Giocando con le emozioni®

Giocando con le emozioni®

Gioco di società ideato e prodotto da Daniela Ostano[1].

Nel mio lavoro di assistente sociale, che svolgo da più di 20 anni, di emozioni ne ho provate tante e ne ho viste provare. Ho spesso aiutato a dare dei nomi  a momenti vissuti e ad emozioni provate, da parte di chi decideva di aprirsi e confrontarsi sulla propria vita, così come, ho compreso chi le ha trattenute per paura e non fiducia o semplicemente non si sentiva pronto a condividerle.

Anni fa ho deciso di ampliare il mio sapere e anche la conoscenza di me stessa effettuando una scuola di Counseling[2], avendo la fortuna di ricevere una formazione che comprendeva contaminazioni junghiane e gestaltiche.

Da qualche anno collaboro con l’associazione lo Specchio Magico[3],  come formatrice ed effettuando una supervisione mensile di gruppo.

Lavorando con gli adolescenti e vedendo la difficoltà che a volte incontrano a dare un nome alle emozioni da loro provate, avendo due figli e stando a contatto con molte persone, come counselor, assistente sociale, donna e madre, mi è venuto in mente di cercare uno strumento utile  per poter introdurre e approfondire il tema delle emozioni.

Da tempo mi interrogavo su come mettere insieme parti della mia vita professionale e  privata.

Un giorno pensando a come fare per parlare di emozioni ai miei figli, non in modo didattico o noioso per loro, mi è venuto in mente di realizzare un gioco da tavolo, qualcosa che non facesse subito pensare ad un lavoro in cui  fare fatica, ma avesse un risvolto ludico e anche di “sana competizione” per renderlo più accattivante.

La prima idea è stata quella di creare un gioco dedicato ai bambini, pensiero sicuramente influenzato dall’avere due figli nati nel 2007 e nel 2011 e dal film “Inside out”[4].

In un secondo momento mi sono chiesta se le emozioni e la loro scoperta, abbiano un’età e così ho pensato non fosse necessario dedicarlo solo ai bambini.

Quando ho sottoposto la mia idea a Domenico Nigro, mi ha invitato a considerare la possibilità di utilizzarlo con gli adulti, in svariati ambiti formativi.

Abbiamo fatto alcune sperimentazioni nella sua scuola e messo a punto una versione definitiva del gioco, a cui mio marito (che si occupa di grafica pubblicitaria) ha dato una definitiva veste grafica.

Questo gioco vuole essere uno strumento che ci permette di nominare le emozioni e di renderle oggetto di un processo di alfabetizzazione emotiva, mettendoci nella condizione di dare un nome a ciò che sentiamo.

La spinta è stata una frase di Kurt Lewinpercepiamo la forza della corrente standoci dentro e non guardandola dal battello”.

L’idea di immergersi nelle emozioni, invece di farne lo spettatore, mi ha evidenziato il bramoso bisogno di chi vive le emozioni altrui, quasi a volerne fare esperienza di riconoscimento cognitivo, non permettendosele in proprio.

Tutto mi rimanda all’importanza dell’imparare ad ascoltare le emozioni!

Spesso capita di occuparcene “guardandole dal battello”, seguendo i reality e tutte quelle trasmissioni che giocano sulle situazioni di relazioni difficili, dove le persone piangono in televisione, dove le emozioni vanno in scena, ma si vivono quelle degli altri o al massimo si espongono nella bacheca di facebook.

Tutto ciò evidenzia, a mio vedere, il bisogno delle persone di riscoprire che le emozioni esistono e se ne può parlare.

Diamo sempre più valore all’immagine, all’apparire piuttosto che all’“essere” e al “sentire”, preferendo il parlare all’ascoltare; un parlare unidirezionale, che non aiuta la relazione.

E’ importante sviluppare l’empatia perché è uno strumento utile a favorire l’altruismo e far riconoscere bisogni ed emozioni degli altri, ma anche i nostri.

Credo che il gioco, che qui vi presento, possa servire all’incremento della consapevolezza delle proprie emozioni e a sviluppare capacità empatiche.

L’empatia rappresenta la percezione degli stati d’animo degli altri, la loro presa in considerazione e il loro riconoscimento; ci permette di vivere delle relazioni in modo pieno, perché ci fa percepire la prospettiva degli altri, fornendoci quel valore aggiunto dato da una visione degli eventi, delle situazioni, delle sensazioni e dei desideri.

Una scoperta interessante in questo senso è il ruolo del sistema dei neuroni specchio. Questi iniziano a lavorare fin da quando siamo piccoli e attraverso una forma di imitazione dell’altro, ci aiutano proprio alla comprensione del significato delle azioni altrui, rendendo “così possibile quella reciprocità di atti e di intenzioni che è alla base dell’immediato riconoscimento da parte nostra del significato dei gesti degli altri”[5].

Nel cervello di un osservatore, il disgusto o il dolore nel volto di una persona determinano una modifica nell’attivazione delle sue mappe corporee tali da fargli “sentire” l’emozione dell’altro.

Il meccanismo dei neuroni specchio ci supporta quindi nella comprensione degli altri e ci permette di entrare in relazione con le persone prima ancora di ogni mediazione concettuale e linguistica.

Sono centinaia le emozioni e non c’è accordo nell’identificarle.

Daniel Goleman[6], studioso nel campo dell’intelligenza emotiva, afferma che il repertorio comportamentale dell’uomo è in buona parte determinato dalle emozioni.

Coniando il termine “intelligenza emotiva”, Goleman fa riferimento alla capacità delle persone di riconoscere i propri sentimenti, di rintracciarli negli altri, di motivarsi e di riuscire a gestire le emozioni in maniera positiva sia a livello interiore sia nelle relazioni sociali.

Tenendo conto di tutto questo nel pensare a quale gioco utilizzare, il pensiero fu subito chiaro: “Il gioco dell’oca”, più come idea del percorso, della spirale, delle caselle su cui porre delle azioni da compiere e non legato ai simboli classici del labirinto, il ponte, il pozzo, la prigione e la morte. Anche perché di questo esisteva già un lavoro più di tipo psicanalitico e sistemico a cura di Philippe Caillé[7].

Il concetto di gioco di percorso ha certamente origini molto antiche, mentre il gioco dell’oca inteso nella forma moderna (con il percorso a spirale e le decorazioni tipiche) risale alla seconda metà del XVI secolo. In questa mia variante, l’idea di percorso è quello delle scoperte che ci fanno crescere, indipendentemente da un obiettivo di vittoria. In fondo la parola emozione deriva da emouvoir cioè mettere in movimento.

Il simbolo della spirale mi ha sempre affascinata tanto da volerlo dipingere sulle pareti della mia prima casa  e darne varie rappresentazioni.

Cosa rappresenta? La spirale è simbolo di morte e di rinascita, di espansione e di sviluppo, rappresentazione del movimento energetico. Richiama il flusso degli eventi, in un continuo moto di creazione e distruzione, difatti le vengono attribuite accezioni opposte, quindi sia  simbolo positivo sia negativo, ma anche del caos  quando diventa forza che risucchia o forza caotica. La sua formazione si trova in natura sia nel regno animale sia vegetale (viti, lumache e conchiglie).

E’ la forma del movimento circolare che si avvicina al centro per poi allontanarsene e viceversa, muovendosi come l’Universo e viene usato anche nei mandala, come  simbolo  di crescita.

Le emozioni individuate nel gioco sono molte e alcune molto complesse, alcune sono sensazioni, sentimenti e addirittura vizi capitali, per esercitarci a cogliere le definizioni al di là del giudizio privato o culturale.

Le emozioni non sono belle o brutte: esistono, si provano.

Il tabellone su cui si gioca è stato pensato grande, in modo da consentire di porlo, volendo, a terra e far sedere intorno i partecipanti.

Le carte con cui giocare sono scelte di volta in volta secondo l’età e le competenze dei partecipanti, a cui se ne fornisce l’elenco.

“Giocando con le emozioni” è stato sperimentato in diversi contesti: con i bambini frequentanti l’ultimo anno della scuola d’infanzia, con gruppi misti di bambini dai 6 ai 10 anni, con genitori e figli insieme, con bambini della scuola primaria e ragazzi della scuola secondaria. È stato anche utilizzato alla scuola “IN Counseling”, per sviluppare il lavoro di consapevolezza e conoscenza delle emozioni da parte dei futuri counselor.

Il gioco può essere utilizzato con diversi fini: semplicemente come gioco da tavolo o come strumento formativo ed esperienziale, nei più svariati contesti privati o pubblici-professionali, per esperienze di team working / building, per progetti di apprendimento cooperativo, soprattutto in ambito scolastico, e per ogni fattispecie didattica-formativa centrata sullo sviluppo delle competenze relazionali e di gestione delle risorse umane.

L’esperienza con i bambini è stata molto arricchente, mi ha fatto vedere come l’avere meno filtri dati da cultura, morale e giudizio porti ad arrivare subito al nocciolo delle cose e a farsi comprendere.

I bambini sono liberi e in poche parole o gesti riescono ad esprimere i loro sentimenti ed emozioni.

Con gli adolescenti sembra a volte prendere il sopravvento il bisogno di vincere e di completare il gioco, presi dal loro bisogno di velocità, salvo poi accorgersi che si possono esprimere contenuti che non sempre è possibile esprimere dal vivo.

Degli adolescenti conosciamo le difficoltà relazionali, oggi complicate dalla presenza/influenza dei “social” nella nostra esistenza quotidiana.

In una scuola di Counseling il gioco può durare l’intero fine settimana di lavoro, con vari riferimenti formativi e capacità di portare parti di sé e di condividerle apertamente.

Un obiettivo portante è, come già detto, la valorizzazione dell’empatia. Scoprire le proprie emozioni e comprendere quelle delle persone con cui ci relazioniamo per lavoro, per amicizia o affetto, è importante per stabilire un buon contatto.

Questo gioco affina l’ascolto e la capacità di riconoscere ciò che sentiamo e ciò che sentono gli altri, attivando il confronto sulle differenze di vivere, percepire, esprimere  emozioni e sentimenti.

Si può giocare esclusivamente in gruppo.

Il fatto di non giocare da soli, tutti contro tutti, consente di confrontarsi e di aprirsi ad altri modi di provare e sperimentare emozioni, sentimenti e stati d’animo, con la “funzione specchio” [8] tipica dei lavori effettuati in gruppo. Inoltre offre la possibilità di avvicinare i componenti delle squadre e farli sentire un insieme dove ognuno ha la sua parte.

Lo scopo del gioco è far indovinare le emozioni alla propria squadra per poter procedere sul tabellone. Per poterlo fare bisogna intraprendere delle azioni dettate dalle caselle su cui si giunge dopo aver tirato i dadi, come da buona tradizione dei giochi da tavolo.

Le azioni da compiere sono dei buoni esercizi e anche dei giochi o attività conosciute ed esistenti, così mimando, raccontando storie o inscenandole si cerca di far comprendere alla propria squadra la carta emozione pescata.

La scultura umana[9] è un’altra delle azioni possibili. Questa attività permette di far interpretare ad un gruppo l’emozione attraverso l’uso del corpo, “materia prima” dello scultore, come fosse argilla plasmabile.

L’idea di partenza, che attraverso un gioco sarebbe stato più facile e divertente lavorare su emozioni, sentimenti e correlati vari, è stata confermata ogni qual volta questo gioco è stato eseguito.

Ogni volta che l’ho visto realizzare è stata per me una grande emozione, così come la scelta di registrarlo e vederlo nascere.

Ringrazio qui gli allievi delle scuole e le scuole stesse dove è stato sperimentato, il Comitato Mamme Borgo 10128, i miei figli che hanno dato l’impulso iniziale a questo lavoro e che si sono divertiti a giocarci, Domenico Nigro e in ultimo non per ordine di importanza, mio marito Franco De Nicola che ha lavorato alla realizzazione grafica e di packaging.

Il gioco è un marchio registrato.

Per saperne di più: conoscerlo, sperimentarlo e acquistarlo, CONTATTAMI QUI

oppure scrivimi a:  danielaostano70@gmail.com

[1]Daniela Ostano, l’inventrice del gioco, vive a Torino, è madre di due figli, lavora come assistente sociale specialista con gli adolescenti presso il Consultorio Giovani dell’Asl Città di Torino, dedicando parte del suo lavoro anche alla promozione della salute.

[2]Scuola di Counseling “dinamiche relazionali” di Torino.

[3]L’Associazione “Lo Specchio Magico” di Torino è un’associazione culturale che si occupa in generale di formazione e crescita personale, e in particolare ospita la scuola “IN Counseling”, il cui Direttore è Domenico Nigro, con cui ho avuto modo di condividere e ampliare la mia idea iniziale del gioco.

[4]Inside Out è un film di animazione del 2015 realizzato dai PixarAnimationStudios e distribuito dalla Walt Disney Pictures, diretto da Pete Docter insieme al co-regista Ronnie del Carmen.

[5]G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006

[6]D. Goleman, Intelligenza emotiva, BUR Saggi, Milano 2001

[7]P. Caillé, Y.ReyGli oggetti fluttuanti. Metodi di interviste sistematiche, Armando editore 2007

[8]Rispecchiamento:osservazione negli altri di dinamiche intrapsichiche personali

[9]prende spunto dalla scultura  della famiglia, utilizzata per la prima volta in ambito sistemico-relazionale negli anni ’60

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