LA FORMAZIONE IN COUNSELING. DAL DIARIO DI SIMONA.

Matisse, nudo robusto, braccio sopra la testaDella formazione IN Counseling di Simona ci parlano le sue parole, scritte di getto sul suo diario, con una prosa che spesso sa di poesia.

<<La prima serata della scuola di Counseling si apre con la distribuzione, da parte di Domenico, di un documento in cui è presentato sinteticamente il progetto della scuola, i suoi contenuti, la metodologia e le finalità. Ci chiede come stiamo: io mi sento in fibrillazione, eccitata, sono contenta, la sensazione di stare di nuovo in una scuola, di formarmi, di essere in un gruppo, di avere un percorso da seguire mi piace, mi ricorda la scuola e questo è un pensiero positivo, mi piaceva andarci, mi piaceva studiare; d’altra parte sono preoccupata, non so bene cosa si farà, come si farà, penso all’aspetto economico, all’impegno, al fatto che non ho finito ancora la scuola di Psicomotricità (finirà a luglio)  che già mi ritrovo in un’altra. Si fa un giro di feedback (rimando emozionale).

 Alessandra dice di essere insofferente alla situazione scolastica, Edoardo sembra dello stesso parere, Angelo dice che questo è ciò che si aspettava. Domenico ci parla delle possibilità che abbiamo, del processo in cui siamo inseriti (è un processo circolare penso io), della consapevolezza che ci porta alla scoperta dei nostri  talenti, che ci permette di esprimere ed essere al meglio ciò che siamo…

Io, Alessandra ed Edoardo diciamo di sentirci “in attesa” rispetto a ciò che sarà della serata … 

Domenico parla, mi perdo nei miei pensieri, le sue parole mi fanno pensare ad altro e mi allontano… parla dell’importanza del contatto e dello “stare in contatto” per avviare un processo di consapevolezza, per aiutarsi ed aiutare…

Perché si perde il contatto? Per  tentare una fuga? Per mancanza di interesse? Per evitare?

Interrompiamo il contatto in modo inconsapevole e questo ci sgancia dal “sentire” quello che potremmo sentire in una data situazione.

Domenico afferma come in questo gruppo possiamo fare esperienza  e da questa si parte per lavorare.

Siamo in una situazione protetta … possiamo mettere in gioco le nostre difficoltà, soprattutto quelle relazionali, che viviamo quotidianamente…

Possiamo attivare un processo di cambiamento e migliorare come persone.

Io penso di essere interessata all’ “educazione sentimentale”, al riconoscimento dell’emozione provata,  alla sua esplicitazione in modo consapevole e chiaro.Snoopy & C

Si parte dai nostri “sospesi”, ovvero da un bisogno non soddisfatto, da una situazione irrisolta…

Rifletto sui miei sospesi partendo da una situazione specifica di vita quotidiana che mi rimanda generalmente a quello che è il mio rapporto con la rabbia: la situazione sul lavoro con  una mia collega.

Sto in ascolto per individuare qual è il mio bisogno…SENTIRE LE EMOZIONI E COMUNICARLE IN MODO ADEGUATO, CONSAPEVOLE.

Per esempio, la gestione della rabbia…tenere le distanze…non farmi travolgere…non farmi mettere in discussione…rimanere integra/non essere minacciata……..sento il bisogno di non essere messa in discussione, di non essere criticata, giudicata e di non farmi travolgere da questi giudizi da cui mi difendo attaccando per difendere la mia integrità.

Domenico mi fa notare che questo è un bisogno espresso con il segno negativo, tradotto in senso positivo è BISOGNO DI RICONOSCIMENTO (penso alla mia insicurezza, alla stima che ho di me…quanto c’entra???)

Si fa un cerchio, ci mettiamo più vicini..sto bene?…in un primo momento si, mi piace la vicinanza, mi tranquillizza, mi sento come unita agli altri (ci sono tutte persone che conosco da un po’, tranne Silvia), ma comunque la sensazione fisica è di mancanza d’aria, di non avere abbastanza spazio per me.

Domenico ci invita ad allontanarci, lo sento come un prendere le distanze, avere più spazio per me, ma mi spiace che Alessandra sia così distante.

Rifletto su una modalità che metto spesso in atto nel relazionarmi agli altri: in un primo momento sto vicina, mi coinvolgo, mi butto dentro la situazione (in modo incosciente???), poi ho la necessità di allontanarmi, di fare dei passi indietro (per non essere del tutto fagocitata).

Bisogni..qual è il mio bisogno in questo momento specifico della mia esistenza?

Posso essere “desensibilizzata” ai miei bisogni, di modo che da non sentirli.

Posso ritenere i bisogni altrui più importanti dei miei, mascherando e non riconoscendo le mie priorità per sentire meglio i bisogni degli altri!?

(Domenico dice che “sentire” i miei bisogni è la condizione ineludibile per stare in contatto con i bisogni altrui!)

…è il mio bisogno? Dormire..avere più tempo per me … non dire sempre “sì” agli altri, non essere sempre così disponibile verso gli altri, che mi porta via del tempo che vorrei impiegare per me.

Voglio prestare attenzione alla mia disponibilità verso gli altri …. prestare attenzione ai miei bisogni.

Questa volta la Formazione “X” ha cambiato luogo, siamo andati a casa di Domenico, una situazione nuova e accogliente , eravamo io, Angelo, Alessandra e Paolo.

Ho iniziato subito io a raccontare di un episodio, con una mia amica psicologa: quando le ho raccontato che volevo fare la scuola di counseling, lei mi ha subito buttato addosso il suo giudizio: “è un modo per ritardare il tuo dover andare via di casa”.

Poi, vista la mia pronta risposta  a ribadire che avrei intrapreso questa cosa, ha iniziato a inveire contro la categoria dei counselor…

Io, come risposta, ho trattenuto la mie emozioni …DISPIACERE, RABBIA, DELUSIONE…per non aver ricevuto il SOSTEGNO e il RICONOSCIMENTO di cui avevo BISOGNO in quel momento (un bisogno che non viene appagato è un SOSPESO) .

sogni.11Ho reagito in questo modo, trattenendo la mia rabbia, ho visto più chiaro il mio bisogno di difendere le mie idee, ed il mio solito farlo.

Ho pensato al modo di essere di questa mia amica “psicologa”…in difficoltà in questo periodo di vita per problemi privati, con un bisogno di rivendicare la propria professionalità e formazione e la frustrazione di non riuscirci …

Angelo racconta del rapporto con la sua ex moglie…non prova RANCORE e RISENTIMENTO, per lui sono sentimenti da non provare, non vanno bene…io invece mi legittimo, quando gli altri mi fanno un torto, a provare questi sentimenti cercando la RIPICCA…la VENDETTA.

Racconto della discussione che ho avuto con la mia collega per il giorno di ferie, alla fine ho ceduto perché mi sarei sentita in colpa…

Domenico ci spiega il rapporto tra il SENSO DI COLPA ed il RANCORE, se c’è uno non c’è l’altro, ma sono complementari.

E allora perché sento il bisogno di vendicarmi?

Ci si può vendicare in svariati modi, anche il non rivolgere la parola è un’aggressione vendicativa verso l’altro…

Si può picchiare un cuscino, urlare in macchina inveendo contro chi c’ha fatto il torto.

Così ci “vendichiamo” senza fare male a nessuno.

Introietto…ciò che non condividiamo, ma ci appartiene culturalmente, quindi diamo per scontato che sia così, esempio: “Non ci si vendica, ma si perdona”.

Si inizia con la domanda di Domenico : “quali bisogni abbiamo?” e ognuno dice il proprio…

Silvia: bisogno di uscire dalla routine, di dare valore a  ciò che fa in casa per i suoi figli e suo marito.

Elena: bisogno di serenità, in particolar modo in coppia per capire quale direzione prendere.

Angelo: bisogno di comunicare

Edoardo: bisogno di trovare un senso a ciò che si fa oggi in previsione del domani “cosa me ne faccio di una Ferrari che poi mi stancherà dopo un anno raggiunto l’obbiettivo?”

Simona: bisogno di svagarmi..dovuto alla pesantezza di alcune mie relazioni con gli altri in questo ultimo periodo.

Racconto del mio bisogno..un bisogno di svago dovuto alla pesantezza con cui gestisco alcune mie relazioni, mi ritrovo sempre a 01dire come la penso perché “sono fatta così” (Domenico mi invita a riformulare il “sono fatta così” in “faccio così”)…

Pago come conto il fatto che gli altri poi mi diano delle risposte che mi mettono in crisi…ho a che fare con delle teste di c….?.

Silvia parla della sua situazione familiare, la sua scelta è stata quelle di stare a casa, non lavorare e occuparsi della famiglia, mentre il marito ha fatto carriera… “a me i figli a lui la pagnotta”; ora si sente insoddisfatta, annoiata, non realizzata, uno dei suoi bambini le ha chiesto quando va a lavorare e lei si è sentita inadeguata. Ha bisogno di dare valore a ciò che fa, pur non lavorando fuori casa, si occupa dei figli, della casa, di suo marito, deve rendersi consapevole che ciò che fa è importante e partire da questa cosa per sentirsi gratificata e riconosciuta.

Domenico: “L’unica obiezione che non riusciamo a controbattere è quella che condividiamo”.

Ritorniamo a sederci in cerchio … Anna interviene dicendo che lei si è buttata da un lavoro all’altro accettando una nuova proposta ed è andata male, ma rifarebbe tutto, non ha rimpianti, solo che ora si sente una fallita (ho fallito/sono fallito), non solo nel lavoro, ma anche negli altri campi di vita, nella relazione sentimentale, nel non avere ancora figli, solo nelle amicizie si sente ok.

Domenico si rivolge al gruppo con questa domanda: “posso stare con lo sbaglio?”, “mi permetto di sbagliare?”

Anna risponde di no, quando sbaglia si arrabbia molto con se stessa (Domenico fa l’esempio di quando si sbaglia una strada e poi si ritrova quella giusta), io dico che posso sbagliare nelle cose piccole, ma non in quelle grandi  per esempio quando devo fare una relazione a lavoro, deve essere perfetta, devo stare nei tempi.. “e se gli altri sbagliano?”…conosco i miei colleghi e prevedo già in anticipo chi mi criticherà, chi non starà nei tempi…

Ci penso quando torno a casa, ci sono sbagli anche grandi che so di fare coscientemente, ma me li permetto perché non hanno ricadute sociali, ma solo su di me, per esempio sbagliare relazioni sentimentali, mentre quando ciò che faccio riguarda per esempio un lavoro di gruppo non posso sbagliare.

Riconosco che la competizione mi appartiene e mi mette addosso molta ansia, perché devo dimostrare di sapere e saper fare e voglio che ciò sia riconosciuto dagli altri. 

Si discute sull’accettare di sbagliare, Orlando interviene portando il tema del perdono, lui quando sbaglia si perdona, mentre Anna si dà la colpa dei suoi sbagli.

Stare in una situazione in cui potrei sbagliare mi mette tensione, agitazione, ansia..il respiro diventa affannato, solo diventandone consapevole respiro meglio e così sento le cose in modo lucido, migliore…questa ansia è paura, mi fornisce una scusa per non fare, mi trattiene nell’impasse, ma mi segnala anche che quella cosa è importante e mi mette in uno stato di eccitazione, energia adrenalinica che può essere usata come un antidoto contro lo sbaglio e il fallimento.

genitori 33Quando penso al fallimento e al rischio ad esso collegato devo fare una valutazione (per decidere e scegliere) e non dare un giudizio.

Feedback che mi sono rimasti più impressi:

Anna…divisa in due parti, una che si giudica, si vergogna, non si sente adeguata e l’altra che sorride, che trova una speranza per andare avanti e non si arrende.

Edoardo…ringrazia tutti, è commosso…

Paolo sente per lui tenerezza.

Più volte ho chiesto ad Edoardo come stava, sono dispiaciuta di vederlo star male, ma so che questa sofferenza di stasera può fare sbloccare in lui delle cose…

L’esperienza della sofferenza è naturale, è innaturale il suo rifiuto.

Silvia…ha passato una bella giornata, quindi non è riuscita ad entrare appieno nel clima della serata

Elena…flusso di emozioni continuo

Paola..parte di lei che ha paura, teme di mettersi in gioco e parte che vuole dare al gruppo.

Alessandro..parla della sua esperienza in montagna, di un percorso che non riusciva a fare e si sentiva un fallito, ma che poi ha riprovato raddoppiando la prova ed è riuscito a percorrerlo addirittura accorgendosi dopo di averlo fatto.

Io…contenta che Anna sia rimasta, soddisfatta di me perché ho partecipato senza tentativi di fuga mentali..ancora preoccupata per il mio mal di stomaco.

Considerazione finale:  io, Anna e Edoardo seduti vicini, siamo i più piccoli del gruppo, gli altri sono più grandi…rifletto su questa differenza di età rispetto agli altri partecipanti alla Formazione “X” perché all’inizio parlo di Orlando come del “signore che deve ancora arrivare”, Domenico mi fa notare che lui avrebbe usato l’espressione “ragazzo”…

Io mi sento più piccola rispetto agli altri (ma Elena e Paola quanti anni hanno?), forse anche per questo ho del timore nell’esprimermi, a volte mi sento come bloccata e quel sorriso che uso quando parlo di cose che mi dispiacciono è per mascherare l’imbarazzo.

Domenico ci illustra il programma della serata, siamo presenti io, Paolo, Edoardo e  Angelo, non c’è Alessandra, non riesce a venire perché ha problemi di organizzazione con sua figlia e ci si interroga insieme su come si possa fare per risolvere questa cosa, mi spiace molto, mi manca la sua presenza.

Domenico ci parla di una delle proprietà fondamentali di un counselor: la capacità di stare in contatto con la persona che si aiuta e con la realtà che esso porta (rapporto tra organismo e ambiente).

La difficoltà principale è che spesso noi non stabiliamo un rapporto sano con la realtà, al contrario un contatto funzionante produce salute e benessere e ci permette di trovare le risorse interne per risolvere il problema o stare in esso nel miglior modo possibile.

Nel contatto (sano) è indispensabile mantenere la differenziazione (ciò mi richiama alla simbiosi di cui si parla in psicomotricità,genitori.30 insita soprattutto nel rapporto madre-figlio nei primi anni di vita di quest’ultimo, altro richiamo è al contatto sperimentato nei vissuti di psicomotricità e al concetto di risonanza tonico-emozionale di Aucouturier ) e incontrarsi sul confine, ciò definisce il Sè.

Il contatto ci unisce all’ambiente, ci permette di influire sull’ambiente, ci permette la crescita, il miglioramento, lo sviluppo.

L’argomento si sposta all’Io e al Sè, il primo ha una funzione amministrativa del Sè, attua scelte in base a processi di identificazione/differenziazione con quest’ultimo; il Sè è tutto ciò che noi siamo sotto l’aspetto fisico, spirituale, culturale ed emotivo.

Edoardo parla di ciò che per lui dovrebbe esserci nel programma della scuola, è interessato al coaching e chiede a Domenico se può essere inserito nelle ore sia individuali che di gruppo.

Domenico ci fornisce indicazioni su ciò che distingue il counseling dal coaching, nel primo prevale il sentire … nel secondo prevale il fare (viene maggiormente utilizzato nello sport e nelle aziende), il cliente sa cosa fare, ma non sa come muoversi e il coach ha come obbiettivo quello di evidenziare le potenzialità del cliente e … Queste due relazioni di aiuto possono compenetrarsi perché hanno molto in comune.>>

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