Il Counseling, che poi vuol dire Cambiamento.

In questi tempi socio-culturalmente così disastrati, cosa può aiutarci ad affrontare le nostre difficoltà del vivere?

Il Counseling! che poi vuol dire cambiamento; il Counseling, che è una relazione interpersonale gestita con la finalità di aiutare il prossimo a meglio affrontare problematiche esistenziali varie, di ogni genere e tipo.

Il Counseling, che si qualifica come particolare relazione d’aiuto in quanto straordinaria gestione, di applicazione e valorizzazione, di alcune, specifiche e particolari, potenzialità umane, che qui elenco:

  • Accoglienza,
  • Ascolto,
  • Osservazione non giudicante,
  • Empatia,
  • Confronto critico,
  • Comunicazione interpersonale,
  • Espressione Artistica,
  • Creatività.

Tali potenzialità umane, debitamente valorizzate e usate nelle nostre relazioni d’aiuto, per noi Counselor sono le nostre “Competenze/Abilità di Counseling”, quelle su cui principalmente ci formiamo, quelle che, debitamente applicate, qualificano la nostra professionalità.

Ma cos’è una potenzialità?

Una potenzialità è una facoltà “in nuce”, che abbiamo bisogno di sviluppare e valorizzare, allenandola continuamente, per poterla usare al meglio delle sue possibilità.

Nel linguaggio comune, ad esempio, parliamo di “facoltà mentali”, “facoltà di intendere e di volere”, come funzioni che un individuo può esercitare secondo le proprie possibilità.

Abbiamo altresì, come esseri umani ed ancora ad esempio, le “facoltà” di correre, di stare svegli, di leggere, di cantare, di respirare, di mangiare, di lavorare, di svolgere determinate mansioni e azioni, di interessarci a certe questioni, ecc. ecc. ecc.

Noi Counselor, come “potenzialità/facoltà” specificatamente utilizzate nelle nostre relazioni di Counseling, attiviamo e gestiamo, in modo strategico, accurato ed organizzato, le “facoltà” di accogliere, di ascoltare empaticamente ed attivamente, di osservare senza giudicare, di confrontarci criticamente, di comunicare efficacemente, di esprimerci artisticamente, di agire creativamente.

La Competenza/Abilità con la quale usiamo queste nostre “potenzialità/facoltà” ed il rilievo che a queste diamo nel nostro operare in qualità di Counselor è esattamente ciò che qualifica e definisce una relazione di Counseling.

L’insieme di Competenze/Abilità, che qui chiamiamo di Counseling, del Counseling marcano ed occupano l’intera identità, respingendo l’intromissione di altre Competenze/Abilità, proprie di altre professioni.

Il Counseling è Counseling proprio perché è un fortilizio dai confini invalicabili; la relazione professionale di Counseling trae da questo fatto il proprio, esclusivo e specifico, punto di forza.

Cosa voglio dire con questo?

Voglio dire che il Counseling ha un’identità che si fa forza di alcuni specifici propri limiti, di alcune particolari proprie impossibilità:

  1. quella dell’ interpretare/giudicare/diagnosticare,
  2. quella del prescrivere qualsivoglia piano sanitario-terapeutico.

Il Counseling è incompatibile con l’interpretazione, il giudizio, la diagnosi.

Chi interpreta, giudica, diagnostica, NON fa Counseling, NON PUÒ FARLO!

Il Counseling, come relazione d’aiuto, consegue i propri buoni risultati perché utilizza competenze che funzionano al meglio delle loro possibilità, solo in assenza di giudizio, di diagnosi, di interpretazione.

Se gli Psicologi comprendessero questo fatto la smetterebbero di farci la guerra!

Per gli Psicologi, diagnosticare lo stato mentale delle persone a cui prestano i loro servizi è condizione indispensabile, necessaria, obbligatoria, per decidere il da farsi con loro.

Noi Counselor, invece, pensiamo che il NON diagnosticare lo stato mentale delle persone con cui lavoriamo sia una condizione indispensabile per rendere efficace il nostro intervento.

Paradossalmente, noi Counselor siamo la categoria professionale che in assoluto ha meglio e maggiormente dato valore ad una delle “scoperte” (dell’acqua calda!) più significative della Psicologia Umanistica:

  • l’importanza di considerare la persona nella sua interezza; quella di far leva sulle sue potenzialità di crescita, sviluppo, maturazione, per affrontare le difficoltà che incontra nel vivere la propria esistenza, prima di ricondurre queste difficoltà ad un qualche stato di malattia o disturbo mentale.

La possibilità di aiutare il prossimo a risolvere i propri problemi esistenziali, di volta in volta legati alle difficoltà del vivere e del crescere, ricorrendo a quelle che qui abbiamo chiamato “Competenze di Counseling” è un insegnamento che deriviamo, in generale, da tutte le “Scienze” definite “Umane”: Filosofia, Storia (di tutto ciò che riguarda l’esistenza umana e le sue forme espressive), Antropologia, Sociologia, e, in ultimo, dalla Psicologia.

Le scienze umane, con le esperienze che hanno raccolto e indagato, in mille modi ci hanno insegnato il valore e l’importanza del saper accogliere, ascoltare empaticamente ed attivamente, osservare senza giudicare, confrontarsi criticamente, comunicare efficacemente, esprimersi artisticamente, agire creativamente.

Chi fa Counseling professionalmente si assume la responsabilità (respons-abilità: capacità di dare buone risposte) di utilizzare in chiave di aiuto tali competenze; di utilizzarle, in “modalità strutturata ad hoc”, per aiutare chi non ce la fa, coi propri mezzi/risorse personali-sociali, ad affrontare difficoltà del vivere quali, ad esempio: una crisi coniugale, una perdita del lavoro, l’orientarsi nelle proprie scelte di studio, il trovare la forza per affrontare uno stato di malattia (proprio o di una persona cara), la gestione di un cambiamento residenziale o un qualsivoglia conflitto interpersonale, privato o di natura professionale.

Ma, circa l’utilizzo delle “Competenze di Counseling” messe in campo in una relazione di Counseling gestita da un professionista specifico che chiamiamo Counselor, qui in Italia abbiamo un problema d’ordine giuridico!

La questione si pone in questi termini:

poiché una branca della Psicologia moderna ha utilizzato e utilizza il Counseling come parte del proprio agire professionale, alcuni psicologi vedono il Counseling come un dominio di loro esclusiva competenza e fanno la guerra a noi Counselor che facciamo del Counseling la nostra specifica professione.

Questa posizione non tiene conto dei seguenti fatti:

  1. rivendicare la prerogativa esclusiva dell’utilizzo, per quanto organizzato, di competenze che riguardano l’applicazione di facoltà squisitamente umane, quali quelle qui in discussione (Accoglienza, Ascolto, Osservazione non giudicante, Empatia, Confronto critico, Comunicazione interpersonale, Espressione Artistica, Creatività), è un’operazione che sconfina nel ridicolo, oltre ad essere priva di ogni fondamento etico-giuridico-liberale;
  2. la gran parte degli psicologi che rivendicano il Counseling come loro esclusiva competenza professionale NON hanno una formazione specifica di Counseling e, quindi, non lo sanno fare;
  3. il Counseling, come modello relazionale, abiura ogni ingerenza di carattere diagnostico-giudicante; la Psicologia, come scienza e come attività, è centrata sull’attività diagnostica e sull’osservazione giudicante;
  4. quest’ultimo fatto inquadra setting ben differenti, e produce esiti ben differenti, quando a fare Counseling è uno Psicologo piuttosto che un Counselor (insomma: il Counseling fatto da uno Psicologo non avrà mai la stessa “qualità” di quello fatto da un Counselor);
  5. la Psicologia in Italia si sta sempre più sanitarizzando (da poco è stata riconosciuta legislativamente come professione sanitaria), il Counseling non è una professione sanitaria, anche se può essere usato in sanità (un letto è un mobile destinato al sonno e al riposo, che può essere usato in abitazioni private, in alberghi e in ospedali; il fatto che venga usato in ospedale NON può essere ragione sufficiente per far pensare a chi si occupa di sanità di rivendicarne l’utilizzo esclusivo per fini sanitari!!!);
  6. Considerare il Counseling un dominio esclusivo della Psicologia, vuol dire considerare ogni difficoltà del vivere, compreso ogni disagio emotivo, spirituale, di coscienza, un problema sanitario, vale a dire una malattia. Questo prospetta una visione del vivere comune e sociale se non paranoica, almeno disturbata e foriera di sviluppi sociali spaventosi.

Ma per fortuna, meraviglia delle meraviglie, l’essenza del Counseling è l’uso delle competenze/abilità che lo qualificano, per far insorgere, maieuticamente, nel cliente, una nuova consapevolezza di ciò che caratterizza i suoi problemi, una nuova consapevolezza dei modi in cui li sta affrontando e di come potrebbe migliorarli.

Un Counselor può fare Counseling perché dello stesso ha debitamente sviluppato le specifiche Competenze/Abilità ed ha imparato ad usarle, adeguatamente, nelle proprie relazioni professionali d’aiuto.

Apprendere e fare proprie le Competenze/Abilità di Counseling è il focus principale che viene perseguito nei percorsi di formazione IN Counseling; applicarle nelle proprie relazioni d’aiuto professionale, sviluppandone le possibilità di attivare e sostenere processi di crescita, sviluppo, miglioramento personale, è quanto fanno i Counselor, quando fanno Counseling.

Il resto è un corollario funzionale.

Sono un corollario funzionale tutti i “saperi” umanistici dai quali il Counseling trae insegnamenti e supporto.

Diversamente, ad esempio, da quello che capita a chi fa Psicologia, per la cui formazione e professione è il Counseling ad essere un corollario potenzialmente funzionale e non sempre valorizzato; mentre il focus principale sono il quadro epistemologico, l’indagine diagnostica ed i conseguenti interventi terapeutici o similari.

Il Counseling, come struttura organizzata di specifiche competenze/abilità, non ha altra possibilità di diventare una specifica competenza professionale (di accoglienza, ascolto, ecc.) se non attraverso un apprendimento pratico-esperienziale, di esercizio ed applicazione personale, di ciascuna di quelle potenzialità umane il cui utilizzo e la cui valorizzazione abbiamo qui inquadrato come ciò che qualifica il fare Counseling.

Insomma, le competenze di

  • Accoglienza
  • Ascolto
  • Empatia
  • Osservazione non giudicante
  • Confronto critico
  • Comunicazione Interpersonale
  • Espressione artistica
  • Creatività

che qualificano il fare Counseling , non sono competenze che si apprendono sui libri, all’Università o attraverso studi di carattere teorico, sono competenze che si apprendono esercitandole, sotto la guida di “maestri” esperti.

Questo è ciò che qualifica la formazione IN Counseling!

Certo, il Counseling ha proprie “giustificazioni” teoriche ed ha, altresì, teorie di riferimento che ne sostengono la pratica.

Ma le “giustificazioni” teoriche e le teorie di riferimento a cui guarda il Counseling riguardano un insieme di saperi, relativi alla condizione umana ed ai suoi modi di esplicitarsi, che chiunque dotato di buona cultura generale può acquisire in corrispondenza della propria formazione di Counseling, che è una formazione di carattere pratico-esperienziale.

Per accedere a tale formazione specifica di Counseling, quindi, non è necessario un titolo di studio specifico, ma una buona cultura generale, buone doti d’apprendimento ed una serie di “qualità” personali (anche solo potenzialmente ben sviluppabili) quali: sensibilità, creatività, umiltà, pazienza, coraggio, generosità, intelligenza emotiva, empatia, spirito critico, senso di responsabilità.

Non capire, accogliere e valorizzare tali argomentazioni è un grave errore strategico, se commesso da noi Counselor e da chi ci rappresenta.

E mi piange il cuore vedere che questa è la trappola nella quale ci stiamo cacciando!

Mi spiego così:

  • Uno dei saperi distintivi di chi fa Counseling è quello di saper far leva sulle qualità dei propri clienti, perché loro stessi possano migliorare le proprie situazioni di difficoltà.
  • Qual è l’errore che facciamo noi Counselor nella nostra politica di affermazione?
  • Il nostro errore è quello di dare un sacco di valore alla preparazione teorica, ai titoli di studio, al quadro epistemologico, al valore scientifico, ai regolamenti, alle procedure d’esercizio del Counseling.
  • Facciamo questo errore accettando di farci giudicare, e giudicandoci noi stessi, sulla base degli stessi criteri che danno dignità e valore a quelle professioni che rivendicano il Counseling come funzione propria ed esclusiva, pur non essendo praticate da Counselor!
  • Facciamo questo errore, invece di far leva sulle nostre migliori qualità e sui nostri elementi distintivi che sono quelli che qui ho chiamato le nostre “Competenze di Counseling” (insomma scegliamo, per esistere, di essere e di fare come quegli altri, in primis quelli che ci combattono e che sono diversi da noi)
  • Non consideriamo di poter aver diritto e valore d’esistere proprio per la nostra diversità, NON perché siamo e facciamo come gli altri!

Noi Counselor non capiamo/accogliamo, né tantomeno valorizziamo, la specifica e particolare natura, pratica/esperienziale/fenomenologica, del Counseling, ogni qualvolta cadiamo nella trappola mentale che ci spinge a pensare che conseguiremo l’obiettivo di istituzionalizzarci ed essere riconosciuti a condizione di seguire i sentieri di affermazione classica seguiti da chi è diverso da noi (in primis gli Psicologi).

Gli Psicologi, coerentemente ai propri elementi identitari, si qualificano sui registri dell’epistemologia e della scientificità e ci accusano di abusivismo professionale proprio perché non abbiamo la loro preparazione epistemologica e scientifica.

MA NOI SIAMO QUELLO CHE SIAMO PROPRIO PER QUESTO.

PERCHÈ ABBIAMO VALORIZZATO E SAPPIAMO VALORIZZARE ALTRE ISTANZE.

Purtroppo, secondo me e senza nulla voler togliere al valore di quanto hanno fatto e stanno facendo (ma solo come riflessione e spunto critico), i vertici organizzativi delle Associazioni di Counseling, nel portare avanti questa faticosissima battaglia di affermazione del valore del Counseling come specifica professione, non stanno scegliendo di far leva sui nostri elementi identitari, ma su quelli che fanno comodo agli altri.

Questo paradosso ripropone, ahimè, quanto è già accaduto nella Storia della Psicologia:

  • alcuni di loro (Rogers in primis) sdoganano il Counseling, non solo come attività capace di produrre buoni risultati in ogni relazione interpersonale agita con l’intenzione di aiutare il prossimo a risolvere una qualsivoglia problematica esistenziale, lo sdoganano addirittura per il suo valore Psicoterapeutico;
  • il mondo della Psicologia si divide tra chi riconosce il valore del Counseling e chi lo contrasta, perché non misurabile scientificamente;
  • vincono i secondi;
  • il Counseling si ritaglia una rispettabilità esclusivamente come funzione di servizio di altre professionalità, non riuscendo a conseguire né patenti di scientificità, né dignità epistemologica;
  • progressivamente, nel mondo della Psicologia (soprattutto in Italia), il Counseling perde il suo mordente e viene sempre meno utilizzato nelle sue possibili applicazioni; fino a quando non comincia a farlo una nuova categoria professionale: noi Counselor, appunto!
  • da qui ricomincia la Storia: i Counselor per affermarsi rivendicano i fondamenti epistemologici-scientifici-procedurali del Counseling, si animano alla ricerca della loro definizione e tengono in seconda linea le proprie “Competenze”, quei “saper fare” e quei “saper essere” che ne qualificano e ne caratterizzano l’identità.

Istituiamo “Comitati Scientifici”, andiamo alla ricerca di “Cornici Epistemologiche”, burocratizziamo le attività di Counseling, ne parcellizziamo le procedure, consideriamo le “Competenze di Counseling” come uno sfondo di cose scontate a disposizione di tutti, non caratteristiche specifiche di noi Counselor.

Che tristezza!

Invertiamo, per usare una metafora gestaltica, la relazione “figura sfondo”, autolesionandoci; immolandoci alla falsa coscienza che afferma che ciò che non può essere provato scientificamente sia privo di valore, quando non addirittura pericoloso.

Non ci rendiamo conto che, così facendo, diamo ragione agli PSICOLOGI ITALIANI, secondo i quali NON È POSSIBILE (anzi è pericoloso per la salute delle persone) GESTIRE UNA RELAZIONE D’AIUTO PROFESSIONALE CHE PRESCINDA DALLA CAPACITÀ DI DIAGNOSTICARE LA PRESENZA DI EVENTUALI MALATTIE/DISTURBI MENTALI.

Una visione, questa, che non riconosce la possibilità che qualcuno possa essere meglio aiutato proprio in forza del fatto che chi aiuta non è condizionato dal presupposto che si debba prioritariamente considerare e indagare la possibilità della presenza di una qualche malattia o di un qualche disturbo mentale (e poi ci parlano di “Convinzioni Limitanti”!).

Né, tantomeno, ha sempre attiva un’attenzione al rilevare la presenza di un qualche disturbo mentale/comportamentale/di personalità!

Lo so che questa è una posizione difficile da sostenere “politicamente”, perché non è ben vista dai potentati accademici, non si poggia sui luoghi comuni di “cosa viene prima e di cosa viene dopo”, di “cosa sia giusto e di cosa sia sbagliato”, del “valore insindacabile della Scienza e dei suoi riti procedurali”.

MA IL COUNSELING VUOL DIRE CAMBIAMENTO!

Noi Counselor dobbiamo la nostra efficacia al valore che diamo al Cambiamento.

Del cambiamento sosteniamo le possibilità nell’esperienza dei nostri clienti, aiutandoli a sperimentare nuovi pensieri, nuovi comportamenti, nuovi sentimenti.

Mi sono chiare tutte le difficoltà e tutti gli sforzi e tutte le buone intenzioni di chi ci rappresenta e si muove con la finalità di far riconoscere al meglio il Counseling come professione specifica di noi Counselor.

Cosa c’è di valore più indiscutibile della formazione universitaria? Dei regolamenti? Delle procedure formalizzate? Dei presupposti epistemologici? Della Scientificità?

MA IL COUNSELING VUOL DIRE CAMBIAMENTO!

Vuol dire dar valore a quello che finora è stato trascurato.

E per sostenere questa tesi do voce ad uno Psichiatra, Psicoterapeuta, Docente di Counseling e Arteterapia, che scrive parole che riconosco come rappresentative del pensiero di tanti  “Counselor anonimi”; anonimi perché non hanno scelto di impegnarsi in ruoli e funzioni pubbliche di rappresentanza, né di farsi sentire, in qualche modo, da chi queste posizioni occupa.

Riporto un commento pubblicato su Facebook, in risposta ad un articolo in cui, con molta pacatezza ed un pizzico di rassegnazione (per come l’ho vista io), Rolando Ciofi giustifica la scelta di Federcounseling di sbarrare l’accesso alla formazione in Counseling a chi non sia in possesso del titolo di una qualsivoglia Laurea breve.

Francesco Bonsante: “ Spero che tu abbia modo di riflettere, con onestà, sul tema di cui hai appena scritto e soprattutto su ciò che hai scritto. Avendo esperienza di lavoro, chiediti cosa, di ciò che hai studiato, ti è servito nella relazione di aiuto. A meno di avere come cliente uno psicologo, non credo che le tue nozioni teoriche abbiano facilitato la comprensione tra voi. Se tu fossi laureato in lettere moderne potresti intenderti meglio con un insegnante di lettere ma niente di più, la chimica con un chimico ecc. Per sostenere una conversazione di un certo livello, indubbiamente è necessaria una preparazione di base. Per questo è stata istituita la scuola dell’obbligo, fino a 16 anni. E il diploma di scuola superiore è teoricamente sufficiente (se non è stato conseguito a calci nel sedere). All’università si insegnano (ed è sempre di più così) materie specialistiche che non aggiungono altro alla cultura generale. A scuola e all’università si studiano nozioni, dati, informazioni astratte, senza un’educazione alle emozioni, alle relazioni, al contatto interpersonale. Nel nostro panorama non c’è scuola di nessun livello che sappia educare a questo. La formazione di counseling si contraddistingue perché fornisce queste conoscenze/competenze attraverso una didattica interattiva appositamente predisposta e soprattutto attraverso il lavoro su di sé fatto con umiltà e serietà, durante il percorso di formazione. Mi sembra risibile, quasi mistificante, pensare che tre anni di studi (libreschi) universitari, migliorino la competenza relazionale o facilitino l’apprendimento di un’arte basata sull’autenticità, la presenza, la comunicativa, l’empatia, il rispetto, la capacità di decentrarsi nel punto di vista altrui. Sicuramente la formazione del counselor è da migliorare ma semmai in direzione opposta a quella del “titolo di studio” indicata da Federcounseling, incrementando eventualmente la componente esperienziale, la supervisione del tirocinio, le esercitazioni pratiche guidate e soprattutto la consapevolezza del lavoro su di sé di crescita personale degli studenti. La proposta di Federcounseling rimette a macinare concetti antiquati di preparazione vista come istruzione teorica, che ha già squilibrato abbastanza la nostra cultura occidentale fino ad ora”.

ALLA FACCIA DEL COUNSELING!

CHE POI VUOL DIRE CAMBIAMENTO.

Domenico Nigro

Direttore Didattico Scuola IN Counseling, “Lo Specchio Magico Torino”

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2 Comments

  1. martine says:

    Mi piacerebbe in effetti copiare il tuo articolo Domenico perchè mi trova concorde.
    per almeno l’ 80%. grazie per l’impegno e la passione