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Il counseling, come “architettura di pratiche”. Parte Prima: ASCOLTO. ACCOGLIENZA. SPOLA. FEEDBACK.

Il counseling, come “architettura di pratiche”. Parte Prima:

ASCOLTO. ACCOGLIENZA. SPOLA. FEEDBACK.

Capitolo 5.2.1 “Manuale per la Formazione IN Counseling”

Il counseling è una relazione interpersonale, che funziona come leva di attivazione e sviluppo di nuovi stati di consapevolezza, che mettono le persone in condizione di meglio affrontare le difficoltà esistenziali che stanno vivendo.

Per chi si rivolge ad un counselor, e con lui fa counseling, lo sviluppo di questi nuovi stati di consapevolezza sono il frutto più saporito dell’esperienze che vive nella relazione di counseling; esperienze che sono rese possibili dalle “pratiche” che il counselor mette in atto nella relazione di counseling.

Le “pratiche” dell’accoglienza, dell’ascolto, della spola e del feedback (più quelle dell’osservazione non giudicante e della presenza, che vedremo nel prossimo capitolo 5.2.2), per il modo in cui sono messe in atto ed utilizzate da noi counselor, sono l’architettura del nostro fare counseling. Sono la sua risma, il suo incedere, il suo marchio, la sua unicità, la sua qualità. Sono ciò che lo rendono possibile e così efficace.

Nell’analizzare le “pratiche” che il counselor mette in atto, con il proprio fare counseling, quelle da cui voglio partire sono l’ascolto  e l’accoglienza, perché:

  1. l’ascolto, nei termini di mettersi in ascolto (vedremo presto cosa questo voglia dire), è il primo atto che un counselor compie, per dare il via al proprio fare counseling, ed è la pratica che lo accompagna per tutto il suo corso;
  2. la pratica dell’accoglienza è ciò che procura al counselor la materia da ascoltare.

Andiamo per ordine.

Innanzitutto, noi counselor ci mettiamo in

ASCOLTO

Cosa vuol dire?

Vuol dire che ci concentriamo su ciò che sentiamo; rivolgiamo cioè la nostra attenzione su noi stessi, sulle nostre sensazioni fisiche, su ciò che ci accorgiamo di provare: emozioni, sentimenti ed ogni “propriocezione”: ogni nostra percezione sensoriale, dal “dolorino” che sentiamo al ginocchio destro alla contrattura sotto la scapola sinistra, dal languore allo stomaco alla speranza di riuscire a fare un buon lavoro con il nostro cliente, eccetera, eccetera.

Metterci in ascolto vuol dire concentrarci sul nostro sentire e accorgercene!

Vuol dire prestare attenzione a ciò che sentiamo, fino a riconoscerlo e riconoscerne il senso.

Quando faccio counseling, mettermi in ascolto vuol dire rivolgermi su me stesso, prestare attenzione a quello che sento, con particolare riferimento all’effetto che mi fa il mio stare col cliente, il mio stare in relazione con lui, con ciò che sta portando di sé, con ciò che mi sta dicendo, con i modi con cui lo fa, con ciò che sta facendo, con i contenuti dei suoi racconti e con i personaggi che li animano.

Ma a nulla servirebbe mettermi e stare in ascolto se non accogliessi quello che sento, se non accogliessi l’effetto che mi fa, se non accogliessi ciò che mi capita nello stare in relazione col mio cliente e nel gestirla.

Ecco allora che

l’ACCOGLIENZA

di cui stiamo parlando è la nostra capacità di “stare” con quello che ci sta capitando a livello emotivo-sensoriale, la capacità di tenere con noi ciò che stiamo provando, di non respingerlo, evitarlo, rifuggirlo.

Provo a rendere più chiaro cosa intendo, ricorrendo ad una metafora.

Immaginiamo che ci suonino alla porta. Apriamo e scopriamo che una persona cara è venuta a trovarci. La facciamo entrare e accomodare. Ci sediamo con lei e stiamo con lei. Chiacchieriamo, beviamo qualcosa. Passiamo del tempo insieme.

Questa è accoglienza.

Facciamo entrare la persona, ma non stiamo con lei, la facciamo accomodare in salotto e noi ci rintaniamo in un’altra stanza: questa non è accoglienza!

Apriamo la porta. Vediamo chi è. Non ci piace. Richiudiamo la porta invitando la persona ad andarsene.

Questo è rifiuto, respingimento; l’opposto dell’accoglienza.

Come possiamo dire di accogliere la persona che suona alla nostra porta, se la facciamo entrare e stiamo con lei, così possiamo dire di accogliere ciò che sentiamo, se ascoltandolo ci accorgiamo di cos’è e ce lo teniamo, stiamo con ciò che stiamo sentendo, soprattutto quando ciò che stiamo sentendo non ci piace (paura? tristezza? ansia? insofferenza? l’intera gamma di emozioni che proviamo quando qualcuno ci rifiuta o non si prende cura di noi, come avremmo bisogno?! cos’altro?)…

Ecco, il nostro fare counseling è il nostro stare nel, e gestire, la relazione con il nostro cliente, facendo tesoro di ciò che, nella e dalla stessa relazione, accogliamo.

Quella dell’accoglienza non va quindi considerata (solo gli sciocchi lo fanno) come una caratteristica inestricabile della personalità del counselor, fino a pensare che un counselor non possa essere considerato tale se non è sempre accogliente, sia quando fa counseling, sia in ogni circostanza della propria vita socio-relazionale.

Accogliere vuol dire far entrare dentro di sé ciò che viene da fuori e tenerselo.

Accogliere vuol dire anche tenere con sé ciò che ci accorgiamo risiedere in noi.

Solo un imbecille potrebbe pensare che per qualcuno possa (o addirittura debba) essere doveroso far entrare dentro di sé, e tenerselo, chiunque e la “qualunque”!

E se quello che entra in noi fosse velenoso o tossico, che facciamo?!

L’accoglienza del counselor è quella di far entrare in sé, e tenerselo, ciò che prova nello stare col proprio cliente e con tutto ciò che questi porta con sé, nella relazione di counseling.

Questa pratica è indispensabile per provare empatia, senza la quale non ci sarebbe counseling.

L’accoglienza di noi counselor è una pratica che per essere messa in atto necessita del nostro ascolto, inteso come ascolto di ciò che proviamo nello stare con quello che ci capita a stare col cliente e con quanto ci propone, volontariamente o meno.

Per tutto ciò, fondamentale è la pratica della

SPOLA

Quindi:

  1. ci mettiamo in ascolto e accogliamo quello che, propriocettivamente, sentiamo,
  2. stiamo con quello che sentiamo, per “assaporarne” il “gusto”, riconoscerne il valore e il senso,
  3. stiamo con ciò che ci capita (sul piano emotivo-sensoriale e su quello del pensare) nel diventare, immaginariamente, l’altro (il nostro cliente), immedesimandoci in ciò che ci racconta;
  4. stiamo con quello che sentiamo, identificandoci/immedesimandoci, alternativamente, nel nostro cliente e in chi partecipa agli accadimenti di cui ci parla.
  5. Ogni volta che ci accorgiamo di sentire qualcosa, ci respiriamo dentro; guidiamo cioè, immaginariamente, il nostro respiro proprio lì, in quei luoghi del nostro corpo dove alberga quel nostro sentire; per assumerne migliore confidenza.
  6. Quando ci è chiaro cosa stiamo provando (quale sensazione fisica? Quale emozione o sentimento?), ci chiediamo: “questa cosa che sto sentendo cosa mi dice? A cosa la devo? Cosa me la produce? Che senso ha?
  7. Facciamo cioè la “SPOLA”, tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo e, per questo, è indispensabile saper distinguere quello che sentiamo da quello che pensiamo:
    1. Quando ci è chiaro ciò che sentiamo, ci rivolgiamo al nostro pensare per indagare il senso di ciò che stiamo sentendo (esempio: mi accorgo di provare risentimento; mi chiedo cos’è che me lo fa provare? Verso chi è rivolto questo mio risentimento? Cosa me ne posso fare?)
    2. Quando ci è chiaro cosa stiamo pensando, ci rimettiamo in ascolto, chiedendoci: “questa cosa che sto pensando, come mi fa sentire?”
  8. Facciamo la spola tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo e facciamo la spola tra tutti i soggetti in campo: noi stessi, il cliente, i protagonisti dei suoi racconti. Questa spola consiste in un processo di continue identificazioni/immedesimazioni e disidentificazioni tra tutti i soggetti in causa, presenti in carne e ossa o immaginariamente. Ogni identificazione ci serve per fare la nostra esperienza di cosa possa capitare ad essere quella persona lì, in quelle condizioni lì, che vive quegli accadimenti lì. Per ogni identificazione facciamo la spola tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo.
  9. Le esperienze che così faremo saranno l’oggetto dei nostri FEEDBACK.

FEEDBACK

Se il nostro fare counseling fosse un gioco di carte, il nostro modo di dare i feedback sarebbe l’ “asso pigliatutto”.

Il feedback è lo strumento, fatto di parole magiche che aprono il cuore del nostro cliente, gli fanno scorrere fluentemente il sangue e armonicamente il respiro, irradiando le sue terminazioni nervose e cerebrali di quell’energia emotiva di cui necessita per permettersi più sane, adeguate e funzionali organizzazioni di pensiero, che muoveranno comportamenti più capaci di meglio fronteggiare ciò che lo sta mettendo in difficoltà.

Nel nostro modo di fare counseling, i feedback che diamo ai nostri clienti sono:

  1. l’espressione di cosa ci siamo accorti di sentire, facendo la spola tra tutte le parti che il cliente ha messo in campo, con i suoi racconti e con i modi che li hanno accompagnati;
  2. la dichiarazione del senso e dei significati che per noi quel sentire ha rappresentato;
  3. un proposta di confronto sul sentire del cliente e sui suoi possibili significati.

Per esplicitare il senso ed il valore di quanto fin qui esposto, propongo, a mo’ d’esempio, lo stralcio di una sessione di counseling, da me gestita alcuni giorni or sono.

Il counseling è fatto ad una ragazza di 25 anni, che mi chiede aiuto sul da farsi con il suo fidanzato.

Alla ragazza assegniamo un nome di fantasia: Lucia.

Io, invece, mi propongo col mio nome di battesimo: Domenico.

  • Domenico: ciao Lucia, cosa ti capita?
  • Lucia: sono molto confusa e non so cosa fare; sono arrabbiata con Renzo, non sopporto il suo abbattersi continuamente ed essere sempre così pessimista e insicuro.
  • Domenico: ah! ma sta succedendo qualcosa in particolare?
  • Lucia: succede che, dopo aver passato tutto l’anno scorso a cercare un lavoro e nessuno andava bene, dopo aver persino pensato di ritornare al paese, finalmente tre mesi fa ne trova uno che sembra poter andare, ma deve trasferirsi da Torino a Pinerolo e questo non va bene, poi lo pagano poco e questo non va bene, poi gli fanno fare delle mansioni che non sono proprio quelle per cui ha studiato, poi lo sobbarcano di lavoro e fa un orario troppo lungo, poi è un posto dove non potrà fare carriera, poi insomma non c’è niente che vada bene e tutto questo lamentarsi, questo pessimismo, questa insicurezza, mi abbatte e non lo sopporto, al punto che gli ho detto che forse dovremmo prenderci una pausa …

Lucia è una ragazza volitiva. Neolaureata in scienze motorie, si sbatte da mattina a sera tra corsi di aggiornamento professionale e lavori precari vari. È venuta a vivere a Torino, dalla Puglia, per studiare e lavorare e per stare vicino al suo fidanzato, che, di pochi anni più grande, s’è mosso prima di lei, per laurearsi al Politecnico di Torino e, anche lui, giocarsi maggiori chance di affermazione lavorativa, di quelle che avrebbe avuto al suo paese.

Sono due giovani adulti alle prese con i naturali turbamenti emotivi di chi affronta le fatiche, le incertezze, le difficoltà di realizzazione personale, collegate alla propria sistemazione professionale, residenziale, affettiva, relazionale.

  • Domenico: beh … a vedertelo dire così, tra le lacrime, direi che questa cosa deve farti tanto soffrire!
  • Lucia: sì … non sopporto che Renzo si comporti così, ma pure l’idea di lasciarci non è che sia meglio, non so se saprei stare senza di lui.
  • Domenico: parlami un po’ di voi, come vi siete conosciuti? Da quanto tempo state insieme?com’è il vostro rapporto? Com’è lui?
  • Lucia: mah guarda ci conosciamo da quand’eravamo piccoli, le nostre famiglie sono amiche, paesane; lui è un po’ più grande di me; pensa che lui mi piaceva da quand’ero ragazzina e lui non mi filava, perché diceva che ero piccola; poi sono cresciuta e lui ha cominciato a farmi il filo; io all’inizio non ero sicura di volerlo, poi, invece, ci siamo messi insieme; è stato il suo attaccamento, la sua insistenza, proprio mi voleva e a me questa cosa mi piaceva.
  • Domenico: uhmm … insomma la sua sicurezza per te è proprio importante, a quanto pare!
  • Lucia: sì … è vero! Non ci avevo pensato, che lui mi piaceva e mi piace quando è sicuro di quello che vuole e di quello che fa.
  • Domenico: ascolta Lucia e tu? In materia di sicurezza, di tua sicurezza, come sei messa?
  • Lucia: io non sono sicura di niente! Ma vado avanti sempre e comunque, perché così si deve fare!
  • Domenico: uhmm … torneremo su questa cosa dell’insicurezza; ora dimmi ancora di Renzo, cos’altro ti piace di lui?
  • Lucia: mi piace che mi vuole bene, si preoccupa per me, si sforza sempre di farmi contenta ed è molto paziente con me; è uno che si è impegnato a studiare e poi s’è impegnato, e continua a farlo, per trovare una buona sistemazione lavorativa;  poi è un ragazzo serio, ha sempre avuto intenzioni serie con me; da un po’ di tempo ha cominciato a propormi di andare a vivere insieme.

Lucia l’ho conosciuta due anni or sono. Avevamo fatto un ciclo di counseling, una mezza dozzina di incontri. Attraversava un periodo di forte stress ed ansia, collegato alla conclusione dei suoi studi universitari.

Finire di scrivere la tesi, sostenere gli ultimi esami, continuare a lavorare in un’associazione sportiva, che le richiedeva tanto impegno nonostante la pagassero poco, e aiutare mamma e papà a prendersi cura di un fratello con problemi psichiatrici.

Insomma c’era di che preoccuparsi ed aver paura.

Lucia aveva paura di non farcela a superare l’ultimo esame, con il voto necessario per garantirsi non ricordo bene quale media, indispensabile per poter accedere a non so più quale concorso, cui si riprometteva di iscriversi.

Lucia è una “prima della classe”. Sempre promossa con voti altissimi, sin dalle scuole elementari, sempre lì a darsi da fare, a non lasciare nulla di intentato per riuscire ad ottenere quello che tanto desidera: una buona-sicura sistemazione professionale, che suo fratello e i suoi genitori stiano bene, che col suo fidanzato le cose vadano per il meglio, sotto tutti i punti di vista.

Lei non si risparmiava certo per garantirsi tutto ciò e mi dava l’impressione di vivere questa prospettiva come “obbligata”, con un senso di responsabilità personale assoluta, perché tutto ciò non potesse che avvenire!

L’assunzione di tale obbligo, come proprio imperativo, da quello che mi aveva raccontato dei suoi genitori e del rapporto che aveva con loro, sembrava provenire proprio da lì, dall’alveo familiare.

Lucia è una ragazza che ha introiettato i valori dei suoi genitori: l’impegno personale, il dover primeggiare, l’ordine preciso delle cose, dove tutto deve andare bene, tutto deve avere una buona riuscita e le proprie aspettative non possano che essere rispettate.

Così è per il suo ambiente familiare, così è per lei, al punto da pretenderlo, con una determinazione che non ammette alcuna fuoriuscita, da quel modello ideale cui inquadra la propria esistenza.

Si potrà comprendere, quindi, il fatto che si sentisse “sotto pressione”, in modo particolare, allora, che si approssimava un traguardo importante della sua vita: la laurea.

Quell’ultimo esame Lucia l’ha superato alla grande, così come alla grande si è laureata.

L’è servito fare quel ciclo di counseling.

L’è servito riconoscere quanto la propria paura che qualcosa potesse andare non proprio come lei voleva, fosse alimentata dal suo ritenerlo obbligatorio; ma le conseguenze che si immaginava, se le cose non fossero andate come “dovevano” andare, meglio esplorate nella relazione di counseling che stavamo condividendo, non reggevano le prospettive esistenziali catastrofiche che paventava.

Insomma, in quei sei incontri di counseling, Lucia scopre di poter prendere le cose con una certa leggerezza d’animo, senza per questo dover rinunciare ai propri desideri.

Certo, un ciclo di counseling di 6 incontri l’era servito, allora, per alleggerire il carico di responsabilità che s’era assegnata, il cui peso rischiava di schiacciarla.

Questo l’aveva aiutata a meglio affrontare quel suo momento di particolari difficoltà, uscendone positivamente, secondo le proprie aspettative.

Ma quel suo modo di affrontare la vita di petto, pretendendo che tutto andasse secondo i propri desideri, sforzandosi di tenere tutto sotto controllo perché questo accadesse, dopo due anni, lo rivedevo tutto!

  • Domenico: Lucia, quindi mi stai dicendo che tieni a bada la tua insicurezza andando sempre “avanti tutta”, solo “perché così si deve fare”?!
  • Lucia: e cos’altro potrei fare?!
  • Domenico: non so risponderti, se mi fai una domanda così diretta, ma posso darti un mio feedback, sull’intera vicenda che mi stai raccontando, di te e di Renzo … Renzo è un giovane ingegnere alle prese con le difficoltà tipiche di chi inizia una propria carriera professionale; mi hai detto che ci tiene tanto a te ed ha intenzioni serie; non mi sembra strano che possa, soprattutto coi tempi che corriamo, ritrovarsi preoccupato e possa avere addirittura paura di non farcela a sistemarsi lavorativamente e, quindi, ad assicurarsi la possibilità di stare con te, come vorresti tu. Da quanto mi hai raccontato di lui, comunque, Renzo è uno che non si tira indietro; magari si lamenta ed esterna le sue preoccupazioni … chissà … magari sperando in qualche rassicurazione da parte tua, magari ne ha bisogno?! Chissà?! questo potrai dirlo tu. Certo, se mi identifico in te, che per far fronte alle tue insicurezze hai deciso di tacitarle e non dargli peso, andando sempre e comunque, come un caterpillar, avanti tutta, “perché così si deve fare”, ecco, mi vedo a stringere i denti e a chiudere gli occhi, per non sentire e vedere la mia paura di non farcela e, inopinatamente e inopportunamente, invece, Renzo mi sbatte in fronte la sua paura, che amplifica la mia ed io non ce la faccio, così, a farvi fronte! Insomma, mi sembra che viviate entrambi le vostre paure e le vostre insicurezze, ma tu le gestisci in un modo, lui le gestisce in un altro; lui le esterna, tu no; solo che il suo modo di esternarle, aiuterà lui a sopportarle, ma appesantisce te di un carico emotivo che, così, per te, diventa insopportabile. Che ne dici?

Lucia mi guarda ammutolita, con un’espressione che, da triste, si apre in un sorriso e in uno sguardo che parla di “scampato pericolo”!

  • Lucia: beh … vista così, mi sembra meno grave …

Ma lasciamo questa sessione di counseling con Lucia e rivolgiamoci alle “pratiche” di counseling cui mi sono appoggiato, per svolgerla.

Innanzitutto l’ascolto.

Da quando Lucia ha cominciato a raccontarmi la sua “storia”, stando in ascolto e concentrandomi su ciò che sentivo, mi sono subito accorto del mio identificarmi in Renzo.

Diventando Renzo, ho provato la fatica e la stanchezza della ricerca di un lavoro, quando trovare il lavoro voluto è una vera e propria impresa! Ma un’impresa di quelle che fanno disperare, per quanto difficile sembra il poterla realizzare. Una disperazione che ha lo spessore della paura; paura di non riuscire a farcela a compiere questa impresa; paura del fallimento e delle sue conseguenze.

Così mi sono visto lamentarmi della cosa e questo non m’è piaciuto, non è piaciuto a me, Domenico.

Sono diventato Lucia.

Ho sentito affanno e ansia; l’affanno di andare “avanti tutta” sempre e comunque, per coprire l’ansia che m’arriva dalla paura che, se non faccio così, anch’io non ce la faccio a sistemarmi, col lavoro, con gli affetti, vecchi e nuovi.

Ma questo affanno e ansia l’ho sentito perché mi sono ritrovata schiacciata dall’ulteriore fatica di dovermi preoccupare anche per Renzo; è questo è troppo, per me.

Perché da Renzo mi aspetto aiuto e soccorso e non di doverlo aiutare e soccorrere io.

Così son ritornato in me ed ho visto Lucia, di fronte a me, che piangeva.

Ho provato, io, Domenico, compassione, tenerezza e ammirazione, per questa ragazza che così volitivamente affronta la vita.

Poi, però, s’è affacciata in me, Domenico, una certa insofferenza.

Ho visto Lucia come una gran rompiscatole, una di quelle persone che pretendono sempre la perfezione, da loro stesse e dagli altri, e per questo diventano insopportabili o, per lo meno, con cui mi è difficile stare, proprio perché son sempre lì a chiedere più di quello che posso, ho voglia, riesco a fare e a dare.

Tutti questi sentimenti, queste emozioni, queste “visioni”, fatte di pensieri e giudizi, tutto questo che raccoglievo, stando in ascolto, facendo la spola tra i sentimenti e i pensieri che scaturivano dalle varie mie identificazioni, tutto questo l’ho accolto, l’ho tenuto con me, il tempo che mi diventasse tutto chiaro; il tempo per riconoscere chiaramente quello che stavo sentendo e per riconoscerne il senso-significato che per me assumeva.

Gli ho dato valore; non l’ho giudicato, né buono, né cattivo, né giusto, né sbagliato.

Era tutto lì con me; mi permetteva di comprendere tante cose.

Il mio feedback, allora, è diventato la mia condivisione di tutto questo mio sentire e del senso-significato cui, a me e per me, questo mio sentire rimandava e raccontava.

Il feedback è la mia capacità di condividere tutto ciò, rendendo chiaro all’altro ciò che ho provato ed il senso che per me la cosa ha avuto, senza confondere i piani del sentire e del pensare, senza mischiare ciò che ho provato io, come Domenico, da ciò che ha provato l’altro o ho provato io, diventando altro (il cliente e/o i protagonisti dei suoi racconti).

Lo stesso con i pensieri.

Questa capacità è ciò che dà valore ai miei feedback, rendendoli leva del fluire dialogico-processuale della mia relazione di counseling.

Il feedback, nel counseling, è una struttura informativa, costruita intorno al sentire del counselor, che risuona del sentire del cliente e di quello di chi è coinvolto nei suoi racconti.

Si comincia sempre dal sentire, quando non c’è bisogno di un preambolo che renda più chiaro questo sentire, si prosegue con la dichiarazione del valore ed il senso che questo sentire ha e/o ha avuto, per chi quel feedback ha espresso.

Si conclude con una semplice domanda: “che te ne pare?”, “come ti sembra?”, “che effetto ti fa?”, “ti ci riconosci in qualche modo o è proprio solo roba tutta mia?” e via dicendo.

È fondamentale che la formulazione distingua al meglio ciò che è materia del sentire da ciò che è materia del pensare; così come ciò che riconosciamo come nostro da ciò che vorremmo esplorare come un qualcosa che potrebbe riguardare l’altro.

Faccio un altro esempio, che traggo da un caso avvenuto con un’allieva della mia scuola, durante una sessione di formazione in cui si lavorava su di un counseling fatto ad un ragazzo, Michele, che non sapeva come muoversi nei confronti di un suo insegnante, che, a suo dire, lo sottoponeva a ingiustificate critiche e rimproveri.

Riporto l’esempio, riportando il dialogo tra me e Aurelia, l’allieva in questione, a partire da lei, che dà il suo feedback, su quanto raccontato da Michele:

  • Aurelia: io ci vedo la paura e la rabbia di Michele per il suo mancato riconoscimento, cioè non viene soddisfatto il suo bisogno di riconoscimento ……
  • Domenico: Aurelia questo non è un feedback, è un’interpretazione!
  • Aurelia: scusa Domenico, ma se io ho sentito la paura di non essere vista, ovviamente legata a me, ai miei vissuti personali; se Michele diventa il mio specchio e sveglia in me questo sentimento, non è anche che pure lui lo vive? Dove sta il confine tra il sentire e l’interpretare? Per verbalizzare il sentire c’è per forza un passaggio mentale, in questo caso di interpretazione; come se ne viene fuori?
  • Domenico: abbiamo bisogno di partire dal sentire e poi prestare attenzione alla forma della nostra comunicazione, esplicitando a chiare lettere cos’è che riguarda il sentire e cos’è che riguarda il pensare, in questo caso, l’interpretare; ma a nulla servirebbe se non sapessimo stare nei nostri confini; cioè mantenere la posizione emotiva-cognitiva che quello che condividiamo nel feedback è un qualcosa che riguarda sicuramente noi, pur essendo un qualcosa che proponiamo come materia potenzialmente riguardante anche l’altro. Sarà da come l’altro vi corrisponderà che potrà emergere un confronto chiarificatore su quanto di ciò che proponiamo col nostro feedback possa riguardare anche lui. Insomma, non tocca a noi counselor dire ai clienti cosa provano; noi gli diciamo cosa proviamo noi e come questo possiamo-sappiamo collegarlo a quanto l’altro ci racconta; questo nostro incedere è uno dei nostri sostegni al fluire dialogico-processuale della relazione di counseling, che è il contesto esperienziale che aiuterà il cliente a fare le proprie scoperte e a farne buon uso.
  • Aurelia: ok  Domenico, però adesso mi dici come avrei potuto dare il mio feedback!
  • Domenico: d’accordo Aurelia, avresti potuto formularlo, tra il più e il meno, così, rivolgendoti direttamente a Michele:

<<Immedesimandomi in Te, mi sono accorta di provare paura; allora mi sono chiesta: -cos’è che mi fa paura?-; la risposta è stata: -non essere vista; ho paura di non essere vista-; rendermi conto di questa mia paura, mi fa incazzare e mi fa incazzare anche che qualcuno, per me importante, non mi veda, non si preoccupi di me, si faccia i cavoli propri e basta.

Questo non lo posso sopportare, mi spaventa e mi fa arrabbiare.

Tutto questo mi parla del mio bisogno d’essere riconosciuta. Bisogno che evidentemente non sono ancora riuscita a soddisfare. Tu, Michele, come sei messo col tuo bisogno d’essere riconosciuto?>>.

  • Domenico: e a te, Aurelia, come sembra messa così?
  • Aurelia: beh … certo, in questo modo è chiaro che sto parlando di me e che mi propongo come termine di confronto, senza dare per scontato che Michele non abbia risolto il suo bisogno di riconoscimento; insomma gli faccio da sponda, lasciandogli la libertà di scegliere come muoversi nella relazione con me.
  • Bene Aurelia. Questo è il nostro modo di fare counseling.

Nel nostro modo di fare counseling, il feedback che diamo al nostro cliente è ciò che, permettendo una sana e funzionale integrazione di sentimenti e pensieri, muove in lui la migliore risposta possibile, sul piano del proprio sentire e su quello del proprio pensare, con particolare riferimento all’immaginazione e alla progettazione di quello che egli stesso potrebbe fare, di più opportuno ed adeguato, per una migliore gestione delle problematiche che sta vivendo.

La nostra capacità di dare “buoni” Feedback, come abbiamo visto, è una funzione diretta del nostro saper stare in Ascolto, saper Accogliere e fare la Spola.

Quello che ci rimane da sottolineare, a questo punto, è che il nostro modo di fare counseling non sarebbe possibile senza le “pratiche” dell’ OSSERVAZIONE NON GIUDICANTE e della PRESENZA.

L’ “osservazione non giudicante” e la “presenza” saranno le due pratiche di base del nostro modo di fare counseling che verranno messe a fuoco nel prossimo capitolo 5.2.2

Se sei arrivato a leggere fino a qui, allora Ti interessa il counseling?

Se ne vuoi fare esperienza diretta. Se vuoi diventare un counselor. Se già lo sei e vuoi aggiornarti professionalmente.

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2 Comments

  1. Donatella says:

    Ciao Domenico ,
    Ho letto tutto d’un fiato queste tue pagine … e ti ringrazio . Rendono benissimo l’idea di cosa vuol dire far counseling . Di grande supporto per me allieva e non solo … perché esemplificando i vari passaggi di un incontro con il cliente rende chiara l’idea a chiunque!
    Pur non avendo a disposizione “ i social” … ho inoltrato il tutto via mail ad alcuni miei contatti che più volte mossi da curiosità mi han domandato cosa fosse un Counselor ! Grazie ancora per la passione che metti in ciò che scrivi e in ciò che fai.
    Donatella

  2. Gloria says:

    Ciao questa lettura così approfondita e dettagliata mi ha permesso di fare un po’ di chiarezza sulla mia possibilità di fare Counselling…una pratica di vita. Grazie