che le pratiche, corte o lunghe che siano, sono un pretesto per ‘imparare ad imparare’, ovvero per scoprire attraverso il contatto con il corpo e i gesti, i propri schemi motori, che sono anche schemi mentali, e per riconoscere quanto quest’ultimi siano funzionali al proprio benessere, sostengano istanze di sviluppo della creatività o al contrario ostacolino la nostra crescita.

Accogliendo questo processo mi sono lasciata trasportare dagli infiniti sviluppi delle mie lezioni.

Osservare senza giudicare è stato il processo che più di altri ho dovuto integrare per: evolvere il mio insegnamento, imparare ad accompagnare il passaggio dal corporeo al verbale e stimolare l’osservazione di sé riferita ad altri ambiti della propria vita.

Osservo con interesse che questo processo ha influenzato anche la mia vita.

Oggi riconosco di aver fatto un passo in avanti nell’accogliere gli accadimenti del quotidiano con sempre minore resistenza e maggiore curiosità. Questo mi fa sentire più leggera e a tratti più funambola sul cavo d’acciaio.

Un altro aspetto che ho integrato nelle mie lezioni è quanto sia importante scegliere le parole .

Il mio insegnamento è verbale, non mostro movimenti, guido solo con la voce. Le mie parole muovono le persone. Devono avere ritmo e intensità per avere l’attenzione di chi mi sta di fronte.

Attuo un’osservazione non giudicante quando osservo quanto per ciascun partecipante  parole come ‘lento’, ‘minimo’, ‘leggero’, risuonino diversamente.

Se in sala ci sono quindici persone, ci saranno quindici interpretazioni differenti del concetto di lentezza e o del significato di ‘movimento minimo’. Non sta a me giudicare quale sia il movimento corretto, piuttosto aiutare gli allievi ad essere consapevoli della loro scelta. Riprenderò il discorso del linguaggio e del meta-verbale nel paragrafo dedicato ai feedback.

Concludo questo argomento riportando alcuni estratti delle condivisioni dei miei compagni dopo una lezione di ‘felden gestalt counseling’ co-condotta da me e Alessia.

Rosa: quando sento che tutte le parti del corpo cooperano, il movimento diventa più leggero e rotolare è divertente.

All’inizio della lezione, da sdraiata, avevo meno punti di contatto e sentivo il corpo più pesante, alla fine ero molto più appoggiata, ma avevo una sensazione di maggiore leggerezza nel corpo che mi ha procurato sorpresa.

Gianni: all’inizio che le indicazioni di movimento erano precise, sentivo che c’era un ordine e mi sembrava di fare più fatica a muovermi, quando le indicazioni erano di seguire il proprio flusso, percepivo maggiore disordine, ma più facilità nel movimento. Oggi sono stato meglio nel disordine.

Francesco: la sensazione più forte è stata quella del divertimento; il piacere di sentire le parti del corpo che cooperavano, cura nell’accompagnare il rotolamento di Alessia.

Alessia: mi godo la libertà di fermarmi quando voglio e di immaginare i movimenti.

I feedback che seguono sono stati raccolti dopo una sessione di feldenkrais durante la formazione residenziale a giugno 2021. In quei giorni abbiamo lavorato sulle pratiche del counseling che riporto in questo capitolo. In particolare le mie proposte erano orientate al tema dell’osservazione non giudicante.

Rosa

Nel primo esercizio non riuscivo a visualizzare le pennellate della colonna vertebrale, ma ci stavo, quando abbiamo incominciato a muovere la colonna grazie alla propulsione dei piedi la percepivo a blocchi e poi un graduale scioglimento. Sono stata con quello che non vedevo.

Sono stata con la ricerca del piacere e lacuriosità

Qui Domenico fa notare la differenza tra dire ‘sono stata con ciò che non vedevo’, che rientra nella sfera dell’osservazione e lascia aperta la porta al cambiamento, e come sarebbe stato se Rosa avesse detto ‘sono stata con ciò che non riuscivo a vedere’, frase che contiene un giudizio che chiude la possibilità di esplorazione.

Claudia

Molta libertà all’inizio nel poter scegliere come stare, mi ha permesso di valorizzare la mia decisione, la mia soggettività.

Nel movimento della colonna ero in difficoltà per il dolore che mi procurava male alla schiena.

Ho provato perché era giusto provare.

Immaginare di spingere dai piedi e sollevare la colonna mi ha fatto piacere, anche se non come nel primo esercizio. Mi sono accorta che il respiro è tornato a fluire e ho provato piacere.

Ho lavorato con Titty, ma non sono riuscita a sentire bene la sua colonna, forse perché sono imbranata. Anche se non sono riuscita a sentire la sua colonna ho avuto la sensazione che le facesse piacere il mio contatto. Sentivo che Titty stava con me, ho potuto esprimere il mio bisogno di prendermi cura di lei.

Domenico fa osservare come suoni diverso dire ‘ho provato perché volevo provare’, frase che valorizza le proprie decisioni, piuttosto che ‘ho provato perché era giusto provare’, frase che limita alla categoria giusto/sbagliato la scelta dell’agire.

Felicia

Esprime il suo stato ansiogeno per la presenza di troppa gente in sala e nel descrivere come si è sentita durante una delle esercitazioni usa l’espressione ‘mi sono irrigidita’.

Domenico domanda a tutto il gruppo come risuona riformulare la frase dicendo ‘ho percepito la mia rigidità’ e pone alcune domande aperte: Quando ti irrigidisci da dove arriva la tua rigidità?

Posso irrigidirmi volontariamente come fa fare Stanislavsky ai suoi attori?

Quando è utile irrigidirsi? Cosa succede se mi irrigidisco quando non è necessario e mi faccio male?

Riporto questi esempi a dimostrazione pratica di come e quando le esperienze sul corpo possono essere viste come pretesto per agganciarsi a stati della vita e avere nuove prospettive.

Francesco

Rispetto alle diverse proposte ho provato gusto a sentire la trazione, il collegamento tra il bacino e la testa attraverso la colonna vertebrale.

Ho notato che quando mi ascolto sono più presente con quello che c’è e meno con i pensieri.

I pensieri che non servono si perdono, rimangono quelli che valgono.

In generale tanto più mi ascolto tanto meno penso.


[1]Philipe Petit, Trattato di Funambolismo, Ponte alle Grazie

[2]Philipe Petit, Toccare le nuvole, ed. Tea

[3]JonKabat-Zinn, Dovunque tu vada ci sei già, Corbaccio, pp. 54-56

[4] Domenico Nigro, “Il Manuale per la Formazione IN Counseling”.

[5]U.Galimberti, Il corpo: antropologia, psicoanalisi, fenomenologia, Milano, Feltrinelli, 1983

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