Sono un counselor, faccio counseling

Sono un counselor, faccio counseling, e ne vado fiero e, se arriverai alla fine di questo articolo, potrai farti un’idea di alcuni perché.

A chi ritiene impossibile,  o perlomeno pericoloso per la salute pubblica, il fare Counseling senza disporre delle specifiche capacità diagnostico-terapeutiche proprie degli psicologi, rispondo innanzitutto che il Counseling, che facciamo noi counselor, ha una sua particolare qualità fondata proprio sul non avere, non sapere, non potere fare né diagnosi, né psicoterapia, così da non esserne influenzati.

Nel Counseling che facciamo noi counselor non sono in campo le nostre capacità diagnostico-terapeutiche, sono in campo le nostre capacità di ascolto, di accoglienza, di comunicazione, finalizzate ad attivare positivamente nei nostri  clienti stati d’animo e pensieri in grado di orientarli verso comportamenti funzionali ad una migliore gestione delle difficoltà esistenziali rispetto alle quali ci chiedono aiuto (difficoltà esistenziali, prego prendere nota, NON malattie o disturbi mentali).

Ascolto, accoglienza e comunicazione sono le tre dinamiche relazionali che caratterizzano il Counseling, in esso agiscono all’unisono, costituendone la struttura  e definendone l’impianto relazionale.

Ascolto, accoglienza e comunicazione sono le “attività” che il counselor utilizza, strategicamente, per aiutare i propri clienti a meglio affrontare le difficoltà esistenziali su cui loro stessi chiedono aiuto.

Nel Counseling, ascolto, accoglienza e comunicazione sono una “gestalt” che la relazione counselor-cliente porta a compimento, per soddisfare la richiesta d’aiuto presentata dal cliente; sono cioè un insieme vivo e dinamico, di elementi dai legami/rapporti imprescindibili; un insieme i cui elementi costitutivi poggiano il loro positivo funzionamento sul contatto/relazione che hanno con ciascun altro elemento presente e in funzione nell’insieme stesso.

Per questo, quando facciamo Counseling:

  • per comunicare abbiamo bisogno di ascoltare e di accogliere
  • per accogliere abbiamo bisogno di ascoltare e di comunicare
  • per ascoltare abbiamo bisogno di accogliere e di comunicare

Tutto però comincia con l’ascolto e continua con l’ascolto, pur prevedendo l’accoglienza e varie forme di comunicazione, senza le quali non si potrebbe fare Counseling.

Nel Counseling, l’ascolto, l’accoglienza e la comunicazione, sono dinamiche relazionali specifiche, per molti aspetti diverse da ciò che comunemente viene inteso (chi ha fatto una buona formazione IN Counseling, sa a cosa mi riferisco; tutti gli altri, se interessati, possono cominciare col farsene un’idea, cliccando QUI).

Quando ricevo un cliente nel mio studio, e ne gestisco i convenevoli di accoglienza ed i preliminari di comunicazione ordinari di una qualsiasi attività professionale, ad esempio, non mi distinguo da un qualsivoglia altro, bravo, professionista.

Ma inizio a fare Counseling quando, dopo essere “entrato” insieme al mio cliente in uno specifico setting di Counseling, “mi metto in ascolto”.

La qualità di questo ascolto, le sue caratteristiche e le sue dinamiche, così come la qualità, le caratteristiche e le dinamiche dell’accoglienza e della comunicazione interpersonale ad esso associate, sono ciò che individuano, caratterizzano, qualificano e rendono possibile la relazione di Counseling.

Io credo che per noi counselor sia la specifica  definizione di queste qualità, di queste caratteristiche e di queste dinamiche l’ambito dove poter meglio ancorare l’identità del Counseling.

Se, facendolo, altri professionisti (in primis gli psicologi), dovessero obbiettare che è quanto fanno loro, a noi non rimarrebbe che chiedere:

  1. Siete sicuri di farlo? Vi facciamo questa domanda perché noi abbiamo fatto una formazione specifica, attraverso la quale abbiamo imparato ad ascoltare (non l’abbiamo studiato come teoria, ci siamo allenati a farlo), abbiamo imparato ad accogliere (non l’abbiamo studiato come teoria, ci siamo allenati a farlo), abbiamo appreso un modo di comunicare ad hoc (questo lo abbiamo anche studiato, ma molto lo abbiamo allenato, esercitandoci) e tutto questo non subisce nessun genere di influenzamento diagnostico-terapeutico nelle nostre relazioni professionali di Counseling; siete sicuri di poter affermare lo stesso?
  2. Ma ammettendo che voi lo sappiate fare e lo facciate, questa è per voi ragione sufficiente per pensare che nessun altro lo possa fare, fino al punto di reclamarlo giuridicamente?
  3. È possibile per voi rendervi conto che uno stesso strumento, alias uno stesso impianto relazionale, adoperato in un contesto diverso, con intenzioni e presupposti diversi, possa avere utilità diverse e produrre esiti diversi?

 Chi si rivolge al counseling, lo fa perché sta vivendo una qualche difficoltà esistenziale alla quale non riesce a far fronte con i mezzi, personali-sociali, a propria disposizione.  Noi Counselor ci muoviamo affinché la relazione di Counseling rappresenti, per i nostri clienti, un’esperienza in grado di favorire la scoperta e l’apprendimento di nuove e più funzionali possibilità di gestione/risoluzione autonoma delle proprie difficoltà, quelle stesse che a loro, prima, sembravano insormontabili.

Il tutto può avvenire perché mettiamo in campo, nella relazione di Counseling, le nostre specifiche competenze e abilità di ascolto, accoglienza e comunicazione.

La formazione in Counseling è, principalmente, un’esperienza in cui impariamo ad ascoltare, ad accogliere e ad usare la comunicazione, per favorire il miglior e più efficace utilizzo delle nostre e delle altrui capacità di ascolto e di accoglienza. Il resto viene da sé.

Pensare che per fare Counseling necessitino capacità diagnostico-terapeutiche (che in realtà ne riducono la potenza) vuol dire snaturare il Counseling. È un’operazione fatta apposta per renderne impossibile la valorizzazione ed impedire così l’affermazione di un’associata identità professionale.

Il Counseling è una struttura relazionale organizzata, professionalmente, in funzione d’aiuto.

L’aiuto che il Counseling è in grado di offrire riguarda lo sviluppo di consapevolezza necessario a meglio affrontare e gestire qualsivoglia difficoltà, piccola o grande, del vivere quotidiano.

Sull’annosa questione del “cos’è il Counseling e chi può farlo”, abbiamo bisogno di risposte semplici, in grado di aiutare tutti gli interessati a meglio orientarsi sulla questione stessa.

In questa direzione, propongo la seguente visione:

  • A partire da Carl Rogers, anche gli psicologi (in realtà psicoterapeuti) si accorgono e riconoscono che un certo modo (chiamato Counseling) di stare in relazione con gli altri, e di gestirne le dinamiche, funziona in chiave di aiuto.
  • Molti di loro integrano il Counseling, sviluppandone le potenzialità, nelle loro attività professionali, fino a non distinguere più i confini tra Counseling e Psicoterapia .
  • Molti di loro, però, riconoscono che il Counseling altro non sia che uno specifico impianto relazionale, che può essere appreso e ben utilizzato anche in contesti diversi da quelli psicoterapeutici e si mettono ad insegnarlo anche a non psicologi.
  • il fatto che il Counseling abbia avuto un accreditamento storico-sociale in forza della sua valorizzazione in ambito psicoterapeutico, se da un lato rilancia le “fortune” del Counseling, accreditandone il valore anche al di fuori di contesti psicoterapeutici, per altri aspetti fa sì che in qualche modo alla Psicoterapia rimanga agganciato, per altro in modo subalterno .
  • Questo aiuta gli psicologi ad accusarci di fare psicoterapia o, meglio, di sovrapporci all’intervento psicoterapeutico, senza averne titoli e capacità; a loro dire, il counseling altro non sarebbe che un insieme di “atti tipici”, specifici della loro professione, che, quindi, solo loro possono legittimamente esercitare.

Io, in quanto counselor, invece, continuo ad affermare che il Counseling sia, una “semplice” (una “semplicità” difficile a farsi), ma particolare  struttura relazionale, organizzata per finalità di aiuto intorno a tre specifiche competenze:

  1. ascolto,
  2. accoglienza,
  3. comunicazione interpersonale.

Tale struttura relazionale può essere agita, da chi ne ha la capacità, in funzione di aiuto, nei confronti di chiunque si ritrovi ad affrontare difficoltà personali/esistenziali nel corso del proprio vivere quotidiano.

Ritorniamo sulle due ragioni più importanti alle quali gli psicologi si attaccano, per arrivare a dire che:

  • il Counseling è “Cosa Nostra”:
  1. la prima è che il Counseling sia stato “inventato” da Loro;
  2. la seconda è che il Counseling consista in azioni che, per essere fatte senza produrre danni, necessitano irrinunciabilmente di una formazione accademica in Psicologia e, quindi, della capacità di diagnosticare eventuali malattie e/o disturbi mentali.

Sulla prima ragione, vorrei sorvolare, perché anche accettandola (e non è mia intenzione) vorrei proprio vedere in faccia l’intelligentone capace di rivendicare, in un contesto storico-geografico e socio-culturale quale è il nostro, l’esclusiva paternità dell’ “invenzione” di un qual si voglia complesso relazionale (come non considerare, ad esempio, che proprio tanta complessità ed articolazione non possa avere una sola ed esclusiva paternità!?). Al solo pensarlo mi confonde l’ambivalenza di un impulso, che mi spinge contemporaneamente sia a piangere, sia a ridere!

Sulla seconda ragione, tre domande:

  1. noi counselor lavoriamo e vogliamo lavorare con persone sane di mente, non utilizziamo il counseling per curare alcun disturbo mentale (quando ci capitano casi simili, inviamo i nostri clienti agli appositi specialisti); se gli psicologi ritengono “atti tipici” della propria professione quello che noi consideriamo particolari competenze relazionali organizzate professionalmente, cosa potrebbe/dovrebbe impedire agli psicologi di usare i propri “atti tipici” nel loro lavoro con persone malate e/o disturbate di mente e, a noi counselor, le nostre particolari competenze relazionali nel nostro lavoro con le persone sane?
  2. riconoscendo il Counseling come un particolare impianto relazionale strutturato su specifiche capacità di ascolto, di accoglienza, di comunicazione interpersonale (non potendo considerare queste capacità come “atti tipici” e quindi esclusivi di un’unica professione!), come inquadrare il paradosso che gli stessi psicologi ne propongano l’utilizzo in contesti non psicoterapeutici, ma anche in tali contesti ne reclamino il diritto esclusivo d’esercizio?
  3. Il fatto che abbia un nome (“Counseling”) non è già sufficiente a dimostrare quanto il Counseling sia un qualcosa con una propria specifica identità e, quindi, con propri determinati confini?

Mi avvio alla conclusione, costruendo due ultime domande:

  • Per quanto tra i padri del Counseling, soprattutto in Italia, ritroviamo principalmente i molti psicoterapeuti che l’hanno promosso, soprattutto formando counselor non psicologi;
  • in considerazione che la Psicoterapia non è che nasca dal nulla, ma origina nel, e si nutre del, l’intero universo della storia delle scienze sociali/umane (quello stesso universo in cui nasce e da cui si nutre lo stesso Counseling);
  • in considerazione del fatto che in tutto il mondo il Counseling esiste come attività professionale in vario modo distinta e distinguibile dalla Psicoterapia;
  • aprendo gli occhi sul fatto che diverse migliaia di counselor sono già stati formati in Italia ed in vario modo utilizzano le proprie competenze di Counseling;
  • anche accettando che il Counseling sia stato creato da una “costola” della psicoterapia;

possiamo accettare il fatto che Eva, fattasi donna, in quanto persona, abbia acquisito il diritto di esistere, indipendentemente dai voleri di Adamo, dalla cui “costola” è stata creata?

A chi spetta, quindi, la responsabilità di definire le attività di Counseling, di inquadrarle in specifici registri professionali e istituzionali e di dargli valore e dignità?

Domanda retorica, risposta scontata: spetta in particolare a noi counselor; avvalendoci della generale collaborazione di tutti quegli altri professionisti delle varie relazioni d’aiuto, che preferiscono interagire positivamente con noi invece di farci una vergognosa ed inqualificabile guerra, accusandoci di abusivismo, di illegittimità e di incompetenza professionale (spaventati come sono dalla propria incapacità di affermarsi professionalmente in forza del proprio valore, scelgono un rimedio peggiore del male: fanno la guerra ad altri professionisti, con la sterile intenzione di riservarsi aree di mercato).

Il campo delle relazioni d’aiuto è un universo in cui la migliore qualità di ogni singola professione è data dal suo sapersi fare “contaminare” positivamente dalle altre, interagendovi con sano spirito di collaborazione.

Ho voluto testimoniare il valore di questa prospettiva, scrivendo un libro ormai prossimo alla pubblicazione: Domenico Nigro, “L’esistenza e le sue crisi. Storie di vita e di counseling. Un nuovo metodo autobiografico”, Edizioni La Rondine.

L’ho scritto principalmente come testimonianza ed esempio di quanto e come il Counseling possa essere appreso ed esercitato da un non psicologo, confidando sul fatto che la qualità dell’opera potesse essere riconosciuta da tutti, anche dagli psicologi, e per questa via potesse sostenere la causa di noi counselor, di vederci sempre più e meglio riconosciuto il diritto di fare Counseling ed esercitarlo come libera ed autonoma professione.

Se leggerai questo mio libro e vorrai darmi un tuo feedback, mi darai una grande mano a comprendere se e quanto possa valere la pena, per noi counselor, continuare a produrre sforzi per l’affermazione di un Counseling come professione libera ed autonoma, affrancata dalle catene con cui molti psicologi (e, ahinoi e paradossalmente, anche molti counselor) vogliono legarla.

Puoi scrivere un commento qui sotto o farlo attraverso la pagina Contatti.

Grazie a Tutt* per la lettura.

Domenico Nigro.

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5 Comments

  1. Complimenti Domenico… bellissimo articolo!

  2. LAZZERI ANNA says:

    complimenti anche da parte mia, che faccio la counselor come te e capisco perfettamente, e condivido

  3. Bravo Domenico.

    Molto ben scritto e argomentato.
    Purtroppo tanti si improvvisano in questa professione che sta emergendo da noi In Italia mentre al’estero non viene additata.
    Probabilmente un modo sarebbe di regolamentarla come una qualsiasi altra professione, creando un Albo riconosciuto.

    • domenico says:

      Cara Maria Cristina, una delle ragioni che spinge gli psicologi a farci la guerra è proprio quella dell’esistenza degli Albi professionali,che secondo direttiva europea andrebbero aboliti. Ma questo è un discorso lungo e complesso.