I dieci comandamenti della Comunicazione Interpersonale.

I dieci comandamenti della Comunicazione Interpersonale.

Questo è il capitolo 4.1 del “Manuale per la Formazione IN Counseling”, cui puoi accedere cliccando qui.

4. La comunicazione sana ed efficace.

Se saper comunicare è importante in ogni relazione interpersonale, nel counseling è indispensabile!

  • Come funziona la comunicazione?
  • Cos’è efficace nella comunicazione?
  • Cosa produce, invece, effetti negativi?

La comunicazione, come dice la parola stessa (comunic + azione), è una “comune- azione”, un’azione che accomuna i parlanti, un’azione che, quindi, per funzionare, ha bisogno della loro collaborazione.

La comunicazione è una dinamica relazionale, che dipende da un insieme di dinamiche relazionali.

A tale insieme di dinamiche relazionali, ai loro contenuti e forme, alla loro prassi, tutti noi counselor siamo particolarmente interessati.

Potremmo anche dire d’essere interessati all’efficacia della nostra comunicazione.

In una relazione interpersonale consideriamo efficaci quelle forme di comunicazione che permettono e migliorano il contatto tra i parlanti, consentendo loro di esplicitare i propri bisogni, i propri sentimenti e le proprie intenzioni, rendendo il tutto massimamente comprensibile.

In una relazione interpersonale, la comunicazione è una funzione di contatto, lo rende possibile e lo qualifica come stato della relazione tra i parlanti, che permette loro di comprendersi, nei pensieri, nei sentimenti, nelle parole, nei gesti.

Il saper comunicare, se agito in modo onesto, consapevole e responsabile, aiuta l’instaurarsi e lo svilupparsi di un buon contatto tra i parlanti e, con questo, favorisce buoni esiti relazionali, che, per noi counselor, riguardano soprattutto il miglioramento della consapevolezza dei nostri clienti, nei confronti delle difficoltà esistenziali che stanno affrontando.

Per noi counselor, la comunicazione è una competenza relazionale, collegata a dieci particolari “comandamenti”.

          4.1    I dieci comandamenti della Comunicazione Interpersonale.

  1. “Prima comprendere l’altro”
  2. “C’è un luogo ed un tempo per ogni cosa”
  3. “Accogliere”
  4. “Ascoltare”
  5. “Agire”
  6.  “L’autenticità e il rispetto”
  7.  “L’ Io – Tu; il discorso diretto e biunivoco”
  8.  “Ci sono parole che aiutano e ci sono parole che bloccano”
  9.  “Attenzione al linguaggio non verbale”
  10. “Attenzione al contatto”

 “Prima comprendere l’altro” (Comandamento N. 1)

Per ciascuno di noi, la realtà dipende dai nostri strumenti di rilevazione della stessa, cioè dal nostro sistema percettivo.

Il nostro sistema percettivo è alla base della nostra soggettività (ma si potrebbe dire anche il contrario: “la nostra soggettività è alla base del nostro modo di percepire il mondo); le nostre percezioni e il modo in cui percepiamo definiscono il quadro cognitivo delle nostre convinzioni e dei nostri valori, influenzando il sistema di interrelazioni che viviamo con l’ambiente.

Per chiunque, la realtà esiste come ricostruzione frutto delle proprie percezioni.

Percezioni diverse di una stessa realtà producono realtà diverse.

Per il suo essere ricostruzione soggettiva, ogni realtà è quindi sempre relativa.

La nostra percezione della realtà è organizzata dal modo in cui la guardiamo, la ascoltiamo, ci rivolgiamo a essa.

I nostri timori e i nostri desideri, le nostre credenze e il modo in cui rielaboriamo i nostri vissuti, i nostri bisogni e i criteri che utilizziamo per soddisfarli, la nostra soggettività, il nostro particolare modo d’essere e di fare, sono il filtro, la cassetta degli attrezzi che usiamo per costruire e ricostruire il mondo che ci circonda e ogni esperienza che di questo facciamo.

Ognuno ha la propria vita, le proprie competenze, i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie sensazioni. È così per Tutti.

Saper riconoscere ciò che è dell’altro, distinguendolo da ciò che, invece, appartiene al nostro mondo di esperienze, pensieri, emozioni e sensazioni, é fondamentale per riuscire a comunicare efficacemente.

Insomma, per comunicare efficacemente, prima di tutto, è necessario comprendere l’altro!

L’accezione di comprendere qui in risalto è quella derivante dal latino “cum-prehendere“, “afferrare e fare proprio” ciò con cui si è in contatto.

In questo senso, comprendere è cosa diversa, molto più ampia, del semplice capire (che è una funzione confinata nel dominio della mente).

La funzione del comprendere ingloba la capacità di cogliere, accogliere e dar valore a tutto ciò che, nell’altro, ha vita e che l’altro ci sta comunicando (intenzionalmente o meno).

Prima comprendere, considerando le differenze tra l’esistenza dell’altro e la nostra, le differenze di percezione tra le realtà che viviamo, per poterci avvicinare ed entrare in contatto.

Prima comprendere! Per giocarci la possibilità di essere capiti e compresi.

Comprendere l’altro è necessario alla comunicazione.

La comunicazione è necessaria per comprendere l’altro e realizzare quello scambio di contenuti informativi e culturali, di valori e di emozioni, che ci permette di stare in contatto e di sviluppare la relazione, traendone i possibili, corrispondenti benefici.

Approcciare l’altro, dal punto di vista da cui lui stesso guarda il mondo e la vita, ci aiuterà ad accoglierlo e ad ascoltarlo, comportamenti fondamentali per una comunicazione efficace.

L’errore più comune in cui incappiamo è il non considerare la possibilità dell’esistenza di un mondo, e di un modo di viverlo, diverso dal nostro; siamo così portati a dare per scontato che l’altro debba pensare come noi, ragionare come noi, avere un identico sentire in materia di emozioni e di sensazioni.

Questo ci porta ad assumere comportamenti e a sviluppare dei pensieri che ostacolano la comunicazione, non la fanno funzionare come “azione comune” e, quindi, la rendono inefficace:

– non ascoltiamo e ci preoccupiamo principalmente di “dire la nostra”;

– moralizziamo, giudichiamo, interpretiamo, generalizziamo;

– diamo spiegazioni non richieste, anticipiamo le parole altrui e ne completiamo i discorsi;

– minimizziamo, banalizziamo, svalutiamo;

– ci contrapponiamo;

– quando ci accorgiamo che l’altro non condivide il nostro sentire, il nostro pensare e ragionare, lo “passiamo a giudizio”, affibbiandogli un’etichetta dal valore variamente dispregiativo (esempio: “Questo non capisce niente!”).

Assumiamo unilateralmente il nostro modo di rappresentare la realtà come verità assoluta e inoppugnabile.

Il nostro errore è non comprendere quanto, per l’altro, la realtà possa essere diversa da ciò che noi percepiamo come tale.

Il nostro errore è credere che la realtà che vediamo e sentiamo sia sempre oggettiva e invariabile e non una ricostruzione limitata dai nostri sensi, condizionata dai nostri sentimenti e perciò soggettiva e variabilissima, una funzione del soggetto che guarda e sente (vedi capitolo 5.5, sulla teoria della Gestalt).

Insomma, ognuno di noi ha un proprio mondo d’idee, valori e convinzioni, un proprio modo di stare al mondo e di percepirlo, dal quale è variamente influenzato e condizionato; comunicare senza tenerne conto è ciò che, innanzitutto, rende inefficace lo scambio comunicativo!

Due esempi:

– chi è convinto che chiedere sia un’azione tendenzialmente inopportuna, cercherà il più possibile di evitare di fare richieste e, di fronte a quelle altrui, facilmente agirà con varie difficoltà (imbarazzo, prepotenza, rifiuto pregiudiziale, forzata accondiscendenza, eccetera), producendo  risvolti relazionali connotati da varie forme di disagio; accorgerci di come il nostro interlocutore vive il fare/ricevere richieste è, quindi, indispensabile, se il nostro comunicare prevede il fare/ricevere richieste (così come è fondamentale aver chiaro qual è il nostro stesso atteggiamento, e modo di vivere, rispetto al fare/ricevere richieste).

– alcuni sentimenti (per esempio, la tristezza) sono tabù per alcune persone; gestire con quest’ultime una relazione/comunicazione senza tenerne conto limita alquanto le possibilità di contatto.

Prima comprendere:

  1. La persona e il suo mondo di valori, sentimenti, idee.
  2. Da cosa questa persona é mossa e come si muove.
  3. Come noi interagiamo con tutto ciò.

Così potremo muoverci opportunamente e procedere, efficacemente, nel nostro comunicare.

“C’é un luogo e un tempo per ogni cosa” (Comandamento N. 2)

Tra gli elementi che determinano la “qualità” della comunicazione, sono fondamentali il “dove” e il “quando”.

L’efficacia di una comunicazione, la sua capacità di sviluppare un buon contatto tra i parlanti, coerente con il tipo di relazione che questi hanno e/o vogliono avere, è condizionata dal “dove” questa avviene.

Il “dove” di una comunicazione è inscritto in una dimensione spazio-temporale: non c’è solo un tempo per ogni cosa, c’è anche un luogo!

I tempi e i luoghi di una comunicazione ne influenzano l’efficacia.

I luoghi

Il “luogo” di una comunicazione ha a che fare con due dimensioni, una immateriale e una materiale.

La dimensione immateriale è quella dei ruoli rivestiti dai parlanti e dai relativi contenuti simbolici e affettivi.

Per esempio, quando un insegnante parla con un proprio allievo, l’efficacia della sua comunicazione è sicuramente condizionata dal fatto che l’allievo riconosca il proprio ruolo di allievo e l’altrui ruolo di insegnante (e viceversa), nonché dai contenuti affettivi caratterizzanti la relazione stessa.

La dimensione materiale riguarda le caratteristiche dello spazio fisico entro il quale avviene la comunicazione.

Per esempio: il fatto che insegnante e allievo si parlino in un’aula scolastica, piuttosto che alla festa di compleanno dell’allievo, cui l’insegnante è stato invitato, può senz’altro dare alla comunicazione insegnante-allievo una valenza e, nel caso, un’efficacia diversa.

C’è quindi un luogo della comunicazione che è definito dal rapporto tra i parlanti (ruoli, funzioni e contenuti affettivi/personali) e un altro che è determinato dall’ambito fisico in cui la comunicazione si svolge.

Tra i caratteri della relazione individuiamo i rapporti di ruolo e le dimensioni affettive ed emotive che la caratterizzano.

In altre parole, la caratterizzazione della relazione (fratello-sorella, marito-moglie, docente-discente, capo-subordinato, venditore-cliente, eccetera) esistente tra i parlanti è il primo “luogo” a influenzare la valenza e l’efficacia della comunicazione, come dottamente declama Paul Watzlawich, nel secondo assioma della pragmatica della comunicazione umana: “ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione”.

Prestare attenzione ed essere consapevoli dei caratteri della relazione in cui si inscrive lo scambio comunicativo è una condizione di base per riuscire a gestirlo efficacemente.

Fare un discorso “da padre” a un figlio adolescente, il cui stato psicologico gli impedisce di riconoscere il valore (morale, affettivo, emotivo) della figura paterna, vuol dire essere “fuori luogo” e quindi inefficaci.

Sull’efficacia della comunicazione, oltre al “luogo” inteso come “ciò che caratterizza la relazione”, incide in maniera significativa il luogo inteso come contesto spaziale in cui la comunicazione viene effettuata; per esempio:

– una pubblica piazza per un comizio elettorale;

– la sala riunioni presidenziale per un consiglio d’amministrazione;

– il chiaro di luna per una dichiarazione d’amore.

Luogo inteso come dimensione fisica da un lato, e luogo inteso come dimensione relazionale, dall’altro, è lo spazio entro il quale i contenuti simbolici non verbali della comunicazione assumono rilievo e forza.

Prestare attenzione al luogo della comunicazione, esserne consapevoli e agire coerentemente agli elementi che lo caratterizzano, è una delle condizioni di base, ineludibili, per riuscire a comunicare efficacemente.

Per questo un counselor dà sempre un gran valore e cura attentamente l’organizzazione del setting in cui fare counseling.

I tempi

Anche per quanto riguarda il tempo, è necessario distinguere due livelli:

– il tempo inteso come “cornice temporale” che inquadra la comunicazione;

– il tempo inteso come “scansione temporale interna” che la struttura.

Per “cornice temporale” intendo il “quando” comunicare e per “quanto” tempo.

Circa il quando, ci riferiamo a quando entrambi i parlanti sono pronti (preparati), interessati e disponibili a comunicare, a incontrarsi e a gestire quelle informazioni, quelle idee, quei sentimenti e quant’altro ancora, comunicando, vogliono scambiarsi.

Per questa ragione è particolarmente opportuno che sul quando farlo ci sia un accordo preventivo tra i parlanti (ripensate a come vi siete sentiti l’ultima volta che qualcuno si è messo a parlarvi, di sua iniziativa e di cose che interessavano solo lui, in un momento in cui volevate solo starvene per conto vostro).

Circa il “quanto”, alla domanda: “quanto tempo è opportuno dedicare all’atto del comunicare perché questo sia efficace?”, semplicemente risponderemmo: “tutto il tempo, e solo quello, in cui l’interesse, l’attenzione, il bisogno e la voglia di contatto dei parlanti rimane viva e attiva” (ed è bene ricordare che, spesso, questo tempo è molto breve!).

Spesso chi parla continua a farlo fino a quando non ha finito di dire tutto quello che aveva in mente di dire: niente di più inutile da fare, quando il contatto tra i parlanti è perso!

Sia sul “quando”, sia sul “quanto”, non esiste una regola fissa, in grado di determinarne la giustezza.

Il “quando” è adeguato in funzione del suo essere concordato tra i parlanti.

Il “quanto” è idoneo quando è reciprocamente accolto e sostenuto dal contatto/coinvolgimento attivo dei parlanti.

Sul “quando” e sul “quanto” incombe il “come”.

Il “come” riguarda la scansione temporale della comunicazione sana ed efficace:

Un tempo per Ascoltare.

Un tempo per Accogliere.

Un tempo per Agire.

Ascoltare. Accogliere. Agire.

Tre verbi per tre “tempi” che, una volta presi e fatti propri, diventano la temperie di ogni sana e funzionale forma di comunicazione efficace.

Un tempo per Ascoltare, uno per Accogliere, uno per Agire; sì perché una comunicazione efficace non può che essere agita attivamente, accogliendo ciò che si ascolta, per rilanciarlo nella relazione, consapevolmente e responsabilmente, e così farla positivamente procedere.

Vedremo tutto con la trattazione dei prossimi tre comandamenti.

“Accogliere” (Comandamento N.3)

Quando il nostro comunicare integra armoniosamente i tre tempi dell’Accogliere, Ascoltare e Agire, il contatto con l’altro funziona meglio ed è più funzionale a migliori sviluppi relazionali.

Da un punto di vista funzionale, il contatto è un bisogno che rimanda ad altri bisogni: di incontro e di confronto, di comprensione, di riconoscimento e di sostegno, di apprezzamento, di fiducia …

Nei singoli e di volta in volta particolari casi, per stabilire un contatto e svilupparlo, é indispensabile riuscire a individuare quali specifiche “esigenze”, nostre e del nostro interlocutore, siano in gioco.

Consideriamo, qui, come “esigenza” ogni impulso emotivo, ogni sentimento e sensazione, ogni valore o norma culturale, ogni atteggiamento mentale e comportamentale, ogni bisogno in gioco, nel “qui e ora” della situazione relazionale in cui sta avvenendo la nostra comunicazione.

Per comunicare efficacemente, abbiamo bisogno di considerare tali “esigenze” come istanze che muovono la volontà ed il comportamento nostro e del nostro interlocutore.

Quanto più queste “esigenze” ci saranno chiare, perché ci saremo curati di scoprirle e/o riconoscerle, tanto più sapremo come “usarle” per rendere massimamente efficace la nostra comunicazione.

Potremmo sintetizzare il tutto con l’affermazione che “per comunicare efficacemente è indispensabile sapere cosa il nostro interlocutore voglia da noi e cosa noi vogliamo da lui”.

Scoprirlo sarà sicuramente una funzione correlata alla “temperie” della nostra comunicazione, cioè a cosa e a come, della e nella stessa, sappiamo accogliere, ascoltare e agire.

Per comunicare efficacemente con qualcuno è certamente fondamentale stabilire con lui un clima di reciproca disponibilità al muoversi reciprocamente incontro.

Ciò che più facilita l’altro a venirmi incontro è il fatto, preliminare, che io sia disposto a muovermi verso di lui.

Per poterlo fare, ho bisogno innanzitutto di “sapere dove si trovi (sia fisicamente, sia mentalmente, sia emotivamente) e comprendere come ci stia”.

Proprio per questo, (facendo attenzione a non dare niente per scontato) parto dal “osservarlo”.

Il mio “osservarlo” riconosce il valore del primo assioma della “Pragmatica della comunicazione umana” (Paul Watzlawich): “non si può non comunicare”, che qui rielaboriamo in “tutto comunica, anche ciò che non vogliamo” (nella doppia valenza: sia “ciò che non vogliamo comunicare” sia “ciò che non vogliamo che comunichi”).

Osservo tutto di lui, guardandolo:

Dov’è? Come occupa lo spazio? Quanto mi sta distante o vicino? Quali sono le caratteristiche del suo abbigliamento? Quali posture assume? Come sono il suo sguardo e le sue espressioni facciali? Come si muove? Come parla (dai toni alle forme espressive)? Come respira? Come reagisce a quello che faccio e dico?

Il mio “osservare” è integrato dal mio “sentire” (in senso ampio, cioè comprensivo di emozioni e sensazioni)).

Sento i suoi toni, gli echi dei suoi stati d’animo?

Riconosco la particolarità delle sue parole, ricercate, volute o buttate lì?

Mi accorgo delle mie sensazioni, associate a ciò che guardo e sento?

Presto attenzione e osservo tutto ciò.

Lo scopo del mio osservare è doppio:

  1. Scoprire quanto lui sta esprimendo di sé
  2. Accoglierlo, per poterlo ascoltare.

Questo accogliere ha innanzitutto il valore di prendere, portare e tenere dentro di me, facendogli spazio, quanto il mio interlocutore sta esprimendo (intenzionalmente o meno).

Tengo il tutto dentro di me per poterlo ascoltare (tale dinamica sarà ripresa e approfondita nel prossimo comandamento) e sentirne gli effetti, innanzitutto emozionali.

Come mi fa sentire stare con ciò che ho accolto dell’altro e sto tenendo dentro di me, ascoltandolo?

Riesco a starci o lo rifiuto?

Per accoglierlo è fondamentale la mia capacita di tenere a bada ogni mio giudizio.

Per usare una rappresentazione semiologica, prendo coscienza dei “significanti” che l’altro mi sta presentando senza associarli, ancora, ad alcun “significato”.

Accoglierli, cioè far loro spazio dentro di me, tenerli in me, per poterli ascoltare e sentirne gli effetti, innanzitutto sensoriali-propriocettivi (psicofisici: emozioni, sensazioni, sentimenti); è questa l’accoglienza di cui qui si parla!

Il guardare senza interpretare, giudicare, valutare; osservare punto e basta, riempiendomi gli occhi, la mente e la memoria di pure e sole immagini (segni-significanti, e non segnali-significato, di una realtà che non voglio dare per scontata, perché la voglio scoprire con tutto il carico di novità possibili, di cose mai viste che mi può offrire) è una delle tecniche maestre della meditazione orientale.

Con tale tecnica, chi si dedica alla meditazione mira a sviluppare i propri stati di coscienza, di consapevolezza e d’intelligenza.

Osservare i nostri interlocutori senza mischiarvi giudizi e interpretazioni é al quanto difficile; è un esercizio che richiede impegno e allenamento.

Ugual cosa è osservare quanto ci accade (a livello sensoriale, di emozioni, sensazioni, sentimenti) nell’accogliere ciò di cui ci accorgiamo dell’altro, osservandolo.

La mia “osservazione” continuerà per tutto il tempo in cui avrà luogo la comunicazione, sostenuta da una particolare, altra, mia attività: l’esplorazione.

Come volessimo scoprire un territorio che ci interessa conoscere, dal quale vogliamo essere accolti e del quale accogliamo ogni scoperta.

Nel guardare il nostro interlocutore, noi esploriamo il suo “esserci” e il suo “stare lì con noi”; cosa fa? Come lo fa? Cosa prova? Cosa vuole?

E noi cosa facciamo e come? Cosa proviamo? Cosa vogliamo?

La qualità del nostro saper accogliere, e stare con ciò che accogliamo, influenzerà significativamente la nostra comunicazione e la sua efficacia.

Il senso e il valore di questo nostro “accogliere” è uno stadio che precede, ma non prelude obbligatoriamente l’accettare ciò che abbiamo accolto.

L’accoglienza di cui qui si parla ha, “semplicemente”, a che fare con l’apertura e la disponibilità a far spazio dentro di sé per tenerci, il tempo di scoprire cosa di buono poterne fare, ascoltandolo, quanto l’altro vuole e può dirci, vuole e può esprimere di sé.

L’accoglienza di cui qui parliamo è, anche, il saper fare la stessa cosa degli effetti scaturiti in noi da ciò che accogliamo dell’altro.

“Ascoltare” (Comandamento N. 4)

Accogliere è una condizione indispensabile per ascoltare, nei termini che qui proponiamo.

Ascoltiamo ciò che accogliamo, tenendolo con noi.

Se lo rifiutassimo, se lo respingessimo o anche solo allontanassimo, non lo avremmo a disposizione per ascoltarlo e, quindi, sentirlo.

Affrontiamo qui l’ascolto nella sua dimensione sensoriale, propriocettiva, che permette il “sentire” (se non ascolto, non sento).

Più avanti affronteremo l’ascolto analizzandolo nella sua dimensione interattiva, “io-altro”.

Ascoltare è l’azione volta al sentire, in noi stessi, cosa si muove, cosa accade, in rapporto a chi ci sta parlando, a cosa ci racconta e a come.

Sentire le nostre emozioni, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti, ci permette di attivare e sviluppare intuizioni corrette sulle emozioni e sui sentimenti che stanno provando le persone con le quali ci relazioniamo.

Questo ascolto è ciò che rende possibile il contatto con gli altri ed è ciò che qualifica la nostra presenza, il nostro esserci nella relazione.

L’integrazione di emozioni e sensazioni dà forma ai sentimenti, struttura ciò che sentiamo.

Che cosa sentiamo dunque?

Sentiamo le nostre emozioni, diventandone consapevoli attraverso le nostre sensazioni.

Che cos’è un’emozione?

Un’emozione è un impulso sensoriale, propriocettivo, che muove all’azione.

Il significato etimologico di emozione è “muovere all’azione”, un muovere all’azione che si poggia sulla produzione di sensazioni, che si sviluppano in sentimenti.

L’emozione, per propria natura, sfocia in un impulso ad agire, sostenuto da sensazioni e sentimenti.

Per meglio rispondere alla domanda (cos’è un’emozione?), si può ricorrere ad una sorta di paraetimologia” del vocabolo “emozione”.

Emozione è una parola composta da due termini: “emo” + “zione”.

Il termine “emo” rimanda al sangue. Il termine “zione” rimanda all’azione.

Emozione è “sangue in azione”; il sangue è pulsato dal cuore, quindi: azione del cuore.

Cos’è una sensazione?

Una sensazione è un’azione dei sensi (sens-azione), intesi nella loro doppia accezione:

– senso come organo/funzione (ad esempio il tatto) che ci permette di percepire stimoli esterni e/o interni;

– senso come funzione mentale (pensare, immaginare, interpretare, classificare, giudicare, valutare, eccetera) che ci permette di assegnare un significato a un qualunque dato esperienziale.

La sensazione è una risposta di senso, nella duplice valenza di significato e di sentimento, a uno stimolo esterno o interno; lo stimolo interno può essere una, o più, emozione o una qualsivoglia dinamica fisiologica; lo stimolo esterno può essere una qualsivoglia dinamica di contatto, percepita tramite i sensi.

Emozione + Sensazione = Sentimento!

Il sentimento è una costellazione di emozioni e sensazioni perduranti, che superano cioè il tempo della loro insorgenza.

Le emozioni sono impulsi che diventano sentimenti quando attivano sensazioni, perduranti nel tempo.

Le sensazioni sono azioni che congiungono il “sentire”, come funzione dei nostri organi sensoriali, al “significare”, come funzione delle nostre facoltà mentali (“dare un senso a ciò che sentiamo”).

È questa una delle ragioni principali per cui, spesso, confondiamo il pensare col sentire (“Sento che non mi stai dicendo la verità”; “Sento che questa volta andrà bene”), utilizzando il verbo “sentire” per rappresentare un qualcosa che stiamo, invece, semplicemente pensando, immaginando, paventando, desiderando.

Il pensare è un’azione e un dominio variamente collegato ai vissuti  di emozione, sensazione, sentimento, che tutti noi sperimentiamo, ma e’ una funzione della mente che non può essere confusa con quelle del sentire (dominio in cui albergano le emozioni, i sentimenti, le sensazioni), direttamente collegate ai nostri organi di senso, proprio ed eterocettivi.

Per aiutare a riconoscere ciò che qui viene inteso come “sentire”, riprendendo quanto già argomentato, propongo una classificazione di emozioni, sensazioni e sentimenti.

Le emozioni sono quelle “azioni del sangue e del cuore” che ci procurano sensazioni ai cui estremi risiedono degli opposti di malessere e di benessere.

Mi sono sempre più convinto dell’esistenza di sette emozioni basilari che, singolarmente o variamente aggregate, in un modo o in un altro, compongono i nostri sentimenti.

Inscriverò tali emozioni in un’architettura di tre coppie di opposti più un elemento singolo, che non mi sembra avere un opposto:

  •  piacere vsdispiacere
  • gioia vs rabbia
  • affetto/amore vspaura
  • l’elemento singolo è la sorpresa[1].

Ad ogni emozione, e ad ogni aggregato di emozioni, corrispondono una o più sensazioni (nell’accezione sopra presentata, di azioni degli organi di senso e del senso che diamo a tali azioni).

Le sensazioni sono: l’eccitazione, l’agitazione, la pacatezza, la calma, il dolore, il caldo, il freddo, il benessere, il malessere, il languore, la leggerezza, la pesantezza, la fatica, la freschezza, la dolcezza, l’amarezza, la durezza, la mollezza, la ruvidezza, la tenerezza, il soffocamento, la nausea, il formicolio, ecc…

I sentimenti sono la percezione, tradotta in termini di senso e significato, delle nostre emozioni e delle nostre sensazioni, perduranti: emozione + sensazione = sentimento.

Proponiamo qui una possibile classificazione dei sentimenti, variamente articolabili in stati di agio/disagio, soddisfazione/insoddisfazione, benessere/malessere:

– desiderio/bramosia vsripulsa/disgusto;

– fascino vsfastidio;

– amore vs odio/solitudine/abbandono/gelosia/invidia;

– solidarietà vs offesa/aggressività;

– entusiasmo/felicità/euforia vs abbattimento/tristezza/depressione;

– soddisfazione/appagamento/beatitudine vsinsoddisfazione/frustrazione;

– esaltazione vs umiliazione;

– ammirazione/apprezzamento vs disprezzo/rifiuto/invidia;

– riconoscimento/identificazione vsestraneità/diversità;

– sicurezza/forza/coraggio/potenza vsinsicurezza/debolezza/spavento/impotenza/ansia/panico;

– curiosità/interesse/divertimento vs noia/apatia/insofferenza/stress;

– gratitudine vsrisentimento/rancore/colpa;

– orgoglio vsimbarazzo/vergogna/pudicizia;

– speranza/illusione vs disperazione/delusione/sgomento;

– ottimismo vspessimismo;

– fiducia vstimore/scoramento;

– simpatia vs antipatia;

– conforto vssconforto.

E ancora: stupore, meraviglia, nostalgia, commozione, orrore, terrore e tutti quegli altri sentimenti che non mi vengono in mente e che fatico a classificare in un qualche rapporto bipolare!

Emozioni e sentimenti hanno vari “corrispettivi” fisico-motori (sensazioni e azioni);

per esempio:

– la rabbia: il colpire;

– la tristezza: la disperazione e il dolore, il pianto;

– la gioia: il saltare, il ballare e il cantare;

– la vergogna: il nascondersi;

– l’amare: l’abbracciare e … tutte quelle altre azioni, particolarmente goduriose, che lascio a chi legge il compito di inventariare!

Ad ogni emozione o aggregato di emozioni si associano una o più sensazioni, nonché alcune specifiche azioni a carico non solo dell’apparato sensoriale ma anche di quelli articolare e muscolare.

Esempio: a un’emozione di rabbia si può associare la sensazione di soffocamento, di rigidità, lo stringere i pugni e digrignare i denti.

Considerando l’equazione Sentimento = Emozioni + Sensazioni, riconoscere le proprie emozioni e le proprie sensazioni è sia un buon mezzo per riconoscere i propri sentimenti, sia un buon indicatore dei propri bisogni e, addirittura, della fase in cui il processo di soddisfazione degli stessi può essersi incagliato (vedi le fasi del processo di soddisfazione di un bisogno, cap. 5.5, la teoria della Gestalt).

Se penso di “sentire” qualcosa e non riesco ad associare a emozioni e sensazioni particolari, facilmente sto confondendo il sentire con il pensare!

Come presentato nel capitolo 5.5 (su la Teoria Gestalt), la soddisfazione dei nostri bisogni, quando avviene in modo sano, è un processo che attraversa fasi riconoscibili: sensibilizzazione, consapevolezza, eccitazione, azione, contatto, soddisfazione, abbandono.

Emozioni, sensazioni, sentimenti diversi si associano a ciascuna, diversa, fase del processo di soddisfazione di un bisogno.

Un bisogno insorge (sensibilizzazione), ne diventiamo consapevoli (consapevolezza) ed entriamo in uno stato di energizzazione (eccitazione) che ci spinge all’azione; ci adoperiamo per soddisfarlo (azione), lo soddisfiamo (contatto), ne godiamo gli effetti (soddisfazione e abbandono).

Che tutto ciò avvenga per intero, attraversando compiutamente ogni fase del processo, non è sempre dato. Ciò nonostante, la scomposizione (che ci ha indicato la Gestalt) in tali fasi del ciclo di soddisfazione dei bisogni ci serve, da un lato, come quadro di riferimento entro il quale classificare e “utilizzare” ciò che sentiamo, dall’altro per leggerlo come indicatore dello stadio in cui ci troviamo, relativamente alla nostra soddisfazione del bisogno in essere.

In sintesi, dare un nome al bisogno con cui sto facendo i conti e individuare in quale punto di soddisfazione dello stesso mi ritrovo è una consapevolezza che posso ottenere in relazione alla mia capacità di convivere con ciò che sento, di riconoscerlo e corrispondervi adeguatamente!

Tale consapevolezza mi serve a relazionarmi positivamente, adeguatamente e utilmente, con i sentimenti altrui, gestendoli opportunamente per la mia e l’altrui, migliore e possibile, soddisfazione.

In altre parole, essere cosciente di ciò che provo (emozioni/sensazioni/sentimenti) è la base fondamentale della mia capacità di stabilire e sviluppare un buon contatto con il prossimo, quello stato della relazione con l’altro che ci permette di comprenderci, nei pensieri, nei sentimenti, nelle parole, rendendoci consapevoli di “cosa” caratterizzi la nostra relazione e del “come” questa stia avvenendo.

Anche i sentimenti, come le emozioni e le sensazioni che li compongono, si posizionano su di una “scala” ai cui estremi risiedono degli opposti di malessere e di benessere.

I sentimenti inquadrano stati di agio/disagio organismico (cioè dell’organismo nella sua unitarietà di corpo, spirito e mente), variabili in relazione allo stato dei processi di soddisfazione dei nostri bisogni, a loro volta influenzati dai nostri stati di consapevolezza.

Le emozioni e le sensazioni, che proviamo e riconosciamo attraverso i nostri sentimenti, ci parlano dello stato dei nostri bisogni con i quali siamo, o sarebbe meglio per noi che fossimo, in contatto.

“Cosa” facciamo dei e con i nostri sentimenti, e “come” lo facciamo, sono aspetti cruciali per la qualità della nostra vita e delle nostre relazioni!

Ci sono sentimenti che proviamo mentre soddisfiamo un bisogno, altri dopo averlo soddisfatto.

Ci sono sentimenti che proviamo quando non soddisfiamo un bisogno.

Ci sono sentimenti che ci procurano piacere e altri che ci fanno star male.

Ci sono sentimenti che non ci permettiamo e ce ne sono altri che evitiamo.

Nel gestire i nostri sentimenti interveniamo sulle nostre emozioni, reprimendole, sopprimendole (eliminandole), esaltandole, evitandole.

Una buona conoscenza, e coscienza, delle associazioni possibili, tra emozioni, sensazioni e sentimenti, è un’importante base d’appoggio dei nostri stati di consapevolezza (ed è uno degli obiettivi fondamentali della formazione in counseling, perseguiti principalmente attraverso la pratica dello “Yogging”, lo Yoga del Sentire, del Pensare, dell’Agire; pratica ampiamente presentata nel primo volume) .

Dai nostri sentimenti noi traiamo la consapevolezza circa:

– ciò che ci piace/non ci piace;

– ciò che è buono/cattivo per noi (ciò che ci fa bene e/o ciò che ci fa male);

– il o i bisogni con i quali stiamo facendo i conti;

– lo stadio del ciclo di soddisfazione del bisogno nel quale ci ritroviamo.

Ora, poiché associare un senso/significato a un sentire che ci arriva dai nostri sensi avviene attraverso il pensiero, spesso confondiamo il pensare con il sentire!

“Sento che non mi ami più come una volta” dice l’amante delusa dalle poche attenzioni che il proprio compagno le sta riservando, perché assorbito da incombenze, in quel momento per lui, importantissime.

Cos’è questo “sentire”?

È il riconoscere un sentimento (emozione + sensazione), l’insorgere e l’associarsi spontaneo di un’emozione e di una sensazione che si legano alla nostra facoltà di attribuirvi senso?

O è un pensare, alias interpretare, valutare, giudicare, eccetera.

La questione è di straordinaria importanza, perché presiede al rapporto tra il sentire, azione possibile grazie al funzionamento dei nostri organi di senso, e il pensare, facoltà tutta mentale, di

astrazione-ricostruzione immaginaria dello stato delle cose verso cui rivolgiamo i nostri interessi.

Perché è importante distinguere ciò che pensiamo da ciò che sentiamo?

Perché se riusciamo a distinguere ciò che sentiamo da ciò che pensiamo vuol dire che abbiamo imparato a riconoscere le nostre emozioni, i loro rapporti con le nostre sensazioni e le loro espressioni, aprendoci alla possibilità di riconoscere tali espressioni anche negli altri, riconoscendo altresì emozioni e sensazioni collegate.

Il contatto interpersonale, in una relazione, è un’esperienza che avviene in forza di un suo positivo ancoraggio al piano delle emozioni e dei sentimenti (senza una qualche forma/percezione di risonanza emotivo-sentimentale, non vi è contatto).

Riconoscere i nostri e gli altrui sentimenti e saperli gestire, ricorrendo ad adeguate espressioni e forme comunicative degli stessi, è ciò che rende possibile il contatto con l’altro; un contatto che a sua volta faciliterà lo scambio comunicativo e la sua efficacia.

Confondere un pensiero con una sensazione equivale a non avere consapevolezza dei propri sentimenti e delle proprie emozioni; tale confusione è una tra le ragioni più frequenti delle nostre difficoltà di comunicazione/relazione!

Stabilire un contatto con gli altri e svilupparlo dipende, innanzitutto, dalla nostra consapevolezza emotiva e dalle nostre capacità di comunicazione.

D’altro canto, un buon contatto aiuta di gran lungo a comunicare in modo sano ed efficace.

Mettersi e stare in ascolto é ciò che ci permette di “sentire” emozioni, sensazioni e sentimenti, condizione indispensabile per ogni contatto, “intra” ed “inter” personale, consapevole; condizione a sua volta indispensabile per agire e comunicare in modo sano ed efficace con noi stessi e con gli altri.

L’emozione diventa sentimento quando è sentita, in senso proprio e non improprio (pensata), quando cioè emerge alla nostra consapevolezza per il tramite di una sensazione fisica: un languore o un torpore, un fremito o una contrattura, una caldana o una gelata interna; insomma il senso di qualcosa, una corrispondenza fisica, ubicata e riconoscibile in qualche parte del corpo e non come significato inscritto nell’astrattezza dei nostri pensieri!

Spesso noi non ascoltiamo. Non ascoltiamo le nostre emozioni, le nostre sensazioni.

Preferiamo pensare, finendo con l’utilizzare questa facoltà non per valorizzare i sentimenti, ma per ottunderli, mascherarli, anestetizzarli, neutralizzarli, favorendo le derive comportamentali della fuga, del conflitto, dell’indifferenza.

Le emozioni ci agitano; il soprassalto emotivo può trasformarsi in sopraffazione e perdita del controllo, e se perdiamo il controllo chissà cosa può accaderci!

Riteniamo sia meglio stare nella dimensione più facilmente controllabile del pensiero. Meglio sopprimere le emozioni, fino al punto di desensibilizzarci; non sarà una grande vita, ma è un modo per immaginarcela più sicura!

Confondere le due funzioni, del pensare e del sentire, porta ad un uso disfunzionale di entrambe.

Ciò che sentiamo, mettendoci e stando in ascolto, ci fornisce informazioni utili sullo stato dei nostri bisogni; il pensare ci permette di organizzarci, per soddisfarli al meglio.

Per interagire in modo ottimale, le due funzioni devono attivarsi in modo distinto: la nostra capacità di distinguere il pensare dal sentire è un elemento di base della nostra consapevolezza.

Con il pensiero rielaboriamo ciò che sentiamo, per riconoscerlo e per dargli le migliori risposte. Con il pensiero classifichiamo e diamo un senso alle nostre emozioni e alle nostre sensazioni.

Sviluppare la nostra capacità di “sentire” migliora la qualità della nostra vita; il sentire è principalmente una questione di ascolto, propriocettivo ed eterocettivo.

L’ascolto in questione è l’attivazione di ogni organo di senso.

Facciamo alcuni esempi.

Quando dico: “Ho un sentimento di …”, voglio dire che ho “sentito/percepito”, in qualche parte, in qualche modo, nel mio corpo, una o più emozioni, una o più sensazioni.

Sento/percepisco le mie emozioni per il tramite di sensazioni fisiche cui so dare un senso.

Provo un sentimento di amore e allora ecco la gioia, il calore, il languore, l’accelerazione cardiaca.

Quando dico “Sento che mi vuoi fregare”, banalizzo la relazione tra ciò che penso e ciò che sento.

“Sento che mi vuoi fregare” letteralmente è una frase senza senso; rimanda alla commistione tra il pensarlo (che mi vuoi fregare!) e le emozioni e le sensazioni associate a questo pensiero: Paura? Indignazione? Rabbia? Accelerazione cardiaca? Sgomento?

Sul rapporto tra il pensare e il sentire, annosa è la questione se “vengono prima le emozioni, le sensazioni, i sentimenti o i pensieri?”

Cercare di rispondere è come chiedersi chi sia nato prima tra l’uovo e la gallina!

Provo queste emozioni, queste sensazioni, questi sentimenti in risposta a quello che sto pensando? O penso quello che sto pensando in risposta all’insorgere di emozioni e sensazioni, che non so neanche bene riconoscere?

Tra il pensare e il sentire c’è sia un rapporto reciproco di causa-effetto, sia una naturale correlazione.

Il pensare e il sentire sono due processi che partecipano allo stesso accadimento: l’insorgenza di un bisogno ed il suo svilupparsi in un processo in grado di soddisfarlo.

A un pensiero negativo corrisponde un’emozione negativa e viceversa, ad un’emozione positiva corrisponde un pensiero positivo.

Noi possiamo, volontariamente e direttamente, generare e dirigere i nostri pensieri; non lo possiamo fare, con la stessa forza e dinamica, con le emozioni.

Possiamo sì influenzare le nostre emozioni (teoria del pensiero positivo-causativo), ma non governarne l’insorgenza.

Possiamo assumerci la responsabilità di quello che facciamo delle nostre emozioni, molto meno decidere quali emozioni provare.

Insomma, un pensiero possiamo sceglierlo, un’emozione no (al cuor non si comanda!).

Possiamo però intervenire sui nostri stati e livelli di consapevolezza allenandoci all’ascolto, applicando concentrazione e volontà; possiamo per questa via imparare a stare meglio con le nostre emozioni e con i nostri pensieri, imparando a gestire le une e le altre, migliorando così i nostri stati di malessere/benessere.

Tutto ciò diverrà sempre più un risultato “spontaneo” (nel senso di non direttamente, volitivamente governato), perché influenzato dal miglioramento della nostra capacità di stare con le nostre emozioni e con le nostre sensazioni.

Nell’evoluzione della specie umana la facoltà di provare emozioni è emersa e si è sviluppata ben prima di quella del pensare; funzionalmente, quest’ultima è nata e si è affermata, innanzi tutto, per migliorare la qualità delle risposte comportamentali da dare alle emozioni e a ciò che le provocava, cosa che non sempre riusciamo a fare, perché spesso ricorriamo a forme e a utilizzi del nostro pensare nocive per il nostro benessere.

Mettersi in ascolto e prestare attenzione a ciò che “sentiamo”, imparando a distinguere in esso ciò che attiene al dominio del pensiero da ciò che attiene al dominio sensoriale, ci permette di verificare l’adeguatezza e l’utilità dei nostri pensieri, correggerli, all’occorrenza, favorendo l’avvio di una circolazione di emozioni-sensazioni-sentimenti-pensieri in grado di migliorare i nostri stati di malessere/benessere, l’efficacia della nostra comunicazione e la qualità delle nostre relazioni.

Quando sento, sento emozioni, sensazioni e sentimenti.

Quando penso, sto svolgendo un’attività mentale: valuto, giudico, interpreto, immagino, analizzo, denomino, decodifico, calcolo, classifico, associo, riconosco, eccetera.

Quello che sento e quello che penso è collegato, di volta in volta, a un qualche processo di soddisfazione di un qualche bisogno.

Il sentire è la funzione che mi segnala l’affacciarsi di un bisogno (e/o lo stato della sua soddisfazione).

Il pensare è la funzione che mi permette di elaborare i procedimenti attraverso i quali soddisfarlo.

Non che la funzione del pensare sia, sempre, indispensabile per soddisfare i nostri bisogni, ma la sua attivazione permette l’ampliamento e lo sviluppo dei modi attraverso cui farlo, permette quindi di migliorare (o di peggiorare!) la quantità di bisogni soddisfabili e la qualità stessa della loro soddisfazione.

Sento delle emozioni, delle sensazioni; ne assumo coscienza attraverso il loro riconoscimento, che la funzione del pensare mi rende possibile; elaboro quanto mi sta accadendo e individuo (sempre col pensiero) le opportune possibilità di azione che mi posso permettere e agisco e via, da capo: sento, riconosco, elaboro, individuo, agisco; il tutto in un collegamento e in una integrazione sempre più stretta, che non separa realmente le fasi qui presentate, man mano che divento più esperto e consapevole del processo.

Mettermi in ascolto e riconoscere ciò che sento, nei termini qui presentati, sono le funzioni percettive e mentali che attivo (e mantengo tali) a sostegno dell’efficacia della mia comunicazione.

Sentire e riconoscere ciò che sento è funzione del mio “ascoltare”, il primo dei tre tempi attraverso cui viene qui scandito il modello di comunicazione efficace proposto: Ascoltare, Accogliere,  Agire.

Ascolto (primo tempo), quindi Accolgo, riconosco ciò che sento e gli do valore (secondo tempo).

Il riconoscere ciò che sento è la prima informazione dalla quale parto per gestire il processo decisionale delle mie azioni, del mio comportamento.

Riconoscere ciò che sento mi orienta sul tipo di contatto che posso sviluppare con l’altro.

Poiché la qualità del contatto con l’altro (e con questo, l’efficacia della comunicazione) è determinata, innanzitutto, dai suoi contenuti emotivi, saper riconoscere le mie emozioni (dal sentirle al denominarle col pensiero) e, grazie a questo, essere aiutato a riconoscere quelle altrui, sostiene il mio saper contattare l’altro e rimanervi in contatto.

È la capacità di riconoscere le mie emozioni che mi permette di riconoscere i segni delle emozioni altrui e il modo in cui, in me, risuonano (e che io posso sentire e riconoscere).

Quella del sentimento è la base d’appoggio che mi permette di stabilire/stare in contatto con l’altro; da questo parto per sviluppare il mio incedere comunicativo.

Il contatto tra i parlanti è tanto più attivo e solido quanto più tra i parlanti è in atto il riconoscimento dei propri e degli altrui sentimenti e quanto più il tutto è (in proprio e reciprocamente) accettato.

“Agire” (Comandamento N. 5)

Il riconoscimento dei miei sentimenti è la prima, fondamentale, informazione riguardante le condizioni emotive della relazione che sto avendo con l’altro; è da tale riconoscimento che originano le mie scelte circa i contenuti e le forme della mia comunicazione.

Ben consapevole dei miei sentimenti, presto attenzione allo stato emotivo del mio interlocutore, cercandone i segnali nella sua comunicazione (verbale e non) e nel suo modo di stare con me: sono interessato a stabilire con lui un buon contatto!

Riusciremo, entrambi, a riconoscere e ad accogliere, nella loro diversità/identità, i nostri sentimenti e i nostri punti di vista?

Il contatto richiede comprensione e consapevolezza circa i sentimenti in azione nell’intero campo relazionale; vediamone un esempio:

«Papà posso andare in discoteca!?» chiede la figlia (che chiameremo Claudia), quattordicenne, al proprio padre.

Come funzionerà la comunicazione fra padre e figlia?

Dietro alla “semplicità” della richiesta, formulata con una comunicazione diretta e inequivocabile, può celarsi un complesso e complicato groviglio di emozioni, aspettative, valori e significati.

Ogni parola evoca sentimenti e significati diversi a seconda di chi la pronuncia, di chi la ascolta e dei momenti in cui questo avviene, come magistralmente ci ammonisce Pirandello, in “Sei personaggi in cerca d’autore”:

  • “E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”

Consideriamo una condizione più che probabile, dei diversi stati d’animo e di pensiero, di padre e figlia.

Se, per la figlia adolescente, discoteca è un luogo di divertimento e di socialità, uno spazio di libertà dove vivere proprie e assolutamente legittime esperienze di vita, di crescita e di affermazione personale, per il padre, discoteca è, innanzitutto, un luogo pericoloso, dove una ragazza ancora troppo giovane e inesperta potrebbe incappare in esperienze devastanti la propria integrità fisica, morale e psicologica (droga, alcol, musica stordente e promiscuità sessuale, non sono certo un mix tranquillizzante per un genitore).

Con la sua richiesta la figlia ha attivato una dimensione comunicazionale stracolma di elementi diversi e contrastanti.

Di “cosa” parleranno padre e figlia? “come” lo faranno?

Quanto più il padre riuscirà a esserne consapevole e ne saprà tenere conto, tanto più la sua comunicazione sarà efficace.

Il padre è un uomo attento ai principi e alle regole della comunicazione efficace; quando la figlia gli parla, si mette in ascolto, innanzi tutto del proprio sentire e da questo si fa guidare nel “guardare” / osservare ciò che accade in se stesso, nella figlia, nella relazione:

«Amore mio, mi chiedi se puoi andare in discoteca e io mi sento in allarme. Da un lato vedo la tua richiesta come un tuo legittimo desiderio che mi piacerebbe soddisfare, da un altro mi preoccupo per i rischi che la cosa potrebbe comportare».

«Rischi!? Quali rischi?».

«Beh … nella mia idea di discoteca c’è l’immagine di un luogo in cui ci si può sì divertire e stare bene, ma c’è anche il sapere che la discoteca è il luogo che molti ragazzi frequentano per sballarsi e andare fuori di testa e pensarti in contatto con loro mi mette addosso un’ansia incredibile, mi vengono in mente tutte quelle storie che sentiamo in televisione e leggiamo sui giornali … quella ragazza che pochi mesi fa è morta perché in discoteca s’è fatta di ecstasy, tutti quei ragazzi che si ammazzano in macchina perché escono dalla discoteca ubriachi e sballati persi … insomma, per me, il saperti lontana da queste cose mi fa stare tranquillo e ci tengo che tu stia lontana il più possibile da queste situazioni».

«Va beh papà, ma io voglio andare in discoteca con dei miei compagni di scuola, nessuno di loro si fa di ecstasy!».

«Sì … ma alcuni di loro si fanno le canne e, nelle feste a casa di amici che avete organizzato, ci hanno dato dentro alla grande con il bere e l’ubriacarsi; io so che quando si è in gruppo è molto facile condividere ciò che nel gruppo accade, così … anche solo per provare … per partecipare … e di partecipazione in partecipazione, di sballo in sballo, dove si può arrivare!?».

«Ma dai papà, lo sai che a me bere non piace e … per quanto riguarda le canne, ci siamo già parlati … m’è capitato di provare … mi è anche piaciuto … ma sono d’accordo con te che ci possono essere situazioni in cui ci si può fare una canna e va bene così, ma non può essere un’abitudine e uno stile di vita e a me non interessa diventare una cannaiola! Anzi quelli sempre fusi mi danno fastidio. Insomma, se mi fai andare in discoteca ti prometto che non berrò alcolici, se gireranno delle canne io mi terrò fuori e per quanto riguarda droghe di altro genere fanno paura anche a me e me ne voglio stare ben alla larga. Voglio solo andare in discoteca, ballare, divertirmi e …».

«E…?».

«Dai papà … magari faccio qualche incontro interessante … le mie amiche hanno tutte il ragazzo e io ancora no!».

«Mi auguro che tu abbia l’occhio giusto nel scegliere persone per bene, che ti trattino bene e che siano attente a non invischiarti in situazioni del cavolo!».

«Tranquillo papà, lo sai che a me piacciono solo i bravi ragazzi … dai, allora posso andare in discoteca!?».

Alla comunicazione che la figlia ha attivato con la sua richiesta di andare in discoteca, il padre ha risposto ascoltando cosa in lui questo provocava e, apertamente, l’ha condiviso con la figlia.

L’atteggiamento aperto del padre ha aperto quello della figlia e i due si sono potuti parlare con franchezza, rendendo esplicito il “cosa” di cui stavano parlando e su cui si stavano confrontando.

Il dialogo può proseguire e, per il padre, è più facile dare valore a ciò che “vede”.

«Ascolta Claudia, vedo che sei sicura del fatto tuo e questo mi tranquillizza abbastanza, ma non ancora del tutto. Per quanto tu possa essere sicura di te … Dimmi: Con chi vuoi andare in discoteca  e com’è questa discoteca? E poi come pensi di tornare a casa e a che ora?

«Vado al Nouvelle Club, è una discoteca ben frequentata, i buttafuori non fanno entrare brutti ceffi, ci sono praticamente solo ragazzi giovani, difficile trovare qualcuno che abbia più di vent’anni, vado con Michela, Ilaria e Marco e per il rientro, ci sarebbe il papà di Marco che lo viene a prendere alle tre e Marco mi ha detto che mi porterebbero loro a casa».

«Io di Michela, Ilaria e Marco so solo che sono tuoi compagni di scuola, non li conosco personalmente, come posso fidarmi!?».

«Fidati di me! Li conosco io e ti assicuro che sono ok».

«Va bene, però, se decidiamo che ci puoi andare, ti porto io in discoteca, così me li fai conoscere e guardo di persona com’è il giro e … le tre mi sembra un orario troppo notturno per il rientro a casa di una ragazza di 14 anni! A proposito, quanti anni hanno i tuoi amici?».

«Marco ha 17 anni e Ilaria e Michela hanno 15 anni e … sull’orario non ci posso far nulla perché Marco di sicuro non viene via prima di quell’ora… però … non potresti venire a prendermi tu?».

«Cara Claudia, ci sono due questioni che voglio discutere con te. Innanzitutto considero che, fino a quando non sarai un po’ più grande, potrai rientrare a ore tarde, diciamo dopo la mezzanotte, solo per occasioni particolari e comunque … vorrei che ci fosse, con te, qualcuno un po’ più grandicello su cui tu possa contare … Non so … un fratello o una sorella più grande … di qualche tuo amico … o tua cugina Michela … qualcuno su cui, ce ne fosse mai bisogno,  tu possa contare … In secondo luogo, io non intendo far diventare normale il fatto che tu esca il sabato sera per andare in discoteca e io sia costretto a fare le ore piccole per questa tua abitudine. Insomma, voglio che tu rispetti il principio di fare soprattutto ciò che sei in grado di gestirti con un buon grado di autonomia, senza farne ricadere il peso su chi ti sta vicino, salvo, appunto, situazioni particolari».

«Va beh papà … dai sono d’accordo, come principio generale, però questa è un’occasione particolare, è la mia prima uscita in discoteca!».

«Ok … visto che rispetti quello che per me è importante … questa volta ti porto e vengo a prenderti io … facciamo all’una … e se ci saranno altre volte, vedremo … l’importante è che tu comprenda che, se fai qualcosa che coinvolge altre persone, è cosa giusta che tu la organizzi rispettando anche le esigenze altrui».

«Dai ci sto … però Marco mi ha detto che in discoteca, all’una, si è ancora all’inizio …».

«A che ora pensate di entrare?».

«Verso le 11, però ci vediamo alle 9 e mezza, facciamo un giro in centro e poi andiamo in discoteca».

«Allora facciamo così: ci diamo un appuntamento, in centro, alle 11 meno un quarto; vi porto io in discoteca, così butto un occhio sulla situazione; se è tutto ok, puoi entrare e ci rivediamo fuori all’una; sull’ora non transigo; per questa prima volta preferisco così … cominciamo col fare questa prima esperienza, poi vedremo».

«Dai papà … facciamo all’una e mezza!».

«No, Claudia, questo è il massimo che, per ora, riesco a fare!».

«E va bene».

Padre e figlia continuano a parlare confidandosi pensieri ed emozioni relative ai possibili, immaginati e attesi, sviluppi della serata; il padre mantiene toni pacati e accoglienti, sta attento e rispetta i “tempi” della sua comunicazione.

Ha iniziato con l’ascoltare quanto sentiva, lo ha immediatamente esplicitato permettendo così la comune esplorazione dei rispettivi punti di vista e delle rispettive esigenze.

Ha “guardato” il proprio e l’altrui stato d’animo e a questo ha dato valore, ottenendo un corrispondente atteggiamento da parte della figlia.

Ha tenuto a freno giudizi e pregiudizi, rimanendo ancorato al proprio sentire e, attraverso questo, ha potuto meglio guardare/osservare/esplorare la situazione, gestendola nel rispetto delle ragioni e delle istanze motivazionali, sue e di sua figlia.

Con questo intento e con questo incedere, i contenuti (espliciti e impliciti) della discussione hanno potuto essere reciprocamente riconosciuti e accettati, cosa che ha dato forza e spessore alla relazione e creato i migliori presupposti per potersi incontrare in una decisione sostenibile, emotivamente, da entrambi.

È questo che qualifica l’efficacia di una comunicazione: la vera e consapevole accettazione, da parte di entrambi i parlanti, dei contenuti in essa presenti e degli esiti che essa stessa produce.

Tutto ciò diventa tanto più possibile quanto più l’ “agire” dei parlanti (almeno quello di uno dei due) è in grado di seguire un’adeguata tempistica, utilizzando adeguatamente alcuni, specifici, strumenti dialogici, che passo ora a presentare; questi sono il:

“domandare”, “rispecchiare”, “immaginare”(visualizzazione e lavoro sulle ipotesi), “contestualizzare” (piazzare punti di riferimento), “verificare” (riformulare e ricapitolare).

È attraverso l’utilizzo di questi strumenti dialogici che si dipana l’azione del comunicare.

Vediamoli singolarmente.

Domandare

Cominciamo col dire che, in un contesto di comunicazione efficace, domandare ha senso e funziona solo se chi domanda sa ascoltare.

La capacità di domandare, ascoltando “attivamente”, è senz’altro una delle qualità più importanti di un buon comunicatore (più avanti, cap. 8.2, riprenderemo il discorso sull’ascolto, analizzandolo su di un piano di inter-attività).

Attraverso le nostre domande coinvolgiamo gli altri, otteniamo informazioni, orientiamo la conversazione, guadagniamo tempo, sviluppiamo la nostra e l’altrui consapevolezza o possiamo, addirittura, controllare (chi domanda, comanda!) e manipolare pensieri, emozioni e reazioni altrui.

Quello che qui ci interessa, però, è ragionare sull’utilizzo della tecnica delle domande in chiave di comunicazione efficace, nei termini precedentemente presentati (chi attua strategie di controllo e

di manipolazione può anche riuscire ad ottenere i propri, spesso discutibili, fini, ma nulla fa che qui possa essere associato alla nostra idea di comunicazione efficace, che è quella di una comunicazione in grado di permettere e di sviluppare un sano contatto tra i parlanti).

Le domande cui qui riconosciamo il massimo valore sono quelle finalizzate all’esplorazione, alla raccolta e all’individuazione di materiale utile alla consapevolezza dei parlanti, domande di ampliamento degli orizzonti, di diversificazione dei punti d’osservazione, di collegamento tra i vari elementi emergenti e sullo sfondo.

Domandiamo, non interroghiamo!

Le nostre domande dovranno essere tali da facilitare l’incontro con il nostro interlocutore, consentendogli risposte il più possibile agevoli, scongiurando il più possibile reazioni contrappositive.

Ad esempio: quale domanda fare per gestire una richiesta cui non possiamo/vogliamo aderire?

Se invece di opporre un rifiuto, accampare delle scuse o subire la richiesta, noi formulassimo una domanda, tipo: «Cosa ti fa pensare che io possa/voglia fare quello che mi stai chiedendo?».

Questo produrrebbe l’effetto di segnalare che potremmo non essere disponibili a soddisfare l’altrui richiesta, ma, e nello stesso tempo, farebbe procedere il dialogo, dandogli maggior valore in forza delle maggiori informazioni di cui l’arricchiremmo.

Le nostre domande dovranno essere tali da consentire una risposta immediata, la più semplice possibile e non risentita; le nostre domande sosterranno l’efficacia della nostra comunicazione, tanto più, quanto più saranno:

– semplici (di facile comprensione);

– mirate (fatte consapevolmente in vista di un fine ben individuato);

– discrete e accomodanti;

– sensate e associate a intenzioni esplicite, riconosciute da chi le riceve (infatti, se toccasse a noi rispondere ad una domanda di cui non capiamo il senso, o dubitiamo dei fini che potrebbe nascondere, non ci verrebbe da chiedere, prima di rispondere: “perché mi fai questa domanda?”; allora, tanto vale, immediatamente dopo avere fatto una domanda, rispetto alla quale si dubita che l’interlocutore possa associare una chiara ragione, precisare con un: “sai perché ti faccio questa domanda?” e immediatamente precisarlo. Questo aiuta l’altro a rispondere e ad avvicinarsi a noi).

In generale ci sono due motivazioni al domandare:

  1. vogliamo sapere; ci interessa la risposta, perché ci dà informazioni utili, che non conosciamo;
  2. vogliamo manipolare; organizziamo strategicamente la sequenza delle domande con il preciso fine di ottenere le risposte che vogliamo e che abbiamo già in mente.

Nel quadro di comunicazione efficace che stiamo qui esaminando, una comunicazione cioè volta a stabilire il miglior contatto possibile, le nostre domande appartengono alla prima categoria.

Ci interessa sapere come e cosa sta vivendo l’altro, cosa prova, cosa pensa, quali sono le istanze che lo muovono.

Le domande si possono caratterizzare, fondamentalmente, intorno alla libertà di contenuti, di risposta, che sono in grado di sviluppare.

Formalmente, possiamo distinguerle in aperte, chiuse, neutre.

Vengono considerate aperte quelle domande che si limitano a porre una questione, lasciando aperto, illimitato, lo spazio di risposta; sono dirette ad ottenere il massimo delle informazioni possibili, iniziano spesso con “come”, “quando”, “cosa”, “dove”, “in che senso”.

Sono considerate chiuse quelle domande che ammettono, solo, una risposta, affermativa o negativa, si o no (terzo incomodo: “non so”).

Consideriamo neutre quelle domande volte ad ottenere informazioni precise e circostanziate (quanti anni hai? Dove abiti? Da quanto tempo soffri di mal di testa? In quali circostanze incontri queste difficoltà?).

L’utilizzo di una domanda aperta, piuttosto che chiusa o neutra, sarà sempre funzionale allo sviluppo del contatto e all’avanzamento del colloquio.

Su quando e quanto sia meglio utilizzare una piuttosto che l’altra, non condividiamo alcuna prescrizione aprioristica; a volte, una domanda aperta induce e/o rafforza una chiusura; a volte, una domanda chiusa viene utilizzata strumentalmente per avviare l’apertura di un confronto; dipende! Tutto dipende!

L’intenzionalità di una domanda, gli interessi che rappresenta, il modo in cui viene posta, tutto contribuisce ad influenzare lo stato della relazione e gli esiti che da questa possono scaturire.

Una domanda può avvicinare i parlanti, oppure farli scontrare e/o allontanare, in funzione di mille aspetti.

Possiamo individuare alcune caratteristiche generali (ma non per questo sempre valide):

Le domande espresse con il cosa sostengono la richiesta di informazioni, fatti e contenuti.

Le domande espresse con il come sostengono l’individuazione dei processi di sviluppo dello stato delle cose attenzionate e delle emozioni a queste collegate (a esclusione del “come mai?”, che è un sinonimo di “perché”  e, dello stesso, ha la stessa valenza).

Le domande espresse con il perché sostengono la ricerca di motivazioni, spiegazioni, giustificazioni; per questa ragione sono ad alto rischio di chiusura relazionale (tendono a chiudere e a circoscrivere gli orizzonti possibili e, quindi, a rafforzare modi di fare e di pensare di stampo nevrotico, come tutte le reazioni automatiche improntate alla contrapposizione e al conflitto).

In linea di massima, noi counselor preferiamo domande che inizino con il “cosa” e con il “come”, piuttosto che con il “perché”.

Il modo in cui gestiamo le nostre domande caratterizza il nostro stile comunicativo, la natura e gli effetti della relazione, ovvero e più semplicemente, ciò che facciamo nelle e con le nostre relazioni:

– rispettiamo l’interlocutore?

– lo manipoliamo?

– lo influenziamo?

– ne sosteniamo la motivazione?

– ne sosteniamo la crescita e lo sviluppo consapevole o lo vogliamo, molto più semplicemente, controllare?

È importante sapere che:

– quando la nostra domanda approfondisce un qual si voglia contenuto oggetto di discussione, tale contenuto molto probabilmente si radicalizzerà o radicalizzerà una contrapposizione tra i parlanti (esempio: una madre che chiede al proprio figlio: “perché non tieni in ordine la tua stanza”? Che tipo di risposta/atteggiamento facilmente può provocare?);

– quando una domanda, in modo esplicito, è sostenuta da un criterio d’opportunità, da un ampliamento degli orizzonti e da un senso riconosciuto e condiviso dai parlanti, rafforza la relazione e l’efficacia della comunicazione, come si evidenzia negli sviluppi del dialogo prima esemplificato, quando il padre chiede alla figlia:

«Io di Michela, Ilaria e Marco so solo che sono tuoi compagni di scuola, non li conosco personalmente, come posso fidarmi!?».

La figlia riconosce la legittima preoccupazione del padre e risponde in un modo che il padre può accogliere e utilizzare per sviluppare il confronto.

– Quanto più le domande sono tra loro concatenate, tanto più produrranno effetti di efficacia comunicazionale;

– il nostro far domande sarà tanto più efficace quanto più riuscirà a rendere evidente la quantità e la qualità dei bisogni in gioco e le relative, concrete, possibilità di soddisfazione (es.: “a cosa ti serve fare così?”);

– fare domande è uno strumento dialogico che “interseca” gli altri quattro qui presi in esame: “rispecchiare”, “immaginare”,”contestualizzare”, “verificare”.

Rispecchiare

Rispecchiare vuol dire “rimandare al mittente” le sue stesse parole, ovvero rifletterne il senso e le sensazioni.

Fare domande aiuta il rispecchiamento.

Vediamo un esempio, nel seguente dialogo:

Ada: Maria devo dirti una cosa!

Maria: Vuota il sacco.

Ada: Sono incasinata, non so bene cosa fare.

Maria: Sei incasinata?

Ada: Sì. Mio marito s’è messo in testa di andare a vivere in campagna e la cosa mi spaventa molto.

Maria: La cosa ti spaventa molto. Di cosa hai paura?

Ada: Ti dirò … anche a me piace l’idea di andare via dalla città, ma mi preoccupano tutti i disagi organizzativi che ne deriveranno.

Maria: «Stai dicendo che ci sono pro e contro?

Ada: «Beh … sì … la tranquillità, il silenzio, il verde, ma le mie figlie avranno molte più difficoltà per i loro spostamenti … per la loro vita sociale».

Maria: Le tue figlie avranno molte più difficoltà per gli spostamenti … per la loro vita sociale … questo è un grosso problema?

Ada: Beh … vanno ancora a scuola e tutti i giorni dovranno sobbarcarsi un’ora di viaggio … casa scuola, scuola casa, treno e pullman all’andata, pullman e treno al ritorno … e poi, quando vorranno uscire la sera?

Maria: Hum … vorranno uscire la sera … e loro cosa ne dicono?

Ada: Sono combattute anche loro … da un lato, sono attratte dal cambiamento, da un altro sono preoccupate per gli sbattimenti che si dovranno gestire e perché temono di non poter frequentare come adesso i loro amici!

Maria: Sono combattute, sono attratte e sono preoccupate … esattamente come te … mi sembra!

Ada: È vero … esattamente come me! Dovremo proprio parlarci chiaramente su quello che veramente vogliamo fare e, soprattutto, dovrò fare i conti io stessa con quello che voglio fare e su come metterlo in relazione con i desideri e le volontà di mio marito e delle mie figlie.

Maria si è limitata a rispecchiare, riflettere le parole di Ada, rimandandole al mittente.

Un tipo di comunicazione così impostata attiva il dialogo interno dell’interlocutore: Ada “risponde” avviando un processo di chiarificazione delle proprie emozioni e dei propri pensieri; potrà via via meglio organizzarli fino a trovare/intuire lei stessa l’eventuale soluzione del disagio. In sostanza, è l’azione di rispecchiamento di Maria a stimolare in Ada l’avvio di un tale processo, che portato a compimento permetterà ad Ada stessa di risolvere autonomamente il problema.

Il rispecchiamento (quando è agito consapevolmente) produce un vantaggio reale e di lungo periodo, i suoi effetti sono certamente migliori rispetto a quelli di un’eventuale soluzione prospettata da altri.

In genere, le persone sono portate a

  • giudicare: dato un problema, forniscono un giudizio, spesso frutto di un proprio pregiudizio.
  • Alcuni interpretano, cioè fanno supposizioni senza preoccuparsi nemmeno di avere ben chiaro il reale stato delle cose.
  • Altri prescrivono, indicano senza mezzi termini la cosa “giusta” da farsi.
  • Altri ancora solidarizzano, si identificano con chi ha il problema e con il problema stesso, ma non offrono alcun vero sostegno.

Ciò che non siamo abituati a fare è indagare e rispecchiare, ricercare maggiori informazioni, rimandare al mittente le sue stesse parole, rifletterne il senso.

Indagare sì, ma non certo in stile poliziesco, invasivo e irrispettoso dell’altrui sensibilità.

Indagare come ricerca (esplorazione) di un contatto con l’universo dei bisogni, dei desideri, delle paure, delle difficoltà, delle potenzialità delle persone con cui comunichiamo.

Indagare come esplorazione di tale universo in vista del riconoscimento degli specifici elementi che lo compongono, con i quali vogliamo entrare in contatto.

Indagare considerando che quando una persona ci chiede un aiuto, un parere, in realtà (il più delle volte) ha la risposta dentro di sé, cerca solo chiarezza, appoggio e coraggio per portarla alla luce, e tradurla in comportamento pratico.

In questo senso, l’indagine/esplorazione (tecnica delle domande) e il rispecchiamento sono due attività che garantiscono un potenziale straordinario, in termini di aiuto effettivo e duraturo.

Per tornare all’esempio presentato, Maria avrebbe potuto rispondere:

Giudicando: «Quello che mi dici è un problema facile da risolvere … sei tu che vai sempre in tilt quando devi prendere una decisione»;

Interpretando: «Tuo marito vuole andare a vivere in campagna perché cosi si tiene lontano da tua madre»;

Prescrivendo: «Di pure al tuo al caro maritino che non se ne parla proprio»;

Solidarizzando: «Lo so, è sempre difficile gestire i figli, vero?»;

Indagando: «Quali sono le ragioni principali delle tue preoccupazioni?»;

Rispecchiando: «Sei incasinata?».

Immaginare (visualizzazione e lavoro sulle ipotesi)

Evocare scenari d’azione sganciati da situazioni concrete e reali, libere dalle limitazione del vissuto personale, rende possibile ottenere informazioni più approfondite sul reale stato del pensiero, delle potenzialità, dei bisogni e dei desideri di chi, in tale scenari viene invitato, immaginariamente, ad introdursi.

Quando tali scenari sono evocati come proiezione futura, se sono in  armonia con i desideri e con le potenzialità, producono un effetto di stimolo ad agire in quella direzione.

Sul piano dell’immaginazione è più facile vedere con chiarezza il rapporto tra ciò che desideriamo e quello che la sua realizzazione potrebbe significare per noi.

L’uso di un linguaggio descrittivo, di carattere evocativo, un esplicito (e a volte perentorio) invito a “immaginare”, nonché il ricorso a forme di domanda ipotetica sono le modalità attraverso le quali attiviamo la “funzione dell’immaginare”.

Quando questa funzione è attiva, i parlanti visualizzano scenari d’azione la cui concreta realizzazione potrà, più facilmente, essere analizzata e progettata.

È sempre più facile e possibile riuscire a fare ciò che prima si è pensato, immaginato, visto fare (anche solo in una fantasia).

A un linguaggio descrittivo, di carattere evocativo, può ricorrere un allenatore che vuole dare la carica ai propri atleti: «Ragazzi, ma vi immaginate domani, a quest’ora, i nostri tifosi sugli spalti? Come godranno e vi applaudiranno nel vedervi aggredire gli avversari, schiacciarli nella loro metà campo, dominare ogni situazione di gioco? Non vale la pena stringere i denti e allenarci oggi con la massima concentrazione e il massimo impegno?».

Circa l’invito a immaginare, può essere fatto ogni qual volta il nostro interlocutore sembra bloccarsi di fronte all’impossibilità di ritrovare, nel proprio mondo e nella propria esperienza reale,

una possibilità d’azione:

«Ok, questa cosa non l’hai mai fatta … immagina allora, inventa … da dove potresti iniziare?».

Un modo per attivare l’immaginazione e beneficiarne è quello di ricorrere alla formulazione di domande ipotetiche.

La domanda ipotetica è quella in cui si chiede all’altro di reagire a una situazione ipotetica. L’esame ipotetico ci aiuta a ottenere informazioni comportamentali sincere e non costruite, in

quanto non c’è un modello di riferimento cui attenersi, non c’è l’esperienza del “vissuto”: la persona risponde cosa farebbe in un contesto da noi variamente strutturato.

La domanda ipotetica, spesso, proietta chi la riceve in una dimensione futura, avvia una tensione emotiva, che si traduce in motivazione ad agire in quella prospettiva.

Un esempio: «Come trascorrerai quest’anno le tue vacanze se riuscirai a recuperare le materie su cui non hai la sufficienza?».

Questa domanda crea, per chi si immagina la risposta, uno scenario gradevole e stimolante, che invita e motiva ad adoperarsi per la sua realizzazione.

La domanda ipotetica riduce, inoltre, le possibili negatività di una richiesta.

Chiedere direttamente: «Puoi fare questo?», (posto che si tratti di un compito non proprio entusiasmante) può, più facilmente, stimolare risposte negative.

La stessa domanda così formulata: «Come la prenderesti se ti chiedessi di fare questo lavoro?» mitiga la negatività, induce l’interlocutore a immaginare lo scenario e reagire, magari, con un: «Pretenderei che ci fossero ragioni più che valide», al quale potremmo rispondere: «Ok, lascia che ti spieghi».

In questo modo non si scatenano emozioni negative e la conversazione può procedere su un piano di dialogo costruttivo e ragionato.

Contestualizzare (piazzare punti di riferimento)

Questa funzione si applica per richiamare l’attenzione dell’interlocutore.

Contestualizzando ciò che ci accingiamo a dire, lo solleviamo dall’onere di riordinare in categorie logiche le informazioni che ha ricevuto, mantenendolo, o riportandolo più facilmente, in contatto con quanto, nella relazione, sta accadendo o potrebbe accadere.

Contestualizzare consiste nel far sapere all’altro che tipo di comunicazione stiamo per inviargli, aumentandone le possibilità di accoglienza.

Frasi come «Lasciatemi fare una domanda …» o meglio «Posso farti una domanda?…» faranno sì che l’interlocutore si disponga a sentirla. «Ecco un esempio …» spiana la strada ad un ascolto partecipe; «Fammi vedere se ho capito bene …» è un’occasione di confronto e riepilogo, e così via.

Si tratta dunque dell’uso ragionato di locuzioni che preannunciano un’occasione per riorganizzare  pensieri e stati d’animo, il che riaccende l’interesse di chi ci ascolta.

Verificare (riformulare e ricapitolare)

La “funzione” verifica si riallaccia a quella della contestualizzazione, la si esercita principalmente per riallinearsi con il proprio interlocutore, verificandone (appunto) la sintonia.

Consiste nell’uso frequente di attività di riformulazione e di ricapitolazione (il “riformulare” è una tecnica che ricorre spesso nella comunicazione di noi counselor).

Nel corso di un qual si voglia colloquio dove si confrontano punti di vista diversi, è spesso opportuno verificare sia quanto abbiamo compreso di ciò che l’altro ci ha detto, sia quanto l’altro ha compreso e condiviso di ciò che noi gli abbiamo detto.

Di volta in volta, verificare la comprensione dei contenuti su cui ci si confronta, costituisce un ottimo mezzo per fare il punto della situazione e valutare se e come procedere nella discussione.

In linea di massima procederemo più volte, e alla bisogna, alla riformulazione di quanto il nostro interlocutore ci ha detto, utilizzando locuzioni introduttive tipo: «Fammi capire …», «Se non sbaglio mi stai dicendo che …», «In altre parole, quello che vuoi dire è che …».

Riformulando, abbiamo sia la possibilità di sottolineare ed accentuare quanto ci è stato detto, sia quella di spostarne il senso.

Esempio:

  • Da: mio marito mi ha fatto aspettare più di un’ora
  • A: mi stai dicendo che hai aspettato tuo marito più di un’ora?

In particolare, prima di arrivare alla conclusione del colloquio, è sempre opportuno procedere a una riepilogazione.

Questo è molto utile, ad esempio, in ogni circostanza negoziale.

Esempio: «Allora, Ada … abiti qui vicino ed è molto comodo per te venire qui da noi, mi hai detto che ti piacciono molto le cose che facciamo e ti stimolano le imprese difficili, avrai anche il sostegno della tua famiglia, credo proprio che sarai molto contenta della proposta che sto per farti …».

“Domandare”, “rispecchiare”, “immaginare”, “contestualizzare”, “verificare”, sono tattiche dialogiche utili a sostenere l’efficacia della nostra comunicazione e con essa la qualità della relazione che intratteniamo con l’altro.

Il tutto, però, perde valore se non corrisponde a intenzioni “sane” e genuine di incontro, autenticità e rispetto.

Di tali temi ci occuperemo nel comandamento successivo.

Nel concludere la trattazione di questo comandamento su cosa e come “Agire” per comunicare in modo sano ed efficace, voglio spendere alcune parole sul “commiato”, il momento in cui ci congediamo dal nostro interlocutore.

Condividere cosa abbiamo vissuto, come siamo stati, durante il “tête a tête” comunicazionale, ci aiuta a trasformare quel vissuto stesso in una vera e propria esperienza (un vissuto è una successione di accadimenti che ci hanno riguardato; un’esperienza è la sua rielaborazione consapevole, vale a dire la presa di coscienza di ciò che noi abbiamo fatto di, e con, quel vissuto, in termini di emozioni, sensazioni, e attribuzioni di significato).

Se tale esperienza ha avuto per noi un qualche valore positivamente connotabile, ci verrà spontaneo ringraziare!?

Speriamo di sì!

Ogni volta che ringrazio qualcuno, faccio del bene innanzitutto a me stesso.

Ringraziare per quello che ricevo mi permette di rafforzare la mia consapevolezza circa l’importanza che gli altri hanno nella mia vita, questo rafforza i miei sentimenti di legame con loro e mi ricorda l’incidenza delle mie responsabilità nei confronti della qualità di questi legami.

Ringraziare per quello che ricevo è, altresì, importante perché segnala la mia capacità di riconoscere ciò che ricevo e il suo valore.

Molte volte, un mancato ringraziamento non origina dal non aver ricevuto nulla, ma dal non essersi accorti del valore di ciò che abbiamo ricevuto; se ricevo qualcosa di valore, ma non lo riconosco, ciò che ho ricevuto non servirà a farmi stare meglio!

Per questa ragione, non ringraziare quando si è ricevuto qualcosa, il non aver l’abitudine di farlo, è più malsano per chi non offre i propri ringraziamenti, piuttosto che per chi non li riceve!

Un’esperienza di comunicazione efficace si perfeziona con la celebrazione di un rituale di congedo, reciprocamente riconosciuto adeguato alla situazione.

Le forme del saluto e del commiato rafforzano l’efficacia/inefficacia della comunicazione agita, quando rispecchiano la qualità del contatto avuto.

Se c’è stato calore, ci si saluta con calore; se c’è stata freddezza ci si saluta freddamente; se abbiamo un interesse al mantenimento e allo sviluppo della relazione, ci salutiamo solo dopo aver concordato tempi e modi del prossimo incontro.

Insomma, il modo in cui ci si saluta, il modo in cui ci “lasciamo” con gli altri, proietta sul futuro della relazione il “come” ci potremo “riprendere”.

“L’autenticità e il rispetto” (Comandamento N. 6)

Autenticità: autentico è ciò che corrisponde al vero, senza manomissione alcuna; consideriamo autentica ogni forma di comunicazione in grado di esprimere opportunamente i pensieri e gli stati d’animo dei parlanti.

Rispetto: è l’attenzione che poniamo a ciò che diciamo, e a come, per evitare di far del male, oltre a quello inevitabile (esempio: comunicare una brutta notizia arrecherà sofferenza, ma come la si comunica, può non solo non aumentarla, può addirittura diminuirla).

Un counselor, comunica in modo autentico e rispettoso, perché così è stato abituato dalla sua Formazione IN Counseling e, ancor più, comunica in modo autentico e rispettoso perché ha un’importante coscienza/conoscenza di quanto sia indispensabile per sostenere i processi di consapevolezza attivi nelle proprie relazioni di counseling, quei processi di consapevolezza che permetteranno loro di:

  1. Orientarsi nelle loro difficoltà, individuando “cosa e come fare” per meglio affrontare le problematiche che stanno vivendo, e per le quali stanno chiedendo aiuto,
  2. Ritrovarsi in condizioni emotive (di fiducia, di coraggio e di forza d’animo) che permetteranno loro di tradurre in azione quel “cosa e come fare”.

Una comunicazione autentica e rispettosa è indispensabile per l’instaurarsi e lo svilupparsi di buone forme di contatto/consapevolezza tra i parlanti; così come una comunicazione autentica e rispettosa, per essere agita, richiede buoni stati di consapevolezza.

L’autenticità è necessaria per l’instaurarsi di un buon contatto tra i parlanti e, contestualmente, ha bisogno di un buon contatto, con i propri e gli altrui processi di consapevolezza, per essere agita.

Sul fatto che l’autenticità della nostra comunicazione sia fondamentale per stabilire un buon contatto con gli altri non credo serva spendere tante parole.

Una comunicazione autentica, che, senza mascheramenti, esprima esattamente pensieri e sentimenti del parlante, e sia coerente con i suoi comportamenti, facilita l’instaurarsi di relazioni improntate alla fiducia.

La coerenza tra il dire, il fare, il pensare e il sentire, stimola la fiducia tra i parlanti.

La fiducia è un sentimento indispensabile per potersi contattare in modo sano e funzionale a buoni sviluppi relazionali.

Ma in che modo un buon contatto, con i processi di consapevolezza intra e inter soggettivi in corso tra i parlanti, è indispensabile per comunicare in modo autentico?

Se l’autenticità della comunicazione, che qui stiamo argomentando, riguarda il suo essere corrispondente ai pensieri, ai comportamenti e agli stati d’animo (alias emozioni, sensazioni, sentimenti) di chi comunica, avere un buon contatto con quanto stiamo pensando, facendo e sentendo è la condizione indispensabile per poterlo comunicare autenticamente!

Così come avere un buon contatto con quanto sta “sentendo-pensando-agendo” il nostro interlocutore è indispensabile per agire una comunicazione non solo autentica, anche il più possibile rispettosa.

Tale “buon contatto” è ciò che abbiamo con i nostri processi di consapevolezza ed è ciò che ci permette di riconoscere, accogliere e comprendere (dandogli valore e, nel caso, “rielaborandolo”) ciò che stiamo sentendo, pensando e agendo.

Tale “buon contatto” è una funzione diretta della nostra capacità di ascoltare (ascoltarci), nei termini presentati nel comandamento numero 4, quello dell’ “Ascoltare”.

Tale “buon contatto” è una dinamica che segue gli sviluppi dei processi del nostro sentire-pensare-agire (alias dei nostri processi di consapevolezza) gestiti in contatto-relazione con gli sviluppi dei processi del sentire-pensare-agire dei nostri interlocutori.

In una relazione di counseling, i processi di consapevolezza si attivano/sviluppano in dipendenza dalle esperienze che counselor e cliente condividono.

Parliamo di esperienza quando, in una persona, i vissuti sensoriali (emozioni, sensazioni, sentimenti), mentali (le varie articolazioni del pensiero logico: analisi, valutazioni, giudizi, immaginazioni, ecc.) e comportamentali (atteggiamenti e azioni) si integrano nella comprensione e in un adeguato riconoscimento delle loro interazioni.

La condivisione delle esperienze vissute, sia dal cliente, sia dal counselor, nella relazione di counseling, è una dinamica centrale del fare counseling e del suo produrre buoni risultati.

La forza e il valore di tale condivisione deve molto alla qualità della comunicazione agita dal counselor, che a sua volta molto deve al suo essere autentica e rispettosa, così da influenzare positivamente, in termini di autenticità, rispettosità ed efficacia, il comunicare stesso del cliente.

E così nella circolarità e nel contatto del sentire, pensare, agire, del counselor e del cliente; nel condividerlo con forme di comunicazione adeguata; nella relazione di counseling, tra counselor e cliente si sviluppano quelle esperienze che produrranno il miglioramento degli stati di consapevolezza di entrambi, relativi alle difficoltà portate dal cliente.

Nei miglioramenti dei propri stati di consapevolezza il cliente trova le risposte di cui ha bisogno e che sta cercando.

Ricapitoliamo, precisando:

  1. L’autenticità è una qualità che aumenta l’efficacia della comunicazione ed è una funzione che, da un lato, sostiene gli sviluppi di consapevolezza dei parlanti, dall’altro, richiede buoni stati di consapevolezza per essere agita con efficacia;
  2. L’autenticità  attiene soprattutto alla relazione di identità tra ciò che proviamo, pensiamo, facciamo.
  3. Sono autentico quando:
  4. Ciò che dico corrisponde esattamente a quello che penso.
  5. Ciò che faccio corrisponde adeguatamente a quello che provo e penso.
  6. Non sono autentico quando:
  7. Penso una cosa e la nascondo o ne dico un’altra.
  8. Provo una cosa e non agisco in maniera corrispondente.
  9. Vorrei fare una cosa e ne faccio un’altra.
  10. Se dico/penso di ascoltare e/o di volerlo fare e non lo faccio, non sono autentico.
  11. Per essere autentici è indispensabile essere in contatto, innanzitutto con se stessi, essere consapevoli del proprio sentire-pensare-agire, che è indispensabile per contattare l’altro.

Saper comunicare è una competenza che facilita i contatti interpersonali e, contestualmente, ha bisogno di un buon contatto interpersonale, per funzionare efficacemente.

Non esiste comunicazione senza contatto, così come non esiste un sano contatto senza un’adeguata comunicazione.

Contatto e comunicazione sono gli elementi strutturali di ogni sana relazione interpersonale, le qualità dell’uno e dell’altra si sostengono vicendevolmente.

Parliamo di contatto riferendoci a un particolare stato del nostro esistere: quello che viviamo quando siamo funzionalmente collegati a cosa sta accadendo, e al come questo avvenga, nel nostro e nell’altrui sentire-pensare-agire.

L’autenticità è una qualità della comunicazione che fa bene al contatto tra i parlanti e alla loro stessa comunicazione.

Una comunicazione è tanto più autentica quanto più i suoi contenuti sono espressi adeguatamente, corrispondendo ai  sentimenti, ai pensieri e ai comportamenti dei parlanti.

Tutto ciò rimanda a due questioni:                                                  

  1. La consapevolezza dei parlanti circa il proprio sentire/pensare/agire;
  2. Il modo in cui la stessa è scambiata.

Per comunicare in modo autentico è indispensabile avere una buona coscienza/conoscenza dei propri sentimenti e di come questi interagiscano con i propri pensieri e comportamenti, rendendosi sufficientemente conto dello stesso stato delle cose riguardanti il proprio interlocutore.

Spesso, l’autenticità, nelle nostre comunicazioni è negata dalla paura delle conseguenze, soprattutto quando non si considera quanto comunicare in modo non autentico possa produrre conseguenze peggiori.

Tre paure possono contrastare il comunicare in modo autentico:

  1. la paura del rifiuto (se comunico in modo autentico, vengo rifiutato)
  2. la paura del conflitto (se comunico in modo autentico, scateno un conflitto)
  3. la paura di ferire e/o d’essere feriti (se comunico in modo autentico, ferisco e/o vengo ferito)

Essere agiti dalla paura, senza riuscire a opporvi alcun sano rimedio, è una condizione che può essere superata per il tramite di un buon lavoro di consapevolezza su di sé, lavoro che caratterizza e qualifica la formazione in counseling.

Il lavoro di consapevolezza, quello che in questo manuale chiamiamo “Yogging”, Yoga del Sentire, del Pensare, dell’Agire (lavoro fatto per produrre un sano, equilibrato ed integrato sistema di contatti ed interrelazioni tra ciò che proviamo, ciò che pensiamo e ciò che facciamo), ci mette in condizione di fare più funzionali conti con le nostre paure, sviluppando in noi le nostre capacità di gestirle positivamente.

Proviamo emozioni, sensazioni, sentimenti di cui ci rendiamo, variamente, poco o nullo conto!

Sostituiamo il tutto con pensieri, che molte volte arriviamo, addirittura, a negare.

Gran parte delle nostre azioni sono automatiche e nevroticamente ripetitive.

Riconoscere e accogliere, esattamente come proposto nel terzo comandamento (“Accogliere”), i nostri sentimenti e i nostri pensieri è il primo passo verso una loro sana gestione.

Per riconoscere i nostri sentimenti e i nostri pensieri, abbiamo bisogno di prestargli attenzione e ascoltarli (esattamente come proposto nel quarto comandamento: “Ascoltare”).

La sana gestione dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri contempla la possibilità di esprimerli adeguatamente, comunicandoli agli altri e a noi stessi.

Ciò che sentiamo, proviamo, pensiamo, può essere più facilmente accolto e accettato, a seconda di come lo comunichiamo, a noi stessi e agli altri.

Comunicare in modo autentico non vuol dire, necessariamente, raccontare agli altri tutto ciò che ci riguarda, vuol dire saper esprimere opportunamente i sentimenti e i pensieri che muovono la nostra comunicazione.

L’autenticità nella comunicazione rimanda, innanzitutto, all’importanza di far “pesare” in essa i sentimenti, i pensieri, i bisogni ed i valori personali che il comunicare muove e dai quali è mosso.

Purtroppo, comunicare in modo autentico non è un’abitudine che va per la maggiore.

Il senso comune ci dice che a far trasparire i nostri pensieri e i nostri sentimenti rischiamo di rimetterci; meglio rimanere abbottonati, meglio non far sapere quello che veramente pensiamo e proviamo.

L’ostracismo più forte è rivolto verso le emozioni, considerate un ostacolo per la lucidità del nostro pensare e, quindi, del nostro agire.

“Usa la testa!”

“Non farti prendere dalle emozioni, che non ti permettono di ragionare e, quindi, di fare la cosa giusta”.

Una comunicazione efficace, invece, è tale anche perché è autentica, perché rispetta e valorizza i sentimenti, i valori morali-personali e i pensieri presenti e attivi nel campo relazionale in cui si svolge.

L’autenticità è possibile quando si è consapevoli dei propri sentimenti e dei propri pensieri e si è capaci di comunicarli.

L’autenticità è connessa alla capacità di integrare coerentemente emozioni, pensieri, sensazioni e volizioni.

Per essere autentico non posso permettere che, ciò che sento, penso e faccio, agisca in modo scisso e al di fuori della mia coscienza.

L’autenticità non implica l’obbligo di rivelare/comunicare tutto a tutti.

Implica che ciò che comunico sia autentico.

L’autenticità, quindi, permette l’autorivelazione, ma non la impone, in modo indiscriminato.

Vogliamo qui affermare che l’autenticità della comunicazione è sempre una scelta responsabile, che si fa carico di rivelare, rispettosamente, solo ciò che è pertinente e opportuno alla natura/tipologia della relazione.

Autorivelarsi non significa dire o rendere esplicito e manifesto tutto ciò che sento, penso, voglio, in modo indiscriminato e “spontaneo” (cioè senza alcuna forma di controllo e di scelta), ma scegliere consapevolmente, e rispettosamente, ciò che posso dire, perché sostenga il contatto con i miei interlocutori e i relativi, positivi, sviluppi relazionali.

Poiché la mia comunicazione, ciò che dico e faccio, influenza la qualità di tale contatto e poiché questa qualità sostiene l’efficacia della mia comunicazione, la mia comunicazione non può essere da me stesso agita in modo “spontaneo”, vale a dire casuale e/o liberamente rispondente a qual si voglia genere di impulso non governato dalla mia volontà.

Spesso, agire “spontaneamente” non risponde ad un vero principio di libertà, ma a istanze di stampo nevrotico.

La libertà è tale quando è agita, quando cioè scelgo consapevolmente, e responsabilmente, cosa fare e come.

Sono libero quando agisco responsabilmente, seguendo consapevolmente principi e regole che conosco; non lo sono quando agisco “spontaneamente”, incurante del peso della mia responsabilità, ma troppo facilmente (ahimè!) schiavo inconsapevole di automatismi nevrotici, di cui nemmeno sospetto l’esistenza.

Nella relazione tra due parlanti, se anche solo per uno dei due è importante comunicare efficacemente, è fondamentale che questi se ne assuma la responsabilità, governando ogni forma di “spontaneità” che potrebbe nuocere alla qualità del contatto e, quindi, della relazione stessa.

L’autenticità ha valore se rispetta principi e regole:

– Il principio di consapevolezza (senza la quale non c’è autenticità);

– la regola di esprimere ciò che si sente e pensa in quantità e modi funzionali a buoni sviluppi relazionali, compatibili con la possibilità altrui di accogliere e accettarne la condivisione;

– il principio di corrispondenza (si riconosce ciò che sente e pensa l’altro e gli si dà valore);

– la regola del rispetto (rispetto ciò che sento e penso innanzitutto io stesso).

Posso rispettare ciò che sento e penso, innanzitutto, se ne sono consapevole ed esserlo è funzione, innanzitutto, delle mie capacità di ascolto.

In una relazione, comunicare con autenticità sostiene la valorizzazione delle potenzialità del sentire e del pensare dei parlanti, dà a queste buone possibilità di esprimersi ed essere ben utilizzate.

L’autenticità permette alla relazione di non essere falsata da bisogni inespressi e nascosti.

L’autenticità è un valore congruo e una modalità assolutamente idonea al rispetto di sentimenti e pensieri propri ed altrui ed è su tale rispetto che si fonda l’efficacia della comunicazione.

La mia autenticità è sicuramente aiutata dal come l’altro mi tratta, ma mi è tanto più possibile quanto più riesco ad avere fiducia in me stesso:

– così non ho bisogno di affidare ad altri il potere di convalidare la giustezza delle mie scelte, del mio sentire, del mio agire (e quindi scelgo, sento, agisco, mi confronto più liberamente ed efficacemente);

– fidarmi di me stesso mi dà la forza di accettare, quando lo provo, il senso del rifiuto, mi consente di sentirmi responsabile della mia vita e mi spinge a essere più attento e vigile nelle mie scelte e, nello stesso tempo, più propenso a sperimentare situazioni nuove.

Aver fiducia in se stessi equivale a credere in se stessi ed è un’operazione difficile e faticosa.

Per questa ragione, darsi ascolto, stringere legami con persone generose ed attente, evitare (nel limite del possibile) chi troppo facilmente ci butta addosso le proprie miserie e prediligere chi, invece, sa stare con se stesso e con gli altri in modo autentico e consapevole, è cosa assolutamente buona e giusta, utile alla crescita delle proprie sicurezze e alla crescita della fiducia in se stessi, utile a combattere la malattia del “dover essere” che inibisce l’autenticità, utile a scoprire e a dare valore a ciò che siamo, imparando a governare i nostri pensieri e ad accettare le nostre emozioni e a farci i conti, prima con noi stessi e poi con gli altri.

Ci sarà così più facile accettare i nostri (e gli altrui) errori e limitare l’importanza assegnata a chiunque (noi stessi compresi) volesse punirci per ogni sbaglio commesso.

Ci sarà così più facile avere relazioni autentiche, non più falsate da bisogni non detti; ci sarà così più facile comunicare efficacemente.

L’autenticità comporta un sentire (emozioni, sensazioni), un pensare e un agire coerenti con il proprio sistema di valori e rispettoso di quello degli altri.

Chi è autentico non è né accondiscendente, né contrappositivo.

È consapevole dei propri interessi, delle proprie priorità, dei propri desideri e dei propri limiti.

È onesto e trasparente: dichiara ciò che intende fare e si comporta, coerentemente, di conseguenza.

Essere autentici contempla:

– la capacità di dire “no”, gestendo la paura di deludere e di non soddisfare le aspettative degli altri, aprendosi così alla possibilità di guadagnarsi il rispetto altrui;

– la capacità di dire autentici “sì”, corrispondendo positivamente a richieste legittime.

Agire consapevolmente i nostri “no” e i nostri “sì” rende autentiche le nostre relazioni, le preserva da effetti particolarmente rovinosi (esempio del marito che si prodiga in continuazione per soddisfare ogni richiesta della moglie, col risultato di vederla sempre più insoddisfatta; oppure dei genitori che viziano i propri figli, concedendo loro tutto ciò che richiedono, col risultato di contribuire a creare “mostri sociali”, incapaci di conquistarsi qualcosa, vittime del loro non saper far altro che pretendere).

L’autenticità è una qualità di quegli individui che hanno imparato a gestire le situazioni in cui possono essere rifiutati, anche e soprattutto perché hanno scoperto quanto sia peggio essere accolti, accettati, amati, solo a condizione di essere ligi alle aspettative e ai desideri altrui.

Oltre a quella del rifiuto, un’altra paura può inibire l’autenticità: quella del conflitto; anche in questo caso, è proprio l’autenticità che ci viene in soccorso.

Il mio essere autentico passa attraverso la mia capacità di esprimere i miei sentimenti (disagio, imbarazzo, insicurezza, felicità, gioia, rabbia, ecc.)

In genere si tende a non “confessare” sensazioni ed emozioni (soprattutto quelle negative), giudicando la cosa segno di debolezza e per timore di offrirsi all’altro in modo vulnerabile.

L’autorivelazione spesso, invece, è caratteristica di persone forti, sicure di sé e con un’elevata autostima.

Autorivelarsi, però, è possibile anche per chi fa fatica a sentirsi forte e sicuro!

Dichiarare: «Mi sento a disagio quando mi parli in quel modo …” oppure: “quando capita che … quando fai così … io vado in ansia», ci aiuta ad accettare i nostri stati d’animo ed induce l’interlocutore a sintonizzarsi con gli stessi, fornendogli un contesto emotivo di riferimento, che lo aiuta a comprenderci.

Autenticità è, anche e molto semplicemente, dire con chiarezza cosa vogliamo.

A volte, per sostenere le nostre ragioni o per eludere un potenziale conflitto, eccediamo in argomentazioni e divaghiamo.

L’autenticità è chiarezza e concisione: dire, senza fronzoli e giri di parole, ciò che si sente, ciò che si pensa e cosa il tutto significa e comporta per noi.

L’autenticità è un valore che arricchisce l’efficacia della mia comunicazione quando è indissolubilmente legato al rispetto: rispetto i miei sentimenti e i miei pensieri, esprimendoli e lo faccio nel rispetto dei sentimenti e dei pensieri altrui, prestando attenzione a non urtare i valori e gli stati d’animo dei miei interlocutori.

Più difficilmente andrò così incontro a reazioni emotive “sopra le righe”, che potrebbero pregiudicare buoni sviluppi relazionali.

Certo, comunicare con autenticità non mi garantisce la certezza di non essere oggetto di reazioni rabbiose; in tali casi, come potrei agire per riprendere il contatto?

La rabbia è una reazione emotiva e, come per tutte le emozioni, più le permettiamo di esprimersi e di manifestarsi, più si consuma in fretta.

Se siamo disposti a riconoscere “diritto di cittadinanza” a tutte le emozioni, allora possiamo essere disposti ad accettare anche la rabbia del nostro interlocutore, naturalmente entro limiti comportamentali che non mettano a rischio, per noi e per l’altro stesso, l’incolumità fisica e psichica (in questo caso non ci resta che “abbandonare la scena”).

Accettare la rabbia altrui è una forma massima di rispetto! (quando questa è espressa in forme non contundenti).

Riconoscere il “diritto di cittadinanza” a tutte le emozioni, però, vuol dire assumersi la responsabilità di gestirle, governandone le possibili, perniciose, manifestazioni.

La questione, ancora una volta, è dare valore all’autenticità.

Se la rabbia mi spaventa, quando qualcuno si arrabbia con me, rispetto il mio spavento e agisco di conseguenza (“prendo le distanze” e/o lo manifesto apertamente, a seconda di quanto e cosa la situazione mi permette).

Se “vedo” la rabbia come la manifestazione emotiva di un disagio/difficoltà particolarmente importante, so anche che quella rabbia mi sta segnalando la presenza di una qualche questione particolarmente importante per il mio interlocutore.

Allora, “rimanere lì”, riuscire ad aspettare che la rabbia si esaurisca e aiutarlo, quindi, a dichiarare quali particolari ragioni l’abbiano scatenata, mi aiuterà a ristabilire il contatto.

La mia “attesa” sarà vigile e attenta, innanzitutto, alle mie emozioni, per poter poi decidere come utilizzarne il riconoscimento nella comunicazione, che attiverò con il mio interlocutore, quando avrà sbollito la sua rabbia.

Potrei cominciare, magari, col dichiaragli quanto mi costi accettare la sua rabbia, quanta fatica faccia e quante difficoltà debba affrontare per stare con lui quando si arrabbia!

In questo modo io agisco con rispetto non solo dell’altrui emotività (la rabbia del mio interlocutore), agisco anche con rispetto nei miei confronti, esprimendo come mi sento.

Il mio “rimanere lì”, quindi, è opportuno se è frutto di una scelta consapevole e ragionata, per il cui tramite riesco ad agire strategicamente l’attesa che la rabbia si consumi, prima, l’espressione dell’effetto su di me  di quella rabbia, poi.

Stare con quello che accade mi permetterà di “utilizzarlo” efficacemente nella mia comunicazione.

Rimango lì, lascio che l’altro tiri fuori tutto ciò che ha da tirare fuori (finché non si creerà in lui un vuoto di emozioni e di pensieri ostacolanti, non potrà accogliere niente di nuovo e di diverso), veicolando con la mia comunicazione non verbale (vedi il Comandamento N. 9, “Attenzione al linguaggio non verbale”) la mia disponibilità a riconoscere e ad accettare le sue ragioni.

Presto la sua aggressività “sbollirà” e la sua rabbia diventerà contenuta, permettendoci di ristabilire, attraverso forme efficaci di comunicazione, il contatto.

Esempio: «Mamma mia come ti sei arrabbiato! Mi sono anche un po’ spaventato! Certo che così, per me, diventa difficile riuscire a starti vicino, capire cosa non puoi sopportare al punto da avere simili reazioni … per arrabbiarti così devi sicuramente avere un motivo più che valido, mi interessa saperlo e vedere in che modo ti posso venire incontro, ma ti chiedo di aiutarmi a farlo, parlandomi in un modo tale che io possa accogliere quello che mi dici e quello che mi chiedi».

L’esempio riportato evidenzia come l’autenticità e il rispetto possano agire in chiave d’efficacia comunicazionale e introduce un aspetto fondamentale, che verrà approfondito con l’analisi del prossimo comandamento (l’ “Io-Tu”, il discorso diretto e biunivoco).

Accogliendo le ragioni altrui, preparo il terreno per vedere accolte le mie ragioni.

“L’Io – Tu. Il discorso diretto e biunivoco”. (Comandamento N. 7)

Tra parlanti, una comunicazione è tanto più efficace quanto più soddisfa il principio della compartecipazione consapevole e responsabile.

Tale compartecipazione è fortemente agevolata dall’utilizzo del discorso diretto.

Spesso, per comunicare pensieri, emozioni e sensazioni che ci appartengono, facciamo ricorso all’utilizzo di forme impersonali di espressione.

Nel nostro argomentare, troppo facilmente, prevale l’uso della seconda o della terza persona per riferire propri pensieri su comportamenti altrui o propri.

Esempio:

«È facile aspettare che siano sempre gli altri a prendere l’iniziativa”, piuttosto che: “tu non prendi l’iniziativa, aspetti che sia io a farlo”, oppure: “io non prendo l’iniziativa, aspetto che sia tu a farlo».

Lo stesso si può dire in materia di emozioni.

Esempio:

«Quando vieni lasciato solo, ti senti male», oppure: «Uno si sente male, quando viene lasciato solo», piuttosto che: «Io, quando rimango solo, mi sento male».

Qual è l’operazione che facciamo quando utilizziamo forme d’espressione impersonali, per parlare di noi stessi o di chi ci sta di fronte?

Generalizziamo! E così facendo, non ci assegniamo (né assegniamo all’altro) alcuna specifica responsabilità circa i nostri comportamenti e il modo in cui gestiamo i nostri sentimenti.

Quello che rappresentiamo è una visione delle cose in cui tutto capita per determinazioni che non dipendono da noi, sulle quali quindi non possiamo avere alcuna responsabilità.

Tali forme di espressione (e quindi di comunicazione), escludono la responsabilità sia di chi parla, sia di chi ascolta, cosicché son tutti “salvi”: chi si sta confrontando può continuare a farlo senza nessun vero coinvolgimento emotivo, senza alcun vero contatto, senza mettere realmente in gioco o in discussione niente; ma allora cosa si comunica a fare!?

Quando facciamo in modo che qualcosa non capiti è chiaro che, di quella cosa, temiamo gli effetti.

Peccato che, in materia di efficacia della comunicazione, un tale atteggiamento sia penalizzante.

La comunicazione interpersonale è tanto più efficace quanto più è solido il contatto esistente tra i parlanti, che è tale quanto più, fra gli stessi, è viva e attiva la comprensione e la consapevolezza circa il come si stia sviluppando la loro relazione e cosa la stia caratterizzando.

Evitare la condivisione (soprattutto quando ciò avviene inconsapevolmente) di pensieri ed emozioni non permette un vero contatto fra i parlanti e, quindi, non sostiene l’efficacia della loro comunicazione.

La condivisione di pensieri e sentimenti è fortemente aiutata dall’utilizzo del discorso diretto:

– «Io sento» (quali emozioni?);

– «Io provo» (quali sensazioni?);

– «Io penso» (cosa?);

– «Tu, cosa senti?»;

– «Tu, cosa provi?»;

– «Tu, cosa pensi?».

Sono queste le questioni che, debitamente valorizzate, affrontate e confrontate, permettono ai parlanti di vivere un’esperienza relazionale di incontro, di contatto, di efficace comunicazione interpersonale.

Prestando attenzione al come articoliamo le nostre proposizioni, preferendo l’utilizzo di soggetti che sono l’“io”, quando parlo di me, e il “tu”, quando parlo dell’altro, noi sosteniamo l’efficacia della nostra comunicazione, sosteniamo lo sviluppo della nostra e dell’altrui consapevolezza circa cosa caratterizza la relazione e come questa si sta svolgendo, sosteniamo la gestione responsabile della relazione e sosteniamo la qualità del contatto.

In questa direzione, quanto più l’uso del discorso diretto, diventa appannaggio di entrambi i parlanti, tanto più possiamo parlare di comunicazione interpersonale.

Questa è tale quando il flusso comunicativo si muove attraverso un continuo e progressivo scambio di ruolo (emittente-ricevente) dei parlanti, insomma: quando è “biunivoco”.

L’utilizzo del discorso diretto agevola e promuove una simile dinamica, insieme all’opportuno ricorso del “domandare” (come abbiamo visto nel precedente secondo comandamento: “C’é un luogo e un tempo per ogni cosa”).

Attraverso il mio domandare, coinvolgo l’altro nella relazione, gli do voce, sostengo la sua consapevolezza e le sue prese di responsabilità e, soprattutto, ottengo informazioni che mi sono utili per portare avanti, efficacemente, la mia comunicazione e ottenere i risultati migliori per la relazione che sto gestendo e, in ultima analisi, per me stesso.

Se vogliamo ottenere qualcosa di buono dalle nostre relazioni, dobbiamo condividere il ruolo di parte attiva nella gestione della comunicazione.

Più questo avviene, più sarà biunivoca la comunicazione, più efficace sarà lo scambio comunicativo.

“Ci sono parole che aiutano e ci sono parole che bloccano” (Comandamento N. 8)

Ci sono parole, atteggiamenti, modi di dire e di fare che, sul piano comunicazionale / relazionale, favoriscono il contatto e l’incontro delle persone e ce ne sono altri, invece, che lo ostacolano.

Giudicare, interpretare, moralizzare, banalizzare, contrapporsi, svalutare separa i parlanti, dividendo fra loro ragioni e torti.

Ci sono “espressioni” che sostengono l’efficacia di una comunicazione, altre che la indeboliscono.

Ci sono modi di dire e di fare “opportuni”, altri “inopportuni”.

Vediamoli.

Meglio ascoltare che parlare

Le parole sono fiumi, che scorrono verso mari lontani.

Scivolano via, tranquilli, sotto i nostri occhi o ci travolgono con correnti impetuose, se in essi ci bagniamo quando sono in piena.

Le parole, per aver effetto, vanno ascoltate.

La quantità di parole che sgorga come un fiume impetuoso dalle nostre bocche non ci permette di ascoltarle mentre le diciamo, né ci permette di ascoltare le parole dell’altro, non lasciandovi spazio.

Una “piena” di parole rompe gli argini dell’ascolto e impedisce il contatto, rendendo inefficace la comunicazione.

Spesso, parlare tanto serve solo a riempire un vuoto di idee sul come far fronte ad ondate, o a secche, di sentimenti che non sappiamo gestire.

Meglio specificare che generalizzare

Ogni generalizzazione rende indefinito il ruolo e la funzione di chi, a quella generalizzazione partecipa.

A cosa ci serve generalizzare?

A stare ai margini del gioco della vita, a non assumerci responsabilità, a negare il valore di quei mille particolari che rendono unica e individuale ogni esperienza, rendendola importante e ricca di significati.

Insomma, la generalizzazione è la nemica principale di ogni forma di consapevolezza, contrasta l’assunzione di un impegno personale nella determinazione dell’esistente e agisce contro ogni processo di vera crescita.

Noi non viviamo alcun piano generale dell’esistenza; noi viviamo la nostra particolare esistenza, la cui qualità è data dagli elementi particolari che la compongono.

Imparare a riconoscerli ci permette una visione più realistica della nostra vita; una visione che ci aiuta a superare la banalità e la povertà di tanti luoghi comuni, di cui spesso abusiamo e che, molte volte, sono semplice espressione di ignoranza e/o delle nostre nevrotiche paure e frustrazioni.

Specificare (cosa, come, dove, quando, quanto, chi) mi fa scoprire la relatività delle cose e, con essa, le mie (le nostre) possibilità di migliorarle; a tal proposito, fondamentale è saper indagare.

Alcuni esempi:

  • “Cosa ti fa pensare che le cose stiano realmente così per tutti?”.
  • “La tua affermazione (una qualsiasi generalizzazione tipo: “Il lunedì è sempre difficile ricominciare a lavorare”) che rapporto specifico ha con la tua esperienza?”
  • “Ti ricordi l’ultimo lunedì che, a te, ha fatto piacere andare a lavorare?”.
  • “In particolare, cosa pensi di poter fare tu?”
  • “In particolare, qual è il tuo interesse?”

Meglio usare parole a valenza positiva che negativa

Le parole sono pugni, oppure carezze, possono ferire o procurare piacere a seconda del senso e del valore che assumono per chi le usa e per chi le ascolta.

Ci sono parole che rassicurano, che incoraggiano, che apprezzano e approvano, che aprono spazi a scenari emotivi capaci di indurre piacere e benessere, speranza e conforto, stima e fiducia.

Ci sono parole, invece, che intimoriscono, che disprezzano, che rifiutano e producono sofferenza, disagio, paura, disistima e sfiducia.

E allora,

  • tra il dire: “hai sbagliato”, piuttosto che: “vogliamo vedere, insieme, come avresti potuto fare meglio?”;
  • tra il dire ciò che non si deve fare, piuttosto di ciò che si può fare;
  • tra vedere e presentare le cose in negativo, piuttosto che in positivo;
  • tra il dare valore a ciò che non funziona e a ciò che manca, piuttosto che a ciò che funziona e a ciò che c’è;

la differenza che passa è quella esistente tra la disperazione, la sfiducia e la paura – di chi preferisce “non fare” e si nega, così, ogni possibilità di realizzare i propri desideri, di soddisfare i propri bisogni – e la speranza, la fiducia e il coraggio – di chi si dà da fare e va avanti.

Esistono parole e locuzioni che influenzano positivamente e ne esistono altre che influenzano negativamente:

  • espressioni che evocano scenari negativi (“ti rubo soltanto un momento”, oppure: “posso disturbarti?) e parole che evocano scenari positivi o mitigano l’intrinseco potenziale di negatività: “vorrei dedicare un po’ di tempo alla soluzione di questo problema”, oppure: “è un buon momento per te per …?”;
  • parole che non favoriscono l’incontro, ma la contrapposizione (“ma”, “però”), specie quando sono blandite da enunciazioni preliminari contrastanti (“mi piace la tua proposta, però …”);
  •  espressioni che presuppongono aspetti squalificanti dell’essere e del fare altrui (“ma allora proprio non capisci!”) o, semplicemente, lo ventilano come possibilità (“hai capito!?”);
  •  parole che non lasciano spazio alle altrui ragioni e ad altri punti di vista, parole che danno per scontato ciò che vediamo e pensiamo solo noi (esempio: ogni volta che diciamo: “ovviamente”) e, quindi, mortificano l’altro e ogni vera possibilità di scambio comunicativo;
  • espressioni che non tengono in considerazione l’altrui soggettività e, immancabilmente, producono l’effetto di mettercela contro (esempio: “io al tuo posto farei così”).

Prestare attenzione alle parole/espressioni che scegliamo, scegliere quelle che presentano un modo positivo di vedere le cose, che rispettano la sensibilità altrui è assolutamente opportuno in tema di efficacia comunicazionale.

Meglio fare proposte che controproposte

Una proposta ha senso farla quando esiste, per chi la riceve, una possibilità di accettarla.

Aver cura, quindi, di verificare preventivamente l’esistenza delle condizioni di base (materiali, morali, culturali, emotive, affettive) perché una nostra proposta possa essere accettata è una precauzione ineludibile, che sostanzia l’efficacia della nostra comunicazione, diversamente corriamo il rischio di avanzare proposte “indecenti”, attirandoci tutti gli effetti negativamente collaterali che tale cosa può scatenare.

Rispondere a una proposta che riceviamo con una controproposta, senza prima avervi corrisposto in un qualche modo accettabile dall’altro (anche con un no, purché ben argomentato, comprensibile e motivato), è un’operazione che ci allontana dal nostro interlocutore, quando non ci rende completamente invisi: fare controproposte è una delle modalità più “ingenuamente” contrappositive che possiamo mettere in atto (esempio: ad un amico che ci propone di andare al cinema, non possiamo rispondere direttamente con la controproposta di andare a ballare).

Attenzione alla spirale difesa/attacco

È quel circolo vizioso che si crea quando due interlocutori attivano improvvidamente una comunicazione basata su accuse reciproche.

Non vi è spazio per l’incontro, né per il confronto, ciascuno guarda ai torti dell’altro e alle proprie ragioni, l’unica relazione possibile è lo scontro.

Paradossalmente, accogliere le accuse che riceviamo, andare alla ricerca delle ragioni (anche solo soggettive) del nostro interlocutore, non rispecchiare le sue azioni, difendendoci e contro accusando, spezza il vortice emotivo che impedisce la comunicazione e il confronto e apre a una possibilità di incontro, di reciproco ascolto e di comunicazione efficace.

Il più è come il meno

Nella comunicazione, “il più è come il meno”.

Farsi prendere dall’ansia di dire, di convincere, di farsi prendere sul serio e, per questo, non solo parlare troppo (come abbiamo già visto), ma cumulare argomenti a favore delle proprie ragioni e/o argomentare su questioni non richieste, facilmente irrita e/o insospettisce il nostro interlocutore.

La comunicazione interpersonale è tanto più efficace quanto più è misurata.

La “misura” giusta è dire quanto serve per farsi comprendere; niente di meno, niente di più.

Quando siamo stati compresi dai nostri interlocutori, aggiungere altre argomentazioni produce l’effetto di infrangere tale misura e di interrompere il contatto e la sintonia tra i parlanti.

Argomentare su questioni non richieste e/o con motivazioni non esplicite può insospettire e mettere sulla difensiva il nostro interlocutore (come, lapidariamente, ci ricorda il famoso detto latino: excusatio non petita, accusatio manifesta).

Meglio la prima persona singolare che la prima persona plurale

Non nascondiamoci dietro il “noi”, se non ci stiamo riferendo, realmente, a un “noi” specifico e realmente esistente.

Il ricorso al “plurale maiestatis”, spesso, nasconde il desiderio di non esplicitare una responsabilità personale. In questo modo rendiamo impersonale la relazione e aumentiamo, in essa, il tasso di incomunicabilità.

L’utilizzo del “noi” è tipico dei linguaggi ufficiali e istituzionali, il farne ricorso è, spesso, una strategia volta ad aumentare l’importanza e il valore di ciò che si sta dicendo.

Niente di più sbagliato! Per quanto suggestivo, l’adozione di un linguaggio formale, nelle relazioni interpersonali, inibisce l’incontro sul piano emotivo, crea facilmente disagio e allontana le persone.

Il lecito e l’illecito della manipolazione

L’uso delle varie coniugazioni del termine manipolare è, per lo più, associato ad accezioni cariche di valenza negativa.

Esiste, tuttavia, un senso del manipolare che è assolutamente positivo, ricco di effetti piacevoli e salutari.

Pensiamo alla manipolazione del massaggiatore, che interviene su di una contrattura muscolare, sciogliendone gli indurimenti, o alla manipolazione di chi modella la creta in un’opera d’arte, o alla manipolazione delle parole coniugate in versi poetici o in discorsi capaci di incoraggiare o di rendere chiaro e comprensibile un concetto, un’idea di crescita e di sviluppo.

Insomma, il “manipolare” inteso come intervento cosciente, trasparente e consapevole, volto a una modificazione dello stato delle cose capace di produrre benessere e miglioramento, è un’azione assolutamente lecita, caratteristica della “natura” umana.

Vi è, però, un “manipolare” (ahinoi anche questo caratteristico della natura umana!) che urta il senso comune del lecito, perché mira, subdolamente (in forme nascoste), a conseguire benefici personali a discapito del benessere altrui.

La comunicazione è un piano che ben si presta a un simile tipo di manipolazione.

Quando provoco sensi di colpa e/o di inadeguatezza; quando traviso lo stato delle cose; quando uso una falsa logica (tipo: “se non mi aiuti, vuol dire che non mi vuoi bene!”); ogni volta che addosso mie responsabilità ad altri, manipolo e lo faccio illecitamente.

Vi è quindi una manipolazione positiva, sempre benvenuta, e una manipolazione negativa, assolutamente contrastante ogni possibilità di comunicazione efficace.

Comunicare efficacemente ci aiuta e aiuta gli altri ad adottare le migliori scelte, i migliori comportamenti, quelli che maggiormente producono benessere per sé e per gli altri.

Attenzione al linguaggio non verbale (Comandamento N. 9)

Prima del verbo comunica il corpo con le sue espressioni, i suoi gesti, il suo muoversi nello spazio.

Il corpo comunica sia con i suoi riflessi involontari, non governati, cioè, da un’intenzione o una finalità cosciente, sia quando lo utilizziamo volontariamente come mezzo d’espressione.

Il genere umano si è evoluto, ha sviluppato le sue forme sociali e le proprie esperienze relazionali per circa due milioni d’anni, senza ricorrere all’articolazione verbale, senza l’uso della parola, eppur comunicando.

La conquista del linguaggio verbale ha arricchito il potenziale di comunicazione del genere umano e ha così, anche, permesso lo sviluppo massificato di comportamenti, in epoca preverbale, più difficilmente praticabili: l’inganno, la menzogna, l’ambiguità, il disconoscimento.

Con ciò, l’uomo è arrivato a oscurare e/o a perdere parti importanti del proprio sentire (emozioni e sensazioni), riducendo, per questo fatto e su questo lato, quel potenziale di comunicazione e di sviluppi relazionali che, su altri piani e per altri versi, è andato ampliando vertiginosamente grazie alla scoperta e al progressivo utilizzo del linguaggio verbale.

Ma il corpo e le sue espressioni sono rimaste, continuano ad accompagnarci, anche quando non lo vogliamo, anche quando non lo sappiamo e non ne siamo coscienti.

Il nostro corpo (con le sue espressioni involontarie e le sue manifestazioni ingovernabili) comunica soprattutto quello che non diciamo, quello che non vogliamo dire, quello che non sappiamo di aver bisogno di dire.

Il progressivo sviluppo del linguaggio ha accompagnato e sostenuto il progressivo sviluppo della mente umana attraverso un progressivo sviluppo della sua facoltà di articolare e sviluppare pensieri sempre più complessi e astratti e sempre più distanti e scollegati dalle istanze corporali: bisogni, emozioni e sensazioni.

Ma per quanto questa dinamica sia stata portata avanti dal genere umano, l’uomo continua a essere un tutt’uno, mente, corpo, spirito, anche quando “pensa” al proprio corpo come altro da sé! (accadimento riconoscibile, ad esempio, nell’espressione: “il mio corpo mi dice che …”; se il corpo è mio, chi sono io che posseggo questo corpo?!)

Il corpo continua a essere fucina di bisogni e albergo di sentimenti e, per ciò stesso a manifestarli e ad esprimerli, anche contro la volontà cosciente della mente.

Il corpo continua, così, a parlare, a utilizzare un proprio linguaggio, magari più criptico, spesso più discreto di un tempo, ma sempre presente e del quale, in chiave di efficacia comunicazionale, è fondamentale tenere conto.

Diversamente, la comunicazione fra due parlanti si trasforma in interrelazione inconsapevole fra quattro comunicatori: due “io”, scissi in due “menti” più i due relativi corpi.

Le menti si parlano fra loro (con tutte le ambiguità capaci di produrre), i corpi si parlano fra loro.

Il corpo dell’uno parla alla propria mente e al corpo dell’altro e viceversa, con tutti gli interscambi possibili.

Ma i messaggi non arrivano, non sono riconosciuti, l’incomunicabilità regna sovrana, il distacco e il conflitto prevalgono.

La scissione dell’“io” in corpo e mente, che tanto ha caratterizzato la storia della nostra umanità (soprattutto in occidente), non produce solo malessere e disagio individuale, diminuisce fortemente la vera possibilità di incontro, di contatto e di relazione fra le persone.

Prestare attenzione alla comunicazione, renderla efficace, vuol dire prestare la massima (e consapevole) attenzione all’integrazione dei propri linguaggi (quello della mente: il verbale; quello del corpo: il non verbale); vuol dire prestare la massima (e consapevole) attenzione ai linguaggi altrui, ricercandone i segni e riconoscendone i significati.

Così il capire apre la strada al farsi capire, perché è collegato al “sentimento” delle proprie emozioni, alla consapevolezza dei propri bisogni, al riconoscimento delle altrui emozioni e degli altrui bisogni e i pensieri che ci scambiamo verbalmente rappresentano realmente ciò che sentiamo, ciò che vogliamo, permettendoci così, di volta in volta, di scegliere consapevolmente ciò che meglio può produrre la nostra e l’altrui soddisfazione.

Attenzione al linguaggio non verbale, dunque!

Attenzione a tutto ciò che facciamo, a tutto ciò che fa l’altro e attenzione a tutto ciò che è possibile vedere!

Chi può negare d’essere maggiormente colpito dalle posture, dai toni, dalla mimica di un oratore, piuttosto che dalla “lettera” delle sue parole?

E cosa dire della nostra attitudine a pensare per immagini, a vedere e a trasformare in immagini tutto ciò con cui entriamo in contatto?

La nostra stessa memoria conserva più agevolmente immagini, sensazioni e sentimenti, piuttosto che parole!

Tale modello mnemonico ci accompagna dalla nostra infanzia, quando intuivamo proprio dalla mimica e dai toni verbali dei nostri genitori l’approvazione o il dissenso per le nostre azioni e facevamo le nostre prime esperienze di ciò che questo rappresentava per noi, sul piano delle emozioni e delle sensazioni.

Fermo restando che riconquistare competenze sul piano della comunicazione non verbale è un’operazione possibile unicamente facendone esperienza (cosa cui la Formazione IN Counseling cura opportunamente!), affrontando, qui, la dimensione conoscitiva della comunicazione non verbale, ci “accontentiamo” di presentare una carrellata di elementi particolarmente salienti, riguardanti, per l’appunto, la comunicazione non verbale.

Il respiro

Respirare è un’azione automatica, pressoché incosciente, ma è un’azione che noi tutti possiamo gestire consapevolmente.

Per lo più respiriamo senza tenerne conto e, così facendo, lasciamo alle nostre parti inconsce il governo del nostro respiro.

I bisogni fisiologici da un lato, i soprassalti emotivi dall’altro, ne scandiscono il ritmo, lo accelerano, lo trattengono, lo equilibrano.

A ciascun bisogno/emozione corrisponde un respiro, ora affannoso, ora lungo, a volte di pancia, a volte a pieni polmoni; momenti di apnea si succedono, in associazione al bisogno di fuggire un’emozione: pietrificarsi per non sentire il dolore, per sconfiggere una paura.

Il respiro è così il più importante indicatore di uno stato emozionale e/o di bisogno, ma il suo essere così intimamente legato alle emozioni, ai bisogni, è un legame di reciprocità: emozioni e bisogni influenzano lo stato del respiro così come il respiro è in grado di influenzare emozioni e bisogni.

Prestare attenzione al proprio e all’altrui respiro, esserne consapevoli, imparare a governare coscientemente il proprio modo di respirare è condizione di base per “sentire” realisticamente cosa stia realmente capitando, a noi (innanzitutto) e all’altro e poter, quindi, consapevolmente ed efficacemente intervenire su di sé, sull’altro, sulla relazione.

Il respiro è vita, respirare ci aiuta a gestire il contatto con l’altro, anche perché e contagioso: quando agisco consapevolmente sulla mia respirazione, il ritmo che a essa imprimo risuona in tutto me stesso e lancia la sua eco sull’altro, che può aprirsi al contagio e rafforzare così la sintonia di emozioni e di sensazioni.

La postura

Impariamo a distendere il busto; il nostro diaframma dà “fiato alle trombe”, nel senso che i polmoni incamerano più aria, e di riflesso le corde vocali sono più sollecitate: la voce esce forte e chiara. Una postura scorretta favorisce l’effetto opposto: voce debole e tremante.

Anche qui i nostri atteggiamenti fanno riferimento ad ataviche reazioni di sopravvivenza: ci si “rimpicciolisce” di fronte alle minacce, quasi a voler scomparire, a non farsi notare. Le braccia avvolgono l’addome, si incrociano a difesa della minaccia incombente.

Le gambe si accavallano, tentando di contenere la loro espansione nello spazio.

Viceversa, tendiamo ad apparire più grandi e imponenti quando minacciamo qualcuno. L’adrenalina dilata i lineamenti del volto, la pelle congestionata si imbrunisce, i bulbi piliferi si contraggono e sembriamo più grandi di quanto non siamo.

Un atteggiamento corporeo “aperto”, disteso, e una corretta postura del busto non solo ci rilassano, aiutano la respirazione e ci fanno realmente sentire più calmi e a nostro agio, ci aiutano a concentrarci su quanto vogliamo dire, ci predispongono all’accoglienza dell’altro e, quindi, facilitano il contatto e il positivo sviluppo relazionale.

Una tecnica adottabile per favorire la rilassatezza consiste nel sistemarci in maniera asimmetrica rispetto all’interlocutore: il “fronteggiarsi” (avulso da situazioni di particolare intimità) può, più facilmente, stimolare contrapposizioni e conflitti.

I limiti/confine e le distanze

Ciascuno di noi circoscrive intorno a sé uno spazio immaginario a protezione della propria integrità fisica e psicologica. Tale spazio muta in funzione delle particolari situazioni (personali, relazionali, culturali) in cui ci ritroviamo.

Quando questo spazio viene “invaso”, quando cioè qualcuno (o qualcosa) lo valica, senza una debita autorizzazione, facilmente possiamo reagire con comportamenti di fuga o di aggressione (e quindi non sostenenti alcuna efficacia comunicazionale).

Il nostro muoverci nello spazio, il nostro occuparlo (anche con oggetti di nostra pertinenza) segnala (non verbalmente) il senso e la misura dei nostri limiti/confini.

Prestarvi attenzione, imparare a riconoscerli come nostro, e altrui, bisogno, imparare a governarne l’esistenza e/o l’inesistenza, insomma: gestire le distanze e i confini tra noi e l’altro è una precauzione di base fondamentale in materia di gestione efficace della nostra comunicazione.

I gesti

La nostra gestualità è uno degli elementi più espliciti della comunicazione non verbale.

Segnala uno stato d’ansia proteggersi il corpo con le braccia conserte (per rendere neutra questa gestualità, si può stringere lievemente a sé una cartellina o un libro, una sorta di “coperta di Linus” che ci può infondere, ed emanare di conseguenza, sicurezza).

Puntare il dito ha chiaramente un intento minaccioso; la nostra sincerità traspare dall’apertura dei palmi (il segno di Gesù).

L’attenzione è segnalata da “un appoggiare il mento sulle nocche chiuse”, da “uno sgranare gli occhi, muovendo lentamente il capo su e giù”; segnali di distacco, quando non di disapprovazione, sono il distogliere lo sguardo o spiluccare i vestiti.

L’invito è di prestare attenzione alla propria gestualità, rendendola coerente con ciò che si vuole comunicare, così come di notare i segnali corporei, che i nostri interlocutori emettono, per poter consapevolmente prenderne atto e agire di conseguenza.

Il paraverbale: le tonalità, il ritmo, i colori della voce

C’è differenza di messaggio tra una voce suadente e calma e una stridula e concitata?

E che dire della gestione strategica delle pause e/o di un incalzante incedere discorsivo?

E la modulazione dei toni, ora alti e aggressivi, ora bassi, dimessi e, addirittura, flebili?

L’arte oratoria poggia il proprio valore e la propria efficacia, massimamente, sull’opportuna gestione di tali elementi, tutti attinenti a quella dimensione che, per il suo essere associata a quella verbale, pur non facendone parte, chiamiamo paraverbale.

Chi parla con un tono di base neutro ed enfatizza oculatamente le parole chiave del proprio discorso, scandendole con opportune pause, manifesta sicurezza.

Chi parla con “mono tono” (qualunque esso sia, alto o basso) continuo e ininterrotto, segnala distacco e/o disinteresse da ciò che dice, così come chi produce improvvise accelerazioni discorsive.

Il ritmo del discorso va curato: parlare “a macchina” o troppo lentamente non aiuta il contatto, più facilmente lo interrompe.

Gli occhi

Il contatto visivo, il guardarsi negli occhi è una delle forme di comunicazione non verbale maggiormente ambivalente e ricca di implicazioni emotive.

Ci si guarda negli occhi per esprimere amore oppure odio.

Il guardarsi negli occhi è una delle forme di confronto e/o di incontro più diretto, immediato ed esplicito.

Quando due parlanti si guardano in faccia, con postura aperta e rilassata, è certa una comunione di sentimenti, o un forte reciproco interesse, sostenuto da assenza di paura per ciò che questo comporta.

Guardarsi in faccia, puntandosi lo sguardo negli occhi, però, può essere anche un segnale di sfida e di aggressività, e allora la postura non sarà aperta e rilassata.

Uno sguardo sfuggente è, di volta in volta, sintomo di una qualche emozione che si vuole celare (paura, imbarazzo, vergogna) o, paradossalmente, esplicitare (“non ti guardo in faccia, per rendere chiaro il mio disinteresse”).

Il contatto visivo è un elemento di forte caratterizzazione della qualità del contatto fra i parlanti, per questo è importante imparare a gestirlo, pur con tutte le difficoltà che questo comporta.

Forse subiamo gli influssi di esperienze negative, magari associate alla pretesa dei nostri genitori di farsi guardare in faccia quando ci sgridavano.

Guardare negli occhi, comunque, è sempre un atto relazionale che promuove e/o sostiene il contatto, benevolo o malevolo che sia!

È bene tenere conto di ciò, prestando attenzione alla gestione dei nostri e degli altrui sguardi.

Attenzione al contatto (Comandamento N. 10)

Le emozioni sono parte integrante della comunicazione interpersonale, sono messaggi all’interno di una relazione che, il più delle volte, non sono espressi con delle parole, ma alle parole danno tono e colore.

Le emozioni non si esauriscono in manifestazioni non verbali (le espressioni del corpo), ma a esse sono intrinsecamente associate, sono messaggi che possono cadere nel vuoto, o subire una sorte nefasta, se li giudichiamo o interpretiamo, malamente, se li banalizziamo e svalutiamo, oppure possono essere messaggi cui diamo valore, gestendoli consapevolmente nella nostra comunicazione, rendendola così efficace.

Un’emozione non mente mai (se ho paura, ce l’ho davvero; se sono allegro, sono allegro davvero) ed è proprio questa caratteristica di autenticità che, riportata nella comunicazione, valorizza e rende efficace la comunicazione stessa.

Posso negare alla mia coscienza di provare un’emozione, ma questo è un fatto che riguarda il funzionamento della mente.

Posso non accorgermi dell’emozione che alberga l’animo e il corpo di chi ho di fronte, non ho imparato a farlo, educato al e dal dominio della mente a mortificare la mia sensibilità, perdendo la capacità di sentire le emozioni e di riconoscerle.

Prestare attenzione alle emozioni (le mie, quelle dell’altro), saperne riconoscere la presenza, saperle associare ai contenuti, ai momenti, alle forme della comunicazione attraverso cui sono affiorate, mi segnala cosa conta realmente per me e/o per l’altro, mi segnala a cosa dedicarmi e cosa, opportunamente, privilegiare.

Il riconoscimento delle emozioni indirizza la mia comprensione e la mia capacita di farmi comprendere, mi indica i “tempi” attraverso i quali articolare la mia comunicazione, mi segnala i “luoghi” più idonei alla sua esplicitazione e la rende, assolutamente, più efficace.

L’attenzione rivolta all’emozione, quando mi permette di riconoscerne una presenza (in me o nell’altro), mi segnala che qualcosa di importante sta accadendo e mi invita a dargli valore, esplorandola e indagando come questo stia avvenendo.

Se mi accorgo di essere agitato (ad esempio), chiedermi cosa mi sta agitando e rendermi conto di come manifesto questa mia agitazione, mi permetterà di “agire” questa mia agitazione, piuttosto che subirla.

Se mi accorgo dell’agitazione altrui, porre dialogicamente la questione, richiamandola opportunamente (facendo leva sulle mie capacità di comunicazione) all’attenzione del mio interlocutore, mi permetterà di stabilire una qualità del contatto realmente capace di far progredire positivamente la relazione.

Potrei quindi porre la seguente domanda:

«Ho come l’impressione che ci sia qualcosa di particolarmente significativo per te in quello che stiamo trattando, ti vedo muoverti in continuazione sulla sedia e grattarti ripetutamente le mani, c’è per caso qualcosa che ti agita?».

Invece di assegnare una qualche pregiudiziale motivazione a quanto sta accadendo, rimanendo così intrappolato in uno dei più classici funzionamenti automatici (a forte rischio di menzogna) della mente: la classificazione (esempio: “ho di fronte un tipo ansioso”).

La dimensione sociale dell’esistenza umana vede nella comunicazione interpersonale una chiave fondamentale della propria salvaguardia e del proprio sviluppo.

L’uomo vive grazie (anche) al proprio comunicare.

Cosa succede quando comunichiamo usando “solo la testa” (alias la mente) escludendo le nostre istanze emotive? Cosa succede, invece, quando da queste ci facciamo ispirare?

La testa, alias la mente, funziona per classificazioni, per connessioni (associazioni/dissociazioni), per elaborazioni.

Attraverso l’interazione di questi tre “funzionamenti”, analizziamo, sintetizziamo, semplifichiamo, banalizziamo, valutiamo e giudichiamo, interpretiamo ed etichettiamo, costruiamo immagini e pensieri.

Tutto questo ci permette, sì, di comunicare sulla realtà, ma al “prezzo” di farlo su una ricostruzione soggettiva della stessa e della stessa variamente rappresentativa.

Quando la nostra comunicazione è dominata dalla mente, la realtà sulla quale, e dentro la quale, comunichiamo è, sempre, in una certa misura, una creazione immaginaria della nostra mente.

Tutto ciò che “passa” per la nostra mente, e da questa è elaborata, ha una natura astratta; implementa e compone una sorta di magazzino, di “archivio” immaginario di rappresentazioni mentali (immagini, simboli, parole, concetti, formule, ecc. ecc.) alle quali ci riferiamo nell’agire le nostre relazioni, nel gestire la nostra comunicazione, nel tradurre i nostri vissuti in esperienze.

Attraverso le connessioni e i loro sviluppi, che mentalmente stabiliamo (di identificazione / somiglianza e/o di differenziazione; di integrazione / associazione e/o di disaggregazione / dissociazione) fra, e con, le rappresentazioni mentali “archiviate”, mettiamo a punto le nostre interpretazioni, le nostre attribuzioni di valore e di significato; con tutti i rischi di travisamento che tali operazioni comportano.

Costruiamo e ricostruiamo le nostre rappresentazioni mentali e, quanto più non consideriamo il loro essere cosa diversa dalla realtà cui si riferiscono, tanto più corriamo il rischio di mistificarla.

Sviluppiamo “logicamente” i nostri pensieri, incuranti di quanto i presupposti dai quali li facciamo partire siano realmente fondati e incuranti di quanto, invece, possano essere il frutto di una nostra immaginazione, più o meno corrispondente al reale stato delle cose (una logica che fonda il proprio sviluppo su di un presupposto “falso”, produce risultati tanto più falsi quanto più viene sviluppata!).

Dati tali presupposti, come non dar credito al vecchio detto che ci ricorda che: “la mente mente”?!

Ma se la mente mente, potremmo dire: costituzionalmente, come fare per farvi fronte?

Risposta: “Lavorando sul riequilibrio delle reciproche influenze che intercorrono tra le dinamiche emotive e quelle mentali”.

Le emozioni hanno una natura e un’esistenza direttamente collegata allo stato di insorgenza/soddisfazione dei bisogni.

Nella nostra storia di vita (dal nostro primo vagito neonatale), facciamo prima i conti con le emozioni e solo successivamente con la loro rielaborazione mentale.

Da quando la mente comincia a intervenire nella gestione delle emozioni, fra l’una e le altre si innesca una dinamica di continua e reciproca influenza, rispetto alla quale, nella nostra cultura, è andato affermandosi il “valore” del predominio della mente.

Insomma, facciamo in modo che la nostra mente governi e controlli le nostre emozioni, fino ad arrivare a oscurarle e a renderci degli automi che si illudono di poter far fronte a tutto ciò che può succedere; al prezzo (ahinoi!) di diventare sempre più cinici e insensibili, esponendoci così, grazie al crescere della nostra insensibilità, sempre più all’assalto delle più disparate (quando non disperanti) nevrosi o, addirittura a gravi forme di malattia (in particolare quelle auto immuno deficienti).

Oscurando le emozioni, che ci segnalano i nostri bisogni, disimpariamo a soddisfarli, e quando non soddisfiamo un nostro bisogno, noi stiamo variamente male, fin’anche ad ammalarci!

Quanto questo sia utile all’esistenza particolare di ciascuno di noi e a quella generale dell’umanità è un quesito al quale ciascuno dia la propria risposta.

Ma, sul piano della comunicazione interpersonale efficace (qui inteso come tutto ciò che i parlanti si scambiano al fine di stabilire e sviluppare un contatto massimamente in grado di sostenere i più soddisfacenti esiti e sviluppi relazionali), lasciare campo aperto al predomino della mente sulle emozioni è sicuramente e assolutamente controproducente (la mente non lega e unisce le persone, più facilmente le allontana, le emozioni, invece, coinvolgono e uniscono!)

Non che rovesciare i termini del rapporto (e quindi lasciare alle emozioni libero campo di manifestazione e affermazione) rappresenti una soluzione affidabile e auspicabile: le emozioni danno un senso alla nostra vita, ma il non saperle gestire renderebbe la vita stessa impossibile.

Possiamo mettere le emozioni al servizio della mente e viceversa.

Permettiamo alle emozioni di segnalarci i nostri bisogni e indirizziamo le nostre elaborazioni mentali verso il riconoscimento, l’accettazione e la più opportuna gestione (per sé e per gli altri) del bisogno che l’emozione stessa, di volta in volta, ci segnala.

Potremo così ridurre e contrastare efficacemente il potenziale menzognero della mente e valorizzare il potenziale di autenticità che le emozioni apportano alla nostra vita e alle nostre esperienze.

Tutte le nostre forme di comunicazione risulteranno, allora, più efficaci, perché saranno il frutto di un’intelligenza capace di integrare il funzionamento delle emozioni e quello della mente.

Un’emozione non mente mai.

Menzognera può essere la fonte (il pensiero) che la origina, così come menzognero può essere il modo in cui la utilizziamo.

Un’emozione non è mai né intelligente, né stupida.

È l’uso che facciamo delle emozioni che può essere considerato stupido o intelligente, inefficace o efficace, nel nostro caso, sul piano della comunicazione/relazione.

Per fare un buon uso delle nostre emozioni è indispensabile sentirle.

Per sentirle è indispensabile il nostro saperci stare in contatto.

Per noi, la comunicazione efficace è quella che funziona, positivamente, perché è, contestualmente, causa e d effetto di un buon contatto tra parlanti, perché sostiene, per ciascuno, il relativo buon contatto con se stesso.

Perché una comunicazione funzioni è indispensabile che i parlanti siano in contatto e, perché questo avvenga, è indispensabile che ciascun parlante abbia un buon contatto con se stesso.

Un buon contatto con se stessi avviene quando è buono il contatto tra il nostro cuore e la nostra testa, quando l’attività dei nostri sensi è riconosciuta mentalmente, fino a farci riconoscere i suoi effetti (emozioni, sensazioni, sentimenti ) e a dar loro un significato.

Contatto con se stessi e tra i parlanti: la comunicazione è fondamentalmente una questione di contatto!

Il contatto cui, parlando di comunicazione, ci riferiamo ha una sua precisa identità: è quello stato dell’essere, di chi sta comunicando, caratterizzato dalla consapevolezza di ciò che in se stesso e nella relazione con l’altro sta avvenendo e del come questo avvenga; è quello stato dei parlanti, in relazione, la cui comunicazione permette loro di comprendersi, nei pensieri, nei sentimenti, nelle parole. Quando del loro contatto i parlanti sono consapevoli, comprendono anche “cosa” caratterizza la loro relazione e “come” questa stia avvenendo.

Ciò che presiede al contatto e lo rende possibile è la capacità di “stare in ascolto” e sentire.

L’ascolto accompagna e rende più sicuro il naturale fluire dei processi di consapevolezza e di soddisfazione dei nostri bisogni.

Questo avviene, naturalmente, in ogni nostra situazione esistenziale, quindi anche nelle nostre relazioni interpersonali.

La qualità della nostra comunicazione è collegata alla qualità del nostro stare in contatto con noi stessi e con chi, comunicando, stiamo in relazione.

Stare in questo contatto, e mantenerlo, però, è spesso ostacolato dalle nostre paure, dalle nostre distrazioni, dai nostri automatismi comportamentali di stampo nevrotico.

Per questo, ci può capitare di interromperlo.

Se ci accorgiamo delle nostre, e delle altrui, interruzioni di contatto, più facilmente possiamo rimediarvi.

Per accorgercene, ci aiuta conoscerle. Anche per questo, in questo manuale, sono presentate e spiegate nel capitolo 5.5 (“La Teoria della Gestalt …”), che, a questo punto, ti invito ad andare a rivedere.


[1] La sorpresa potrebbe avere un suo opposto nella rassegnazione (nulla più mi sorprende); ma la rassegnazione è un sentimento, fatto di sensazioni che perdurano nel tempo (un’emozione è effimera).

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