Gli Psicologi ed il Re Nudo.

PSICOLOGI, che tanto ci disprezzate, SCOPRIRETE MAI che IL RE E’ NUDO!?

 “Il problema non è cosa i counselor dicono di essere, ma cosa fanno. Si improvvisano guaritori e spesso sono persone che non sono riusciti a laurearsi in psicologia o medicina e cercano scorciatoie di corsi per giocare con i problemi degli altri.”

Così, una psicologa italiana, descrive noi Counselor in un suo commento ad un articolo di Rolando Ciofi, postato su facebook, che parlava di possibili applicazioni del Counseling in ambito psicopatologico.

Se è vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda, lo è anche la bruttezza.

E allora vorrei fare un esercizio di applicazione di “buon senso”, analizzando il commento sopra riportato.

Per chi lo ha scritto, ciò che noi Counselor diciamo di essere non conta, non è un problema, meglio  stigmatizzare quello che facciamo:

“ci improvvisiamo guaritori, siamo persone che non sono riuscite a laurearsi in psicologia o medicina e cerchiamo scorciatoie per giocare con i problemi degli altri”.

La psicologa che ha fatto queste affermazioni, sicuramente, non si è resa conto del veleno che ha sputato:

  • fa di tutta un’erba un fascio (ci sarà pure qualche sedicente counselor, con formazione inqualificabile, che si improvvisa guaritore; così come ci sono sedicenti psicologi che si improvvisano santoni di improvvide sette, o cose simili);
  • mette all’indice, con malevola rappresentazione, migliaia di persone per bene; che hanno seguito propri percorsi formativi di counseling (spesso condotti da laureati in psicologia), con impegno, diligenza, senso di responsabilità e, successivamente, avviato proprie attività di counseling con spirito di sacrificio e massima rispettosità del prossimo col quale si ritrovano a lavorare;
  • se ne infischia bellamente dei contenuti dell’articolo che commenta (nel quale si prospettava la possibilità di relazioni di counseling a sostegno di specifiche cure farmacologiche, psichiatriche, psicoterapeutiche), preferendo diffamare un’intera categoria di persone, noi Counselor.

Al di là dell’evidente malevolo giudizio, e del disprezzo, espresso su noi Counselor e al di là dell’assoluta e bieca mistificazione della qualità della nostra formazione, espressa in questa rappresentazione, trovo più interessante soffermarmi sull’idea di Counseling che sottintende: “se noi counselor ci improvvisiamo guaritori, allora, per chi ci vede così, il counseling è un’attività che guarisce e, infatti e in quanto tale, può essere esercitata solo da legittimi guaritori, ovverosia i laureati in psicologia o medicina”.

Ah!

Cosa bisogna fare per far comprendere a certi psicologi che alla base di un bisogno d’aiuto non c’è necessariamente ed obbligatoriamente, sempre e solo, una qualche forma di malattia/disturbo mentale/comportamentale!?

Come bisogna fare per fargli capire che c’è una grandissima differenza tra l’aiutare ed il guarire!?

Come far loro capire che la guarigione è una necessità occorrente ad una persona malata, l’aiuto è una necessità sia di una persona malata, sia di una persona sana.

Noi Counselor ci occupiamo di persone sane, ma, la nostra azione, per specifiche istanze, può risultare utile anche a persone malate.

È così difficile comprenderlo ed accettarlo!?

Ma se questo è troppo per certe capacità di comprensione, è così difficile limitarsi a comprendere ed accettare che ci siano un’infinità di situazioni esistenziali in cui gli individui necessitano di un aiuto non di tipo medico-sanitario, non in vista, cioè, di una guarigione!?

È così difficile comprendere ed accettare che in certi casi, non è quello medico-sanitario, il migliore aiuto che può essere offerto!?

Certo, se presupponiamo che chi ha bisogno d’aiuto (perché non riesce a farcela da solo, anche solo occasionalmente, ad affrontare una qualche propria difficoltà esistenziale) si ritrovi in questa soggettiva condizione in forza di un qualche personale disturbo/malattia, allora l’unica cosa da fare è curarlo, guarirlo e allora solo gli psicologi e i medici possono farlo.

Perché loro sono formati ed hanno la capacità di diagnosticare gli stati di malattia e di procedere speditamente alla loro cura (ed infatti, psicologi e medici, curano gli stati di malattia, non si prendono cura delle persone, per questo ci sono altre professioni).

E quando l’aiuto richiesto fosse, ad esempio, quello di meglio affrontare una scelta su quale carriera di studi o di lavoro seguire? o come gestire una qualsivoglia crisi relazionale, affettiva, amorosa? o una qualsivoglia problematica legata al vivere quotidiano fatto di continui problemi da risolvere, piccoli o grandi?

Quando l’aiuto richiesto non fosse quello di curare una qualche particolare malattia o disturbo mentale/comportamentale cosa facciamo!?

Convinciamo, chi ci chiede aiuto, che lo sta facendo perché affetto da un qualche disturbo mentale e/o del comportamento, che può essere risolto solo attraverso specifiche cure psico-mediche!

Mi vengono i brividi ad immaginare gli scenari politico-sociali che potrebbero sostenere una tale prospettiva!

Non voglio credere che questa sia la visione prevalente tra gli psicologi!

Anche se …

Noi Counselor offriamo aiuto a chiunque ce lo chieda, ritrovandosi in una qualsiasi circostanza di difficoltà personale che non richieda dirette e specifiche “cure” di stampo medico-psicologico.

Che il nostro aiuto abbia, anche, valenze di tipo psicologico (muovendoci sul piano dei sentimenti, del pensiero e dell’agire umano), non può essere argomentazione sufficiente per impedirci di praticarlo.

Diversamente si dovrebbe limitare, per legge, il campo d’azione di mille professionalità centrate sulla relazione interpersonale e di mille fattispecie relazionali umane e umanitarie.

Certo, capiamo tutti che se così fosse, gli psicologi avrebbero risolto, d’incanto, tutti i propri problemi occupazionali, ma tutti quanti noi vivremmo in un mondo di merda! (più ancora di quanto già lo sia!).

Il paradosso, però, è che gli psicologi, invece di puntare sulle proprie decantate competenze ed abilità scientifico-professionali, cerchino di far prevalere i propri interessi occupazionali armando varie forme di guerra santa contro le più disparate categorie professionali, che agiscono nel generale campo delle relazioni d’aiuto.

Nonostante tutti i loro saperi psicologici, non riescono a rendersi conto che è proprio il loro modo di vedere le cose, e di farle, che limita massimamente le loro possibilità di affermazione/diversificazione professionale.

Insomma, viviamo un tempo storico-sociale in cui individui sempre più soli, e non “socializzati” ad affrontare positivamente le difficoltà del vivere, necessitano di varie forme di aiuto, che non possono essere affrontate solo con le modalità, e la visione delle cose, proposte da una Psicologia ancorata ad una dimensione “clinica” dell’esistenza.

E sì cari “cugini” psicologi, esiste un immenso campo di intervento in cui, se si è in possesso di capacità di accoglienza, di ascolto, di osservazione non giudicante, di accettazione, di comunicazione-relazione empatica, si può trovare occupazione.

La questione riguarda il come tali capacità vengano utilizzate e per quali finalità.

Ma, prima di affrontare tale questione, val la pena ragionare un po’ su chi ha a disposizione tali capacità e perché.

Che ci siano situazioni più o meno improvvisate di corsi improvvidi, che prospettano l’acquisizione delle più varie competenze e abilità professionali, in grado di permettere l’esercizio professionale di una qualsivoglia forma d’aiuto, non può essere ragione sufficiente per squalificare tutto ciò che, al di fuori dei contesti ufficiali della formazione psicologica, viene fatto in materia di formazione alla relazione d’aiuto.

Chi contesta questa affermazione può tranquillamente smettere di leggere e rimanere col proprio pregiudizio.

La vita stessa, sicuramente, si starà già incaricando di fargli duramente pagare tale atteggiamento.

La formazione IN Counseling è un percorso di crescita personale che dura almeno tre anni (poggiando le basi per una continuazione dello stesso percorso, che potrà durare la vita intera!).

Soprattutto è un percorso che si avvia in età adulta!

Chi lo percorre attiva e allena competenze relazionali, pratiche, assolutamente non sviluppabili nei tradizionali studi accademici di Psicologia (pur considerando i relativi tirocini).

Mi risuonano le argomentazioni di alcuni psicologi, del tipo: “le capacità di accoglienza, di ascolto, di osservazione non giudicante, di accettazione, di comunicazione-relazione empatica, che voi counselor dichiarate di avere, servono a noi psicologi per instaurare e gestire quelle relazioni di fiducia che ci permetteranno di portare avanti i nostri interventi di cura”.

Ancora sta cura!!!

Ancora il dare per scontato il possesso di queste competenze.

Se il commento da cui ha preso le mosse questo mio scritto è rappresentativo di un pensiero comune tra la maggioranza degli psicologi italiani, allora posso sfidare chiunque a trovare, in misura ben rappresentata, una quantità di psicologi italiani concretamente in possesso di buone capacità di accoglienza, ascolto, osservazione non giudicante, accettazione, comunicazione-relazione empatica.

Queste sono capacità debitamente sviluppabili solo attraverso esperienze formative ad hoc (e la laurea in Psicologia non rientra tra queste).

Certo, la formazione post-universitaria, in psicoterapia, offre questa possibilità.

E qui casca l’asino!

Storicamente, dopo un’infinità di filosofi, pedagoghi, antropologi e maestri spirituali d’ogni genere, finalmente, anche alcuni psicoterapeuti illuminati hanno riconosciuto la possibilità di utilizzare, al fine della promozione del benessere, un particolare “impianto relazionale”, centrato sull’accoglienza, sull’ascolto, sull’osservazione non giudicante e sulla condivisione empatica delle visioni, dei pensieri, dei comportamenti e dei sentimenti di chi chiede aiuto.

Tale impianto relazionale è stato chiamato, da tali psicoterapeuti illuminati, “Counseling” e ne è stato proposto l’utilizzo, in primis, agli psicologi, sia a quelli che “curavano” i loro malati, sia a quelli che volevano applicare i loro saperi in altre vicende esistenziali, al fine di migliorarle.

Riconoscere che quest’impianto relazionale chiamato Counseling, fosse una competenza che anche non psicologi potevano acquisire e sviluppare, se debitamente formati, è stato un attimo!

Certo, per menti sveglie!

Menti in grado di riconoscere il fatto che, quelle di Counseling, siano competenze acquisibili ed esercitabili da:

  • chiunque abbia una cultura di base, e un’esperienza di vita, in grado di comprendere l’uomo, nei suoi aspetti esistenziali di crescita e sviluppo,  di volontà e di motivazioni, di emozioni e sentimenti;
  • chiunque abbia una cultura di base, e un’esperienza di vita, in grado di permettergli di comprendere quali siano le relazioni socio-culturali e affettive che ci influenzano, a quali influssi mentali, fisiologici, spirituali siamo assoggettati, come tutto questo possa declinarsi nelle nostre, singole, esistenze;
  • chiunque abbia capacità di interazione personale sufficienti a praticare le esercitazioni necessarie a sviluppare quelle che abbiamo chiamato abilità di counseling (accoglienza, ascolto, accettazione, comunicazione-relazione empatica, osservazione non giudicante);
  • chiunque dimostri capacità di comprendonio atte ad assimilare la conoscenza del modello di counseling (eh sì! perché ce ne sono tanti!) proposto dalla scuola di counseling scelta.

Storicamente, in Italia, le scuole di counseling sono nate e si sono sviluppate ad opera di psicoterapeuti illuminati che, forti della propria esperienza di formazione e di formatori, hanno prima definito la struttura di competenze relazionali utili al sostegno della cura psicoterapeutica, l’hanno poi denominata “Counseling” e ne hanno riconosciuto l’utile applicazione in ogni relazione volta alla promozione del benessere ed esercitabile anche da chi non fosse Psicologo, ogni volta che non fosse utilizzata in funzione specifica di cura di un qualche conclamato caso di disturbo e/o malattia mentale.

Da qui è nato, per certi psicologi, il problema!

Nel non aver visto, e nel continuare a non vedere, questa possibilità: quella di usare il Counseling (laddove se ne possiedono le abilità) fuori da contesti clinici oppure, quando questa possibilità viene vista, mettendosi a farlo, ma snaturandolo, rimanendo agganciati a modalità professionali squisitamente “cliniche”.

Il problema di questi psicologi è, principalmente, legato alla loro scelta di appiattirsi su, e confinarsi in, una visione medica della propria identità e professionalità.

Questo ne ha limitato, e ne limita, il campo d’azione, lasciando ampi spazi di manovra ad altri professionisti, che hanno potuto, possono e potranno continuare ad affermarsi, anche grazie alla miopia di questa scelta.

Ma nulla avviene per caso.

Gli psicologi italiani, in stragrandissima maggioranza, non fanno Counseling.

Perché!?

Mi verrebbe da rispondere, lapidariamente, perché non ne sono capaci.

Più pacatamente, rispondo dicendo che credo non ci abbiano pensato a fare Counseling (almeno fino a quando non ne abbiamo fatte vedere noi Counselor i campi di applicazione), presi, com’erano e come sono, da altri interessi e altre visioni della propria professionalità.

Gli sarà sembrato, e gli sembrerà, riduttivo della propria identità professionale!

Però non vogliono che altri lo facciano: qualcuno potrebbe confondere il Counseling dei Counselor, con quello che fanno loro (evidente dinamica proiettiva!), che è di gran lunga di maggior valore, più sicuro e fondato scientificamente, messo in opera da fior fior di professionisti con super formazioni universitarie e anni e anni di studi.

Peccato che gli psicologi non facciano Counseling e, quando provano a farlo, fanno un’altra cosa!

Gli psicologi non hanno pensato di fare Counseling perché non ne hanno visto il particolare valore e le particolari possibilità di utilizzo, quindi, non hanno investito sulle loro abilità di Counseling e non le hanno sviluppate a sufficienza.

Per questo non sono capaci di fare Counseling.

Peccato che reagiscano a tal cosa con l’intenzione di eliminare dalla scena professionale chi ha cominciato a fare Counseling e vuole continuare a farlo, invece di collaborare con noi Counselor, nella nostra intenzione di fare Counseling, nel rispetto della salute pubblica e di ogni ordinamento giuridico, rispettoso dei prioritari principi costituzionali di libertà di pensiero, di libertà di ingegno e di libertà d’azione professionale.

Cos’è una diagnosi se non una specialità del giudicare!?

Se sei così preso dal bisogno di diagnosticare, come fai poi ad osservare senza giudicare!?

Come fai ad accogliere?

Come fai ad ascoltare?

Come fai ad accettare?

Ti sarà molto più difficile e più difficilmente riuscirai a farlo.

Per gran parte degli psicologi italiani, la predilezione per la cura-terapia, il loro ricondurre tutto a interventi che:

  • partono dal bisogno di diagnosticare (bisogno che, puntualmente, soddisfano),
  • proseguono con tecniche di indagine volte a rilevare lo scarto tra le caratteristiche personali dei loro “pazienti” ed i modelli ideali descritti nei loro manuali diagnostici,
  • continuano con la programmazione di percorsi terapeutici volti a colmare quello scarto e poi …

e poi pretendono di sapere loro cos’è il Counseling!? e accusano noi Counselor di essere degli improvvisati guaritori!?

La stragrande maggioranza degli psicologi italiani non sa cos’è il Counseling!!!

Questa è una verità.

Per questo IL RE E’ NUDO!

Di cosa sia il Counseling, gli psicologi che ci fanno la guerra, hanno forse una vaga conoscenza teorica (diversamente non lo confonderebbero con un intervento atto a curare), ma sicuramente non ne hanno un sapere pratico, in altre parole: non sanno come si fa e cosa può produrre.

Non hanno mai imparato a farlo e, quando avrebbero potuto farlo (nelle loro scuole, post-universitarie, di Psicoterapia), hanno relegato questa opportunità ad una funzione di servizio non prioritaria e, quindi, trascurabile e spesso trascurata.

Che il Counseling, come insieme di competenze professionali atte a promuovere il benessere delle persone e ad aiutare chiunque viva una qualsivoglia problematica esistenziale, sia nato, in Italia, come “costola” del sapere psicoterapeutico, non può essere ragione sufficiente per decretare che il Counseling possa essere esercitato solo dagli psicologi, né, tantomeno, che sia una professione di tipo sanitario.

Se, inoltre, consideriamo il fatto che, la struttura di competenze che chiamiamo Counseling, semplicemente riprende e valorizza orizzonti di “saperi”, di capacità e abilità ben presenti nella storia dell’umanità molto prima della nascita di ogni forma di psicoterapia, come non considerare “Buono e Giusto” il fatto che chiunque sia in grado di apprendere competenze di Counseling le possa utilizzare, alla bisogna, nelle proprie situazioni di vita, personale e professionale, fino ad arrivare, se ne è capace, a farne una professione in sé e per sé!?

A chi può dare fastidio!?

A chi può fare del male!?

Sicuramente un tale ragionamento non filerebbe liscio nella vecchia Italia delle corporazioni.

Ma, a chi soffre di nostalgia per l’Italia delle corporazioni, cosa farebbe meglio?

Farsi curare da uno Psicologo!?

O farsi aiutare da un Counselor!?

Posso comprendere, però, la frustrazione di persone che, dopo anni e anni di duri studi e lunghi e faticosi percorsi di formazione, scoprono che altre persone, con minor tempo dedicato allo studio e alla formazione, si ritrovano a fare quello che potrebbero (o meglio: che avrebbero potuto) fare loro!

La frustrazione la comprendo benissimo e da Counselor, propongo loro questa visione metaforica:

  • carissimi,

ci sono professionisti della musica, che hanno studiato anni e anni nei loro conservatori; alcuni hanno avuto successo, componendo liriche meravigliose, dirigendo orchestre fantastiche o, in queste, suonando; altri si sono dedicati all’insegnamento della musica, a vari livelli, con maggiore o minore soddisfazioni; altri non sono riusciti a combinare nulla di buono.

Nessuno di questi si è “accontentato” di scrivere e suonare e cantare “canzonette”.

Nessuno si è dato alla musica leggera, anche se avrebbe potuto.

Ci sono altre persone, che non hanno seguito la profondità di studio e di formazione musicale dei soggetti sopra citati.

Persone che hanno imparato a fare musica leggera e, “in quattro e quattr’otto”, hanno composto, musicato e scritto, “canzonette”.

Alcuni hanno prodotto “canzonette” meravigliose, che hanno incontrato il favore e soddisfatto i gusti di milioni di ascoltatori e fans (ad esempio: Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla, Vasco Rossi), altri sono riusciti a produrre “canzonette” variamente distinguibili tra il più e il meno apprezzabile, altri non se ne sono fatti niente.

Fra le due categorie di persone, i “super musicisti” e i “produttori di canzonette” ci sono molte cose in comune e molte differenze. Ma:

I primi hanno acquisito una capacità spendibile in un mercato ristretto.

I secondi hanno acquisito una capacità spendibile in un mercato allargato.

I primi potrebbero (in linea teorica) fare quello che fanno i secondi.

I secondi non possono fare quello che fanno i primi (e se ne guardano bene! Proprio non gli interessa!)

Ma nelle due categorie, chi si è affermato è stato colui che ha vissuto il proprio lavoro con passione, cercando di trovare in esso ed esprimere con esso, la propria arte.

Chi, dell’una e dell’altra categoria, ha cercato di affermarsi facendo la guerra agli altri non è riuscito a combinare niente di buono, né per sé, ne per gli altri.

Anche per questo, ancora una volta, IL RE E’ NUDO.

Domenico Nigro, Counselor.

P.S. accolgo risposte, commenti, richieste e contatti; scrivi a: domeniconigro@libero.it

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