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La banalità del far del male.

A leggere certi commenti rivedo in opera la banalità del male, quella sua caratteristica così magnificamente riconosciuta dalla Arendt, nel suo libro più famoso.

Il male spesso è banale per i suoi connotati di assenza di originalità, per il suo derivare da pensieri primitivi, incapaci di contenere la complessità dell’esistenza, per il suo scaturire da visioni semplicistiche della vita e delle possibilità che abbiamo di viverla, per il suo essere sempre frutto di scelte “le più facili possibili”.

Il male fatto agli altri è “banale” quando il farlo dipende dalla nostra incapacità di riconoscerne gli effetti di sofferenza negli altri.

Il male è banale ogni qual volta lo facciamo inconsapevolmente, incapaci di pensare dal punto di vista dell’altro, di intuirne i sentimenti, di riconoscerne i valori ed i bisogni.

Ma allora non è il male ad essere banale è il nostro farlo che è banale.

Meglio avrebbe fatto la Arendt ad intitolare il suo libro “la banalità del far del male”, invece che “la banalità del male”.

Far del male agli altri, e molto spesso a noi stessi, è la cosa più banale di questo mondo perché è sempre la scelta più facile tra quelle possibili.

Prendiamo i commenti offensivi sulla liberazione di Silvia Romano, una ragazza che spinta da intenzioni di cura, assistenza ed educazione a favore di bambini residenti in un territorio tra i più disagiati al mondo, abbandona gli agi del proprio vivere in Italia, partecipa, come volontaria, ad una missione umanitaria di aiuto, in uno sperduto villaggio africano.

In quella porzione di mondo disagiato, viene sequestrata a scopo di lucro, da uomini disposti ad ucciderla pur di soddisfare i propri interessi.

Dopo 18 mesi di prigionia, in cui di lei tutti perdono le tracce (e ci immaginiamo il tormento dei suoi cari? Il loro pensarla morta e magari atrocemente?! E ci immaginiamo le sue paure e quanto ogni sua scelta in quel periodo potesse dipendere da queste?!), finalmente viene liberata.

Come ci si può sentire di fronte a questo fatto?!

Cosa si può pensare e cosa si può decidere di commentare?!

Il far del male spesso è banale sia perché non abbiamo coscienza di farlo, sia perché lo facciamo come la risposta più semplicemente banale che diamo a nostri stati di sofferenza emotiva, morale e materiale.

Insomma, il male è banale perché è troppo facile farlo ed il farlo è il modo più immediatamente semplice e banale di reagire alle nostre difficoltà del vivere, al nostro stare male.

Stiamo male e reagiamo a questo nostro star male nel modo più banale possibile: facciamo del male.

Chi potrebbe non riconoscere la quantità di male che i commenti ingiuriosi nei confronti di Silvia Romano contengono, producono, irradiano?

Solo il non riconoscerlo fa male!

Ma chi scommetterebbe su quanto siano consapevoli del male che fanno, a loro stessi e agli altri, tutti quelli che scrivono commenti di questo tipo?

Far del male è banale, perché il farlo è sempre facile ed è sempre alla portata di Tutti, compresi Noi Stessi.

Far del bene non è mai banale, perché in molte occasioni è difficile e non è alla portata di Tutti, anche se Tutti ci possiamo arrivare, se debitamente educati ed aiutati.

Domenico Nigro.

La nostra Formazione IN Counseling e la Comunicazione Non Violenta che la caratterizza è un’esperienza educativa e di aiuto a far del bene.

Se ti interessa, CONTATTACI.

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2 Comments

  1. paolo says:

    Banalità del male?

    Caro Domenico e car* tutt*,
    apprezzo e condivido quanto hai scritto. Anch’io sono rimasto scosso dai messaggi poco edificanti che ho letto e dai commenti provenienti anche da persone che conosco e frequento. Certamente le tue riflessioni sono necessarie, servono a qualcosa, innanzitutto a sostenere i sentimenti ed i pensieri di segno marcatamente opposto a quelli manifestati da chi ha scritto peste e corna di questa ragazza. Ancora mentre iniziavo a scrivere ho ricevuto un video nel quale si vede una ragazza nuda in giro in una città. I commenti del video dicono che si tratta di Silvia Romano qualche anno fa, con connessi altri poco edificanti giudizi! Ho scritto alla persona che me lo ha inviato di non postarmi più alcun materiale che in maniera evidente o simulata insulti e denigri qualunque persona. Me lo aveva mandato perché già da ieri avevamo avuto una discussione sulla vicenda di Silvia. Mi è dispiaciuto perché penso che sia una persona buona ma molto condizionato e facilmente condizionabile dalle sue credenze sulla civiltà, progresso, ordine, pulizia e benessere!
    Io invece considero la mia posizione vicina alla tua e a quella di chi ha immediatamente esultato alla sua liberazione anche se, forse per indole, tendo a manifestare poco le mie emozioni, forse perché non sempre queste sono così univoche o chiare. Sono felice per la sua liberazione ed allo stesso tempo penso che sia stata poco prudente, ma concordo sul fatto che molte volte ciò che appare imprudente possa aprire strade prima sconosciute. Quindi pur essendo felice sono prudente nel formulare ogni giudizio. Anzi, per essere preciso, non sento alcun bisogno di manifestare alcun giudizio … si, sento che qualunque sia stata la sua scelta questa sia nata da particolari cause e condizioni di cui io non so niente, se non quello che hanno detto o scritto i media e che l’idea che mi posso essere fatto si basa su ciò che ho letto innescata su ciò che io penso essere il bene e il male, ciò che io penso sia giusto. E questo vale anche per la sua scelta iniziale, quella di partire, così come anche, nel caso fosse vero, per quel video che mi è stato girato.
    Diverse volte sono stato accusato di non voler parteggiare, di non scegliere di stare da una parte, di non partecipare … e riconosco che è vero per diverse occasioni. In questo caso io non sto dalla parte di Silvia, io sono felice per la sua liberazione, non sto dalla sua parte ma ciò non vuol dire che io stia dalla parte di chi la denigra. Io partecipo – nel senso di provare, sentire – alla sua gioia ed alla sua sofferenza, al suo coraggio ed alla sua imprudenza, alla sua forza ed alla sua debolezza … e quando leggo i post che la denigrano, anche se chiedo di non esserne partecipe, sento la paura di chi li invia ed in questo vedo il disprezzo per chi ha affrontato le sue di paure e rivedo me stesso in situazioni in cui ho disprezzato ed alle volte odiato qualcuno per ciò che aveva detto o fatto. Ed ecco che riappare il mio atteggiamento non parteggiante, di chi non sceglie da quale parte stare. Questo mi duole, ma penso anche che se è vero che sia più facile fare il male piuttosto che il bene, dichiarare di stare dalla parte del bene sia più facile dell’accorgersi del male che facciamo, che abbiamo fatto e che possiamo fare. Forse anche questo può sembrare, o è, banale, o forse non riesco a chiarire meglio ciò che voglio dire. Non si tratta di considerare tutti innocenti perché tutti possiamo fare del male, ma si tratta forse, utilizzando un termine di cui anche comprendendone il significato so di non averne ancora appreso in profondità e quindi difficile da praticare, di essere compassionevole nei nostri ed altrui confronti. Ieri sera ho visto una sola scena del film Noah, film che non ho visto. In questa scena c’era Noè che parlava con sua moglie la quale gli chiedeva di punire qualcuno, perché aveva fatto qualcosa di male, non facendolo salire sull’arca. Noè ha lo sguardo assorto di chi vuol dire qualcosa che non è né un sì né un no e le risponde che anche non facendo salire queste persone a bordo non si sarebbero lasciato il male alle loro spalle, perché il male è in ognuno di noi. E le chiede “tu uccideresti per difendere i tuoi figli” e lei risponde “sì, certo che ucciderei, ma sono figli!”. Sì, aggiunge Noè, ma lo faresti, ed anch’io lo farei!
    Vi abbraccio tutt*

  2. domenico says:

    Caro Paolo, a quanto scrivi voglio rispondere che:
    1) non considero importante il riconoscersi in una delle parti in causa e difenderla, ma considero importante “prendere una parte (magari inscrivendone una nuova), assumendosene la responsabilità”;
    2) non mi immagino di stare dalla parte del bene, ma rivendico la mia volontà ed il mio impegno a non agire mai in modo banale, per scongiurare il più possibile il male.