Il registro psicologico umanistico del Counseling.

Il registro psicologico umanistico del Counseling. La centralità della persona e dei suoi bisogni.

Questo è il capitolo 6.4 del “Manuale per la Formazione IN Counseling”, pubblicato in corso d’opera in questo blog.

E’ un capitolo speciale, perché è scritto a quattro mani, quelle di Rosa Avolio, allieva counselor della Scuola IN Counseling Lo Specchio Magico Torino, e le mie, Domenico Nigro, direttore della stessa scuola.

Il Counseling nasce, come relazione d’aiuto centrata sul cliente, ben prima che la Psicologia Umanistica proponesse lo stesso tipo di relazione come fattore primario della propria filosofia.

Sin dalla nascita del Counseling, noi counselor mettiamo al centro delle nostre relazioni di counseling il nostro cliente; ci interessiamo a lui, ai suoi modi di vivere e gestire la propria vita e le difficoltà a questa collegate.

 Noi counselor aiutiamo i nostri clienti ad aiutarsi, confidando sul principio che una persona abbia già in sé tutte le risorse necessarie per far fronte alle difficoltà del vivere”.

Tale principio, prima d’essere ripreso dalla storia del Counseling e, poi, da quella della Psicologia (nel suo versante Umanistico), è un principio che dimora in tutta la storia dell’uomo, con declinazioni eccellenti, ad esempio, nella filosofia maieutica/socratica e nel buddismo (vedi cap. 6.1, di questo stesso manuale).

Mettere la persona al centro del nostro modo di aiutarla vuol dire considerarla, di per sé, attrezzata di ciò che le serve per attivare risorse, trovare modi e vie per affrontare le difficoltà cui, di volta in volta, la vita la sottopone.

Principio fondamentale della relazione di Counseling è mettere al centro il cliente, facendo leva sulla soggettività dello stesso, perché possa valorizzare le proprie risorse (personali, sociali e culturali) e, così, scoprire e apprendere nuovi e più efficaci modi di far fronte alle proprie difficoltà.

Nella storia della Psicologia, soprattutto nei versanti psicoterapeutici, la centralità della persona assume un ruolo fondamentale quando alcuni psicoterapeuti si accorgono di quanto sia importante la qualità della relazione che intrattengono con i loro pazienti.

Se la relazione è buona, la terapia funziona meglio; se si mette la persona che si sta aiutando al centro della relazione psicoterapeutica, questa produce i migliori effetti terapeutici.

Mettere il paziente/cliente al centro della relazione psicoterapeutica è un riflesso diretto della visione homo centrica della Psicologia Umanistica.

La Psicologia Umanistica valorizza l’uomo come “organismo funzionalmente organizzato”, ritenendolo congenitamente dotato di tutto ciò che gli serve per vivere bene e realizzarsi, se solo riuscirà, nelle proprie interazioni ambientali, a sviluppare al meglio le proprie potenzialità.

Per ogni uomo, vivere bene e realizzarsi è una funzione dell’autoriconoscimento delle proprie potenzialità. Funzione che si sviluppa progressivamente con la crescita.

Una leva formidabile di scoperta e valorizzazione delle proprie potenzialità (farò il musicista o il contadino? Ad esempio!) è il muoversi, nella propria esistenza, il più creativamente possibile (la creatività è una delle potenzialità umane più propulsive).

Nel primo testo di counseling, storicamente individuabile (Frank Parsons, Choosing a Vocation, 1909), pubblicato negli Stati Uniti, troviamo assegnato ai counselor il compito di aiutare i propri clienti a trovare il loro modo di realizzarsi (cap.2), puntando sulla valorizzazione dei loro migliori, perché più adeguati, modi di rapportarsi al mondo.

Riconosciute le potenzialità individuali, il passo successivo è quello di attivarle al meglio, nella propria esistenza, ricercando nel proprio ambiente dove questo sia possibile.

Rogers nei suoi testi parla in modo indistinto, pressoché casuale, di counselor e psicoterapeuta. Parla del valore terapeutico della relazione e chiama terapeuta/counselor chi riesce a instaurare il tipo di relazione da lui riconosciuta come funzionale ad aiutare l’altro ad uscire dai blocchi emotivi ed esistenziali in cui si ritrova e ad aiutarlo a riattivare i suoi processi di crescita, sviluppo e miglioramento.

Essenziale è che il counselor/psicoterapeuta riesca a stare nelle proprie relazioni d’aiuto in modo cortese, empatico, sincero, curioso, schietto, collaborativo e attraente e sappia aggiungere una buona dose di intuito e di creatività.

In particolare, per Rogers, tre condizioni favoriscono il buon funzionamento della relazione psicoterapeutica, alias d’aiuto: empatia, accettazione e congruenza; in quello che lui stesso chiama approccio centrato sulla persona.

Mettere il paziente al centro della relazione psicoterapeutica vuol dire considerarlo soggetto potenzialmente in grado di determinarne gli esiti, vuol dire lasciarlo libero di esprimersi, vuol dire dar valore alle sue scelte, invitandolo a esplorarne le possibilità e a preferire quelle che maggiormente soddisferanno i suoi bisogni (esattamente ciò che caratterizza la filosofia del counseling!).

Tale visione assume forza dal riconoscimento di quanto alla base delle motivazioni del comportamento umano risiedano i suoi registri emotivi e i suoi bisogni.

Insomma la Psicologia Umanistica ha il grande merito di:

  1. aver umanizzato i trattamenti psicoterapeutici,
  2. averli resi più efficaci,
  3. aver dato importanza alle scelte dei singoli individui nella determinazione del proprio destino,
  4. aver sviluppato e meglio inquadrato la teoria del comportamento umano centrata sulla soddisfazione dei bisogni che l’esistere mette in gioco,
  5. aver fornito nuove e più specializzate tecniche per meglio comprendere le persone e aiutarle a stare meglio.

Di tutto ciò abbiamo tratto vantaggio, tra gli altri, noi counselor; spesso molto più degli stessi psicologi, non avendo, come questi, l’ansia di trovare traumi originari e di diagnosticare disturbi e malattie mentali varie!

Insomma, gli insegnamenti della Psicologia Umanistica ci ripagano, un po’, di ogni penoso tentativo di usurpare la paternità del Counseling, cui molti psicologi si dedicano, volendola farsela riconoscere.

Questa triste storia ha un fondamentale caposaldo (da abbattere assolutamente, perché storicamente infondato) nella proposizione di Karl Rogers come padre fondatore del counseling (cap.2), lui che il termine counseling ha, “semplicemente”, utilizzato come sinonimo del tipo di relazione psicoterapeutica cui si stava dedicando.

Ma “diamo a Cesare quel che è di Cesare”: il merito di Rogers è stato quello di aver dato riconoscimento e valore al counseling, fornendo a noi counselor spunti metodologici e teorici di grande importanza.

In questo capitolo, i contributi di maggior valore che la Psicologia Umanistica fornisce in particolare a noi counselor e in generale a chiunque si ritrovi ad aver a che fare con il proprio e con l’altrui comportamento, sono presentati focalizzandoci sul pensiero di tre suoi rappresentanti, forse di maggior spicco:

Karl Rogers, Fritz Perls, Abraham Maslow.

Rogers integra lo straordinario strumento del counseling nella terapia, intuisce e sperimenta che quel metodo agisce in modo buono.

Come terapeuta instaura una relazione il cui centro è la persona con cui sta lavorando, la tiene lì per permetterle di sperimentare nuove vie di azione e sentimento.

Rogers è il capostipite di una corrente psicologica, denominata Psicologia Umanistica, che vede l’uomo al centro dei processi esistenziali, che egli stesso vive.

La Psicologia Umanistica nasce negli Stati Uniti nei primi anni 50, dopo il Comportamentismo e la Psicoanalisi, rielaborandone e mettendone in discussione i fondamenti.

La scuola di Rogers evidenzia la propensione dell’uomo all’autorealizzazione e all’espressione del suo pieno potenziale positivo, non guardando più al suo comportamento come un meccanismo di risposta obbligata alle sollecitazioni dell’ambiente. 

I comportamentisti, da Pavlov a Skinner fino a Bandura, avevano incastonato il comportamento umano nel meccanismo stimolo-risposta.

Gli psicoanalisti freudiani avevano etichettato e standardizzato i comportamenti umani, subordinandoli ad istanze psichiche (Es e Super Io) troppo spesso fagocitanti la volontà e la coscienza dell’Io, alias del singolo individuo nel susseguirsi delle proprie circostanze esistenziali.

Per adattarsi al cosiddetto metodo scientifico, gli psicoanalisti freudiani raccolgono dati e osservazioni sul comportamento umano allo scopo di capirlo, giustificarlo, curarlo, modificarlo.

L’uomo guasto va aggiustato e la sua mente guasta deve assorbire le cure e accettare il cambiamento.

L’opera di Freud è rivolta essenzialmente al funzionamento della mente e in particolare ai suoi dinamismi.

Come neurologo si trovò a curare soggetti nevrotici e psicotici, inquadrati come pazienti psichiatrici, per i quali non esisteva ancora uno standard terapeutico.

Freud si mosse sui seguenti principi:

  • L’uomo ha una serie di pensieri, emozioni, desideri di cui è cosciente: è questa la parte manifesta della psiche che chiamiamo conscio.
  • Vi è poi l’inconscio, realtà abissale primaria, sede delle pulsioni primitive e dei desideri istintivi, dalla cui invasione la coscienza rimarrebbe profondamente turbata, fino a perdersi.
  • Tutto quello che non funziona, nel comportamento umano, ha da fare i conti con l’inconscio, quasi fosse altro dalla persona stessa.

La Psicologia Umanistica, rispolverando ispirazioni e dettami ampiamente consolidati nella storia della filosofia (cap.2), cambia prospettiva e valorizza il ruolo dell’uomo: sono le sue caratteristiche a permettergli di partecipare ai suoi processi esistenziali, quindi la psicoterapia non può essere direttiva, preordinata dallo psicoterapeuta, ma deve essere fondata sulla valorizzazione delle potenzialità del singolo, cosa che necessita, fondamentalmente, di empatia.

In ambito psicoterapeutico, la Psicologia Umanistica contesta il ricorso al “tavolo del medico” e al “lettino psicoanalitico”, promuove il confronto e, conseguentemente, la posizione frontale, terapeuta/counselor – paziente/cliente, in un rapporto tra due individualità di pari livello d’umanità, anche se, nello specifico, con ruoli e funzioni differenti.

Insomma, gli psicologi umanistici, per molti versi, rispolverano la matrice filosofica/pedagogica del metodo socratico, quello della Maieutica, che mette l’uomo al servizio di se stesso; un uomo che investe le proprie energie nella propria crescita, nel proprio miglioramento, nella propria realizzazione, assumendosene la responsabilità diretta e personale.

A questa visione homo centrica si deve la denominazione Umanistica di questa scuola psicologica, che vede in Fritz Perls uno tra gli esponenti di maggior rilievo.

Fritz Perls, padre della Psicoterapia della Gestalt pone l’accento sul tema del contatto individuo-ambiente e di una gestione sapiente dei suoi confini, come leva di sviluppo e crescita, affermazione e autorealizzazione umana.

La gestione consapevole dei confini del contatto, intra e inter-personale, dentro e fuori di noi e con l’ambiente, permette le nostre esperienze, quindi la nostra crescita ed il nostro sviluppo, fino all’autorealizzazione.

La teoria della Gestalt (cap.6.5), punto di riferimento eccellente per noi counselor, suggerisce che avere consapevolezza dei confini di contatto che caratterizzano la nostra esistenza, quando il contatto avviene o potrebbe avvenire, permette la sana soddisfazione dei nostri bisogni  promuovendo il nostro benessere.

Nel 1951 apparve l’opera più importante di Fritz Perls: “Terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento della personalità umana”.

Tale opera vide la luce grazie al contributo del poeta Paul Goodman, che diede forma letteraria a diverse sue pagine.

“Terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento della personalità umana” è un testo complesso, che raccoglie tesi della Psicologia della Gestalt, della psicoanalisi, della fenomenologia, dell’esistenzialismo e del pragmatismo americano. Il fulcro di ciò che propone è la necessità di riportare il paziente all’esperienza presente, tenendo in massima luce la relazione terapeuta-paziente.

Il terapeuta non resta in regia, in cattedra, ma sta sul palco con il paziente, aiutandolo a riconoscersi consapevolmente.

Nella vita moderna piena di contraddizioni e contrapposizioni (alienazione e brama) spesso oscilliamo tra inibizione e spontaneità, dimenticando che noi come persone abbiamo la responsabilità di dar forma alla nostra esperienza.

La crescita avviene nel confine di contatto, tra il Sé e ciò che è Altro da sé, ed è lì, quando il contatto avviene che, se si guarda bene e si riconosce ciò che proviamo e ciò che, corrispondentemente, possiamo pensare e fare, incontriamo l’altro, l’ambiente e tutto ciò che offre, ed è lì che evolviamo.

Il corso dello sviluppo umano si può quindi riconoscere come sfida/risposta agli accadimenti della vita, piuttosto che come causa/effetto degli stessi.

Vale a dire che, alla realtà empirica/oggettiva del metodo scientifico, per cui un soggetto descrive e definisce un oggetto, senza considerare rilevante il proprio contatto con lo stesso, si preferisce la realtà empirica/immediata, fenomenologica, in cui un oggetto si presenta alla coscienza di un soggetto che, dello stesso, ne fa un’esperienza propria e soggettiva, dipendente dal tempo, dal luogo e dall’intero campo di circostanze in cui l’esperienza avviene, perché, a dirla con Epicuro, panta rei!

Se tutto scorre e tutto cambia, solo se, senza dare nulla per scontato, diamo valore a ciò che accade in ciascun momento della nostra esistenza (il famoso “qui e ora”), possiamo imparare a vivere meglio, fino a fare, in vita, esperienze paradisiache, senza dover aspettare di andare, da morti, in paradiso!

La visione umanistica della psicoterapia inscrive in essa la funzione di “esperienza d’apprendimento”, per chi ne è paziente.

Con una simile psicoterapia, il paziente impara e scopre di sé cose nuove, diventando in grado di apprendere, per conto proprio, nuovi modi di stare con quello che lo circonda, indipendentemente da quanto questo sia piacevole o meno.

Si impara a fluire, a scorrere e a modularsi in relazione a ciò che accade intorno e a ciò che succede.

La Psicoterapia della Gestalt valorizza la soggettività della percezione.

Due persone che sono nella stessa situazione non possono mai sperimentare la stessa realtà. È questa una valutazione centrale della Psicologia della Gestalt ed è una considerazione di fondamentale ispirazione per chi fa counseling.

Chi fa counseling parte sempre dalla valorizzazione del sentire individuale, soggettivo, propriocettivo, di ogni proprio, singolo, cliente, per accompagnarlo alla comprensione delle istanze di pensiero e azione che ne muovono i comportamenti.

Avere buona coscienza di ciò che sentiamo e proviamo è un presupposto fondamentale per muoverci adeguatamente nel mondo e nella nostra vita.

Per questo, nella formazione esperienziale del counseling, si lavora attentamente alla scoperta di ciò che sentiamo: scoprire cosa sentiamo ci permette di stabilire buone relazioni con gli altri e con l’ambiente e, nella relazione di counseling, fa accadere vere e proprie magie, relativamente alla comprensione di che cosa fare per migliorare lo stato delle cose fin lì vissute in preda a difficoltà e malesseri vari.

La curiosità verso il sentire ci apre a nuove e sorprendenti rivelazioni sui contenuti dei nostri vissuti, li trasforma in esperienze, che alleggeriscono il cuore, portando ricchezza, sviluppo e benessere!

Seguendo i principi della psicologia umanistica, Abraham Maslow si dedicò sia a studi e ricerche antropologiche sia sul comportamento dei primati.

Questo lo portò a intuire la struttura gerarchica delle motivazioni del comportamento umano e a collegare le relative psicopatologie alla reiterata mancata soddisfazione di un qualche bisogno, del vivere, crescere e svilupparsi dei singoli individui nel corso della loro esistenza.

Secondo Maslow, la vita delle persone si muove in corrispondenza della loro capacità/possibilità di soddisfare i propri bisogni, da quelli primari associati alla sopravvivenza fisica a quelli secondari (sociali e del sé), in continuo sviluppo e crescita, associati alle forme possibili di affermazione e autorealizzazione personale e sociale.

Famosa è la sua piramide dei bisogni, rappresentazione grafica della loro articolazione e del loro affacciarsi.

Si parte dal basso e non si sentono i bisogni più in alto, fino a quando quelli del piano inferiore non sono pienamente soddisfatti.

Celebre è l’affermazione che “un bisogno soddisfatto non motiva più”, per questo emergono nuovi bisogni, quelli del “piano superiore”.

Maslow avvertì l’urgenza di una psicologia che superasse le visioni, tradizionali, dello sviluppo umano centrate su qualche particolare cosmologia, anziché sui bisogni e sugli interessi umani.

Andò finanche oltre il riconoscimento del bisogno di autorealizzazione, accedendo all’autotrascendenza, alla spiritualità e ai portati delle tradizioni sapienziali di tutti i tempi e luoghi dell’esistenza umana.

Fu il primo a parlare della “psicopatologia della norma”, quel disagio sperimentato dalle persone che hanno raggiunto sì un buon adattamento alle proprie condizioni esistenziali, ma a questo stesso adattamento devono il blocco di ogni personale possibilità di sviluppo, crescita e miglioramento.

Così come si può soffrire per non aver raggiunto l’adattamento alle prescrizioni sociali, si può soffrire altrettanto, se non di più, quando tale adattamento è conseguito in contrasto con desideri e aspirazioni personali di realizzazione; cosa che spesso avviene quando i desideri e le aspirazioni dei singoli non hanno buona considerazione sociale.

Potenzialità, desideri e aspirazioni sono per Maslow la “natura interiore, buona” dell’uomo; consentirle di governare la nostra vita porta salute, benessere e felicità.

Se questo nucleo essenziale della persona è negato o represso, allora la persona si ammala.

Fortunatamente, questa “natura interiore, buona” dell’uomo, sotto i colpi avversi della vita (l’abitudine, le convenzioni socio-culturali, la paura e la sofferenza) può essere sì mortificata, ma mai uccisa; rimanendo così sempre pronta, se debitamente sollecitata, ad agire come forza viva, che reclama soddisfazione e realizzazione.

Nella sua piramide, Maslow ci fa vedere quanto la voglia di crescita, sviluppo, miglioramento, riguardi soprattutto le persone che hanno maturato debite ed opportune esperienze di soddisfazione dei bisogni primari dell’esistenza (la fame, la sete e quelli fisiologici) e delle proprie necessità fondamentali di sicurezza, appartenenza, amore, rispetto e stima di sé.

Queste persone “alzano il tiro” delle proprie motivazioni e puntano all’autorealizzazione; cosa che può accadere solo (Maslow docet!) quando i bisogni di sicurezza, appartenenza e identificazione sono soddisfatti a pieno.

La “psicopatologia della norma” è una fissazione a uno stadio in cui si preferisce rinunciare all’espressione di sé, perché si teme e si pensa che farlo coinciderebbe con la perdita di sicurezze (economiche, affettive, ecc.).

Maslow esprime una concezione dell’essere umano in costante evoluzione, che può andare ben oltre la cosiddetta età evolutiva e l’adattamento.

Usiamo meno del 20 % del nostro potenziale di crescita.

La concezione di una natura umana centrata sulla positiva gestione della soddisfazione dei propri bisogni mette ai margini della psicoterapia la necessità di scavare nel passato e nell’inconscio.

Diventa più funzionale ricercare cosa manca, nel tempo presente in cui la vita si svolge.

Possono mancare le funzioni del cuore e dell’intuizione; oppure, metaforicamente, le gambe su cui reggersi e camminare o i genitali, da cui trarre forza e coraggio; potrebbero mancare occhi per vedere e orecchie per sentire; potremmo non avere fiducia in noi stessi e nella vita e cos’altro ancora?!

Ci desensibilizziamo (rinunciamo alla nostra sensibilità).

Per recuperare i nostri deficit di consapevolezza, ed estenderla, ci serve metterci in ascolto e dar valore al sentire, riattivando il dialogo con noi stessi e con gli altri.

L’identificazione con principi e norme sociali ci spinge, in continuazione, alla realizzazione di modelli ideali di noi stessi, che sono sempre altra cosa rispetto a quello che realisticamente possiamo essere.

Ogni tentativo di realizzare gli “ideali dell’io” ci distoglie dai necessari investimenti nella valorizzazione delle nostre potenzialità, ci procura disequilibrio esistenziale e malessere, ci induce a comportamenti falsi e ci fa vivere un’esistenza piena di conflitti e di vuoti.

Qui le idee di Rogers e di Maslow trovano nella Teoria della Gestalt uno straordinario compendio: l’esperienza di consapevolezza avviene al confine del contatto tra l’organismo e l’ambiente, ed è in forza del contatto tra il sé e l’ambiente che l’individuo incontra l’altro, permettendo all’uno e all’altro di coinvolgersi.

L’uomo incapsulato e isolato, considerato dall’approccio analitico, perde di sostanza di fronte alla visione gestaltica di un uomo immerso nel suo ambiente, con questo in continuo contatto e in interazione.

L’uomo immerso nelle realtà che lo circonda, con questa in continuo contatto dialettico, trae dalla qualità di questo contatto le proprie possibilità di evoluzione, di sviluppo, di crescita e di cambiamento.

È il “contatto” che realizza queste possibilità, un contatto che per avvenire ha bisogno di confini, tra il sé e l’altro da sé, tra il sé e l’ambiente. Per perseguire un buon contatto bisogna abitare la distanza e la relazione stando in ascolto e promuovendo il movimento. Se mi muovo abito la relazione senza perdere il contatto e i confini entro cui sono con l’altro.

Il contatto è una magia il cui mago è l’ascolto. Per questo bisogna sapersi ascoltare.

La Psicologia della Gestalt evidenzia questioni umanistiche banalmente divulgate come imperativi morali, quali il liberarsi da tutti i “devo” e i “dover essere” che condizionano la nostra esistenza o, della stessa, il riuscire a vivere nel “qui e ora”.

La Psicologia della Gestalt fornisce riferimenti culturali di auto aiuto e di autoriconoscimento, che favoriscono il benessere delle persone.

Riferimenti culturali di grande aiuto per chi vuole fare counseling.

Riferimenti culturali rispetto ai quali, nelle “Scuole di Formazione IN Counseling” si fa esperienza pratica come descritto dalle parole di Rosa Avolio scelte per descrivere una parte importante della sua esperienza di Formazione IN Counseling:

<<La via è imparare a stare con se stessi, soprattutto quando stare con se stessi è doloroso.

Ci aiutano tutte le esercitazioni di consapevolezza e le pratiche di stampo meditativo, eseguite in silenzio, nelle ore di pratica a scuola.

Il silenzio ci aiuta ad attraversare e a riconoscere i passaggi dei processi di consapevolezza, di cui facciamo esperienza, centrandoci su noi stessi; sperimentando così in noi, e per noi, il valore della centralità della persona.

Non possiamo correre; la lentezza è indispensabile alla consapevolezza, fino a quando questa non diventa struttura.

In silenzio, in ascolto, lentamente, senza correre, possiamo scoprire il nostro fuggire da ciò che ci fa soffrire, in primis dalle relazioni in cui soffriamo.

Possiamo scoprire la fatica che comporta il costruire e il comunicare, perché l’altro ci senta e si senta.

Scopriamo che ci vuole amore.

Il silenzio spaventa, crea vuoti che non sappiamo più riempire.

Per questo ci immergiamo in dimensioni spazio-temporali che ci distraggono e portano lontano, decentrano le nostre energie e ci impediscono la migliore realizzazione di noi stessi.

Ecco allora che l’accoglienza che sperimentiamo nella relazione con un counselor ci rassicura, ci permette di vuotare il sacco, riporre ciò che ostacola la soddisfazione dei nostri bisogni e tenere con noi solo ciò che ci serve.

Senza i pesi inutili, iniziamo a respirare, smettiamo di sopravvivere forzatamente.

Scopriamo che possiamo scegliere e assumerci la responsabilità di ciò che ci accade.>>

Col suo mettere l’uomo al centro della propria esistenza, valorizzandone naturali potenzialità di crescita, dipendenti da naturali bisogni di crescita, sviluppo e miglioramento personale, la cui soddisfazione non può prescindere  da un sano, ecologicamente integrato, rapporto con l’ambiente (naturale e sociale), la Psicologia Umanistica incontra le filosofie orientali e le relative visioni olistiche della vita, da queste è contaminata e queste contamina, offrendosi come chiave di sviluppo di conoscenza del comportamento umano, delle sue ragioni, delle sue motivazioni e delle possibilità/modalità di poterlo influenzare positivamente.

L’affermazione culturale generale, mondiale, della Psicologia Umanistica rende di dominio pubblico concetti quali “ascolto, accoglienza, gentilezza, emozioni, sensi e sentimenti, agire, essere agiti, sentire, pensare, rinforzo e influenzamento positivo, rielaborazione dell’esperienza, consapevolezza, intelligenza emotiva, responsabilità, volontà, autorealizzazione, valorizzazione delle potenzialità, affermazione personale, feedback, obiettivi, e molto altro ancora”.

Tutti questi concetti diventano interessi e parole d’ordine di chiunque si occupi, con un minimo di competenza e qualità, di gestione dei comportamenti, propri e altrui.

Chi si occupa di counseling utilizza questi concetti e li fa propri rielaborando in vari modi l’apprendimento di quanto, per vivere bene, sia necessario imparare a tenere in equilibrio ciò che sentiamo, ciò che pensiamo e ciò che facciamo (sentire, pensare, agire).

Tale apprendimento, come quello di qualsiasi altra teoria, nella Formazione IN Counseling attraversa esperienze di lavoro su di sé e di conoscenza di sé stessi, centrate sulle più svariate esercitazioni e pratiche di ascolto propriocettivo, di relazione e contatto con gli altri e con l’ambiente e di condivisione di gruppo delle esperienze così maturate.

Ancora Rosa ci dice che:

<<Questo ci aiuta a fare i conti con la sofferenza, nostra e delle altre persone, ci aiuta a conservare e affinare le nostre capacità di ascolto e la nostra sensibilità.

Le competenze di un bravo counselor dipendono da quanto ha compreso di sé stesso e da quanto sa metterlo al servizio dell’altro, senza perdersi, aiutandolo a trovarsi, a scoprirsi e a rinascere.

La Formazione IN Counseling e lo stesso fare/ricevere counseling è un cammino, che può farci rinascere.>>

Il counseling ha una sua specificità e una sua originalità, pur restando in collegamento con mille altri saperi.

È diverso dalla psicologia, dalla filosofia, dalla pedagogia, ma ne integra i saperi e le conoscenze (come ha fatto la Psicologia Umanistica).

La storia della nascita del counseling è tormentata (cap.2).

Il fascino che il counseling esercita in svariati ambiti professionali è una calamita, ma è anche la sua calamità, la sua sventura, perché distoglie dal considerarlo come una specifica attività professionale e induce a immaginarlo come semplice competenza relazionale/personale, applicabile trasversalmente nell’infinità di situazioni relazionali in cui si rivela utile.

Le aberrazioni nascono quando qualcuno, sia questi un autorevole cattedratico o un operatore olistico, uno psicologo o uno psicoterapeuta, decide di appropriarsi del counseling, proponendolo come propria esclusiva competenza e finendo, così, per comprimerne potenzialità e valenze.

Il counseling è bellezza, arricchimento e crescita, va diffuso, difeso e compreso, non rapito o conteso.

A vederlo come una dimensione dello spirito, il counseling nasce probabilmente con l’essere umano, muove da esigenze antropologiche innate, associabili alla nascita e allo sviluppo del linguaggio.

Comunicando, l’uomo si aiuta a soddisfare i propri bisogni, sia questi un uomo preistorico o contemporaneo.

Ancora Rosa ci dice che:

“Alla Scuola IN Counseling ho imparato a prestare attenzione al libero corso delle mie sensazioni fisiche; questo ha sviluppato la mia capacità di riconoscere i miei bisogni e di dargli valore, che è un po’ come accorgersi di partorirli e portarli alla luce. È un processo confuso, spesso difficile da comprendere. Il dialogo è fondamentale per dare anima e sentimento ai nostri pensieri e renderli lucidi, è indispensabile per attivare e sviluppare quei processi di consapevolezza il cui fluire è alla base della soddisfazione dei nostri bisogni.”

La soddisfazione dei bisogni è fonte di benessere (Psicologia Umanistica docet!): proprio ciò che promuove la relazione di counseling.

L’esistenza come funzione della soddisfazione di bisogni è un tratto fondamentale della visione psicologica – umanistica della vita.

Rogers scopre il valore terapeutico della relazione, ma prima di lui lo avevano scoperto i counselor, i pedagoghi e i filosofi.

Ad esempio, così come lo è per noi counselor, anche per Socrate è il modo di stare in, e gestire la, relazione con l’altro che gli permette di esercitare la sua arte della maieutica, quel riuscire a tirare fuori dall’uomo scienza-coscienza e conoscenza della vita umana e delle sue possibili realizzazioni.

Socrate potrebbe essere considerato non solo come la prima ostetrica uomo della storia, anche come il primo counselor della storia, avendo compreso e sforzandosi di far comprendere come ogni conoscenza non possa che partire dall’esperienza che facciamo della nostra vita, perché è dalle nostre esperienze che noi apprendiamo come vivere e il suo valore.

Come già affermato, sul piano storiografico, in modo esplicito, troviamo le prime linee guida del Counseling professionale in “Choosing a Vocation”, un testo pubblicato nel 1909, negli Stati Uniti d’America, scritto da un professore di scuola media superiore, Frank Parsons, che a giusto titolo consideriamo il primo counselor della storia (dopo Socrate, of course!).

Come insegnante Frank Parsons aveva cura di riconoscere i segnali del carattere dei propri allievi, per corrispondergli, con tatto e creatività, il più adeguatamente possibile, esperto di quanto ciascuno sia il titolare delle proprie emozioni, dei propri pensieri e delle proprie esperienze e a ognuno, per quanto riguarda le scelte della propria vita, tocchi prendere le proprie decisioni.

Esistenzialismo filosofico e Psicologia Umanistica rimarcano quanto sia la singola persona a decidere cosa farsene delle proprie esperienze e delle proprie emozioni.

In varie parti del presente “Manuale per la Formazione IN Counseling” è evidenziato quanto sia il nostro fare esperienza, procedendo per tentativi ed errori, la leva indispensabile di ogni nostro apprendimento.

Le competenze che un bravo counselor deve avere sono qualità umane che nessuna scuola nel senso classico può trasmettere.

Ricorriamo ancora alle parole di Rosa:

<<La Formazione IN Counseling è un laboratorio in cui si sperimenta il vivere, esplorandone le relative possibilità.

La scoperta che auguro di fare a chi frequenta una scuola di counseling è di essere il capo del proprio laboratorio, di valorizzare al meglio le proprie possibilità esistenziali, riconoscendone la trama, fino a farla diventare il proprio progetto di vita, non inscritto nelle stelle, né in alcuna combinazione di carte, né, tanto meno, in alcun destino preordinato.

Il progetto di ciascuno di noi è sempre in stesura, suscettibile di rivisitazioni, soggetto ora a sbalzi di umore, ora a staticità, noia, con impennate di gioia, tristezza, dispiacere, frustrazione, paura, coraggio. >>

Nella visione fenomenologico/esistenzialista del nostro stare in vita e viverla, che il counseling condivide con la Psicologia Umanistica e alla quale la Psicologia Umanistica ha fornito importanti sostegni, è fondamentale la valorizzazione dell’incedere processuale degli accadimenti che caratterizzano ogni esistenza umana.

Tale incedere processuale è mosso, per ciascun individuo, dal come risponde ai propri bisogni, a ciò che la vita gli sottopone e a tutti i suoi accidenti.

Tale incedere è un processo mosso dalle leve, sociali e personali, che ciascun individuo riesce ad attivare, di volta in volta, per far fronte alle contingenze esistenziali in cui si ritrova.

Insomma, la Psicologia Umanistica, sposta l’attenzione dall’interesse verso i mondi e le istanze sconosciute dell’inconscio, per rivolgersi alla dimensione fenomenologica del vivere e di tutte le sue declinazioni.

Tale tendenza è sviluppata con massima forza, in particolare, dalla Psicologia della Gestalt, che collega alla fenomenologia dell’esperienza dei singoli, alle loro soggettive percezioni e funzioni di contatto, alle loro eccitazioni e ai loro stati di consapevolezza, insomma alle gestalt che ne derivano, il senso, il valore e le possibilità di funzionamento del comportamento umano.

La fenomenologia delle esperienze presiede al comportamento umano e a ciò che ne deriva, in primis all’apprendimento.

Fenomenologicamente, la relazione di counseling, come quella terapeutica, vissuta secondo le ispirazioni della Psicologia Umanistica, è un campo esperienziale dal quale il cliente apprende nuovi modi di gestione dei propri problemi, sviluppando nuove possibilità comportamentali, più auto sostenenti e più capaci di farlo stare meglio.

La scuola IN Counseling condivide e sostiene questa visione del counseling, preparando i propri allievi counselor attraverso la sperimentazione di pratiche d’ascolto, di accoglienza, di osservazione non giudicante, di comunicazione non violenta.

Sempre Rosa ci viene in soccorso:

<<Siamo in ascolto quando ci concentriamo su ciò che sentiamo: emozioni, sentimenti.

Ci mettiamo in ascolto concentrandoci sul nostro sentire, cioè sulle nostre sensazioni e percezioni fisiche, fino a denominarle e a riconoscerne il senso.

Questo modo di ascoltare è una vera e propria impresa.

Per riuscire in tale impresa è indispensabile esercitarsi e allenarsi.

L’allenamento di base è l’attenzione continua al respiro e a tutto ciò che si muove nel nostro corpo, internamente e a fior di pelle, per dargli un nome e un senso, ora come istanza emotiva, ora come segnalazione dell’affacciarsi e della presenza di un bisogno, di cui il corpo e/o l’anima chiede soddisfazione.>>

Fare counseling vuol dire accogliere quello che sentiamo, bello o brutto che sia, tenerlo con noi e “fare la spola” (cap 3.3) tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo, entrando e uscendo da tutti i personaggi che il cliente mette in campo: entriamo e usciamo da noi stessi, per diventare ora il cliente, ora i singoli protagonisti dei suoi racconti.

Ogni identificazione ci serve per fare esperienza di cosa possa capitare a essere quella persona lì, in quelle condizioni lì, che vive quegli accadimenti lì. Per ogni identificazione facciamo la spola tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo.

Impariamo a sospendere il giudizio e a osservare il fenomeno, stando in ascolto; così quello che vediamo, riconosciamo e cui diamo valore, si avvicina maggiormente a “quello che c’è”.

Empaticamente e con gentilezza comunichiamo la nostra esperienza formulando feedback che possono aprire il cuore del nostro cliente, così che gli possa scorrere fluentemente il sangue e che egli possa respirare armonicamente, irradiando le sue terminazioni nervose e cerebrali di quell’energia emotiva di cui necessita per permettersi più sane, adeguate e funzionali organizzazioni di pensiero, che muoveranno comportamenti capaci di meglio fronteggiare ciò che lo sta mettendo in difficoltà.

Nel presente manuale si propone un counseling pragmatico, agito da counselor pragmatici.

Il counselor è uno “YOGGER”, termine di fantasia, qui coniato per individuare il professionista dello Yogging, lo Yoga del Sentire, del Pensare, dell’Agire (Yoga-S.P.A); una forma di yoga che sviluppa e migliora i nostri stati di consapevolezza.

Gli stati di consapevolezza, cui ci riferiamo, sono determinati da quanto, relativamente ad ogni accadimento che ci coinvolge, riusciamo a renderci conto delle interazioni in essere tra ciò che “sentiamo” (emozioni, sentimenti, sensazioni fisiche), ciò che “pensiamo” (giudizi, ragionamenti, progetti, immaginazioni) e ciò che “agiamo” (comportamenti, azioni, atteggiamenti).

Altrove, in questo stesso manuale, è approfondita tale materia (vedi in particolare i capitoli dal 3.1 al 3.4), ma qui vogliamo richiamare l’attenzione sul fatto che dai nostri stati di consapevolezza dipendono le nostre possibilità di affrontare le nostre difficoltà, riuscendo a gestirle con modi e risultati in grado di produrre benessere, per noi stessi, per il nostro ambiente, per le persone con cui abbiamo a che fare.

Lo Yogging, che caratterizza il nostro fare counseling, è il metodo che permette a noi counselor di attivare, nei nostri clienti, i processi di consapevolezza a loro necessari per meglio affrontare le difficoltà che stanno attraversando.

Se sei interessato al Counseling, perché hai bisogno di aiuto o perché vuoi diventare un counselor o perché lo sei già e vuoi aggiornarti o stai cercando una supervisione,

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