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La spada ferisce il corpo, la parola lo spirito. Il giudizio e il pre-giudizio (parte terza): l’uso delle parole

Una delle questioni alle quali cerchiamo di dare risposta negli incontri del “La Formazione X”, è la capacità di comunicare efficacemente nei nostri contesti relazionali, siano questi di tipo sentimentale, parentale, amicale o professionale.

 Il mezzo che più di ogni altro adottiamo per comunicare è la parola.

È attraverso l’uso delle nostre parole che diamo un significato ai nostri scambi relazionali: quando comunichiamo i nostri bisogni, quando facciamo delle richieste, quando chiediamo delle risposte, quando esprimiamo dei giudizi.

Nei precedenti articoli sul giudizio ho sottolineato più volte quanto la consapevolezza delle emozioni che proviamo quando ci relazioniamo con gli altri – o con le nostre diverse istanze interiori – sia fondamentale per proporsi in maniera responsabile, per non essere sordi ai nostri bisogni e a quelli degli altri, per non chiuderci ad altre possibilità di azione, per non dare niente per scontato.

Per essere consapevoli occorre esercitarsi nell’arte dell’ascolto, occorre prestare attenzione a ciò che facciamo ed a come lo facciamo.

Le nostre parole caratterizzano il nostro modo di relazionarci.

Possiamo prestare alle nostre parole la giusta attenzione soprattutto se ascoltiamo ciò che diciamo e come lo diciamo.

È interessante notare come con il nostro giudizio, invalidiamo e distruggiamo ogni altro elemento diverso da quello del nostro mondo ideale.

Affermiamo il nostro giudizio, con prepotenza, attraverso l’uso di termini che escludono in maniera assoluta e perentoria ogni altra possibile valutazione, nostra e/o altrui.

Sono semplici parole che tutti usiamo nel linguaggio comune e quotidiano:

sempre, mai, niente, tutto, troppo, troppo poco.

 Possiamo usarle nei confronti degli altri:

“sei/è sempre il solito …”, “non ne fai mai una giusta …”, “quel che fai è del tutto sbagliato …”, “non sai fare niente…”, “parli troppo o troppo poco…”.

Possiamo usarle riferendoci a noi stessi:

“sono sempre lo stesso di un tempo…”, “ non riesco mai a farne una giusta …”, “so fare poco e niente”, “in questo periodo mi sento troppo aggressivo …”.

È più comune usarle con un’accezione negativa, come negli esempi sopra riportati, ma possiamo usarle anche in un’accezione positiva:

“fa/faccio sempre tutto giusto …”, “è/sono sempre corretto e non è/sono stato mai offensivo …”, “non fa niente …”.

In ogni caso l’uso di questi termini ci rimanda a qualcosa di assoluto – sempre/mai, tutto/niente, e quindi ad un’idea del mondo, delle persone e delle cose, immutabile e impossibile da considerare e da vedere anche in altri modi.

Oppure si riferisce a qualcosa che a priori noi pensiamo o crediamo si presenti in  misura diversa da quella giusta, adeguata, dovuta o convenzionale – troppo/troppo poco!

Queste modalità espressive condizionano il nostro operato, il nostro modo di stare al mondo, il nostro modo di relazionarci con gli altri e con noi stessi, ma non sempre sono adeguate, in chiave relazionale!

A questo proposito, propongo un esercizio che ci può aiutare a migliorare le nostre capacità di ascolto.

Scegliete una delle frasi sopra riportate. Scegliete quella che ha richiamato maggiormente la vostra attenzione e cercate di ricordare un episodio nel quale qualcuno ve l’ha detta o in cui siete stati voi a dirla a qualcuno.

Provate a ricordare l’effetto che ha avuto su di voi, se ve l’hanno detta, o come vi siete sentiti, se siete stati voi a dirla a qualcun altro (arrabbiato, triste, spaventato, gioioso, offeso, dispiaciuto, ferito, aggressivo, noncurante, ecc.).

Ascoltate le sensazioni e le emozioni che emergono.

Datevi il tempo per farlo.

Visualizzate la situazione, le persone coinvolte, la circostanza.

Cercate di ricordare se la frase era veramente appropriata a quella situazione o se al contrario la consideravate un’idea generale e generalizzata che qualcuno ha/aveva di voi o della situazione, o che voi avete/avevate di qualcuno o della situazione.

Se siete riusciti a rivivere una di queste situazioni, provate adesso a trasformare quella frase in una che adesso ritenete più appropriata a quel contesto e ascoltate l’effetto che fa: c’è differenza con prima, vi piace di più, o di meno?

Avete notato la differenza?

È ancora vero che voi, o i vostri interlocutori, non sapete fare niente, piuttosto che non ne fate mai una giusta, o che siete sempre gli stessi?

O è vero che in quell’occasione voi o un altro avete fatto in un determinato modo, ma in altre situazioni sapreste comportarvi diversamente e/o sapete di averlo fatto!?

Sapere che in quella situazione vi siete sentito dire o avete usato una delle frasi sopra riportate, mentre adesso ve ne vengono in mente altre, forse più appropriate a quel preciso contesto, come vi fa sentire?

Vi aiuta a riconoscere se siete stati giudicati o se voi stessi avete giudicato in modo improprio, superficiale, affrettato, generico!?

L’ascolto ci aiuta a fare i conti con il giudizio, perché ascoltare significa confrontarsi con quel momento specifico che è, in ogni momento, il “qui ed ora” di quel momento, un tempo ed un luogo preciso, né assoluto, né indefinito!

Se, attraverso questo esercizio, siete riusciti a riconoscere almeno una delle emozioni che avete vissuto nell’occasione ripresa dall’esercizio stesso ed a seguito di ciò avete trovato almeno un altro modo di dire ciò che volevate dire o ciò che vi avrebbe fatto più piacere sentirvi dire, avete fatto un passo in avanti nella pratica dell’arte di ascoltare.

Alcune volte diciamo delle cose senza pensarci, senza la precisa intenzione di ottenere l’effetto che invece otteniamo, restandone, così, spiazzati.

Spesso, utilizziamo dei “modi di dire” pensando di semplificare la comunicazione o, forse e più semplicemente, senza prestare attenzione a quello che diciamo, a ciò che questo può produrre e a ciò che, nel frattempo, ci sta capitando!

Come nel precedente articolo sul giudizio, concludo con un’avvertenza che si propone di ridurre quanto più possibile le generalizzazioni.

Quanto scrivo non ha alcuna pretesa di assolutismo, quindi non vale per tutti, ma se tu che leggi queste parole ci trovi qualcosa che potrebbe riguardarti, allora ti invito a fare i tuoi personali e particolari collegamenti.

In ogni caso è bene prestare attenzione alle parole che usiamo ed a come le usiamo, perché come dice un antico detto:

“La spada ferisce il corpo, la parola lo spirito”.

Ascoltiamo gente, ascoltiamo …

Paolo Schifano.

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6 Comments

  1. piero borla says:

    La capacità di comunicare efficacemente nei nostri contesti relazionali, si scontra anche con un nostro impoverimento lessicale.
    A tal proposito Guido Ceronetti su La Stampa del20/9/2001 scrive rivolto ai giovani quanto segue:
    “Ragazzi, accumulate parole”
    Dire giovani è subito discutibile. Mi provo a dire chi può dirsi in età giovanile nel tempo in cui viviamo, strettamente inteso: questa età va oggi dall’uscita dall’infanzia alla quarantina. È l’età in cui s’imparano più parole, in lingua madre o in altri idiomi. E qui cominciano le note dolenti dell’impoverimento idiomatico. Le parole d’uso corrente sono poche, e tra i dieci e i quarant’anni i progressi in nomenclatura, semantica, proprietà linguistica, invece di accelerare rallentano. La lingua d’uso si perde.

    Questi che ho detto giovani non vanno volentieri a caccia di vocaboli e dei loro significati. La corrispondenza manuale è affidata ai vecchi, ai devoti dell’amicizia come evento sociale inesauribile, alimento vivo di ogni legame possibile. Il cellulare, tra parlato e messaggi, ha reso insopportabile il pur sempre verde e bellissimo ciao ripetendolo sei-settedieci volte di seguito, tumultuosamente, al momento di chiudere qualsiasi, anche brevissima, conversazione. Tutti quei ciao indicano mancanza di parole di saluto in grado di evitare la stupida filza. La stessa esiste per il telefono fisso. Un solo ciao sta diventando linguaggio eccessivamente normale di rari intelligenti.

    Inoltre, tutti quei ciao (posso dire ciaoismo ?) denunciano che non si è detto tutto il da dire per penuria di parole.

    Un insegnante di scuola media o superiore può sottoporre alle sue classi prontuari di parole che sono nell’uso ma che restano ignote ai più. Fornisco qui un modello imitabile; ragazzi intelligenti e svegli possono sperimentare fin dove arriva quanto abbiano appreso finora dello sterminato vocabolario italiano. Ecco:

    Duolo, latrina, gavigne, aggavignare, esborso, tralucente, allucinazione, lordura, sudario, filatelico, baccanale, casus belli , deflorazione, tribunizio, pulpito, vocazione, meteorismo, nunziatura, antropologia, formalina, balbo, ctonio, mellifluo, contrazioni, brancicante, esilio, paradosso, balestruccio, brucolacco, agghindato, allampanato, fantesca, vestale, zaffata, micòsi, Ente Supremo, cullare, emmenagògo, giullare, giumenta, giogo, spingarda, trinchetto, mormone, Maya, arabesco, cuneiforme, gnostico, agnostico, enteroclisma, caustico, Sesto Grado, sbrindellato, gongolante, addobbo, fecaloma, onnisciente, ludico, trinitario, subbuglio, nittàlopo, cacofonico, epistassi, ludibrio, contrito, cércine, mustacchi, librarsi, garrire, sguarnire, orlatura, fedifrago, psicosomatico, mormone, chiliasmo, baratro.

    È possibile che il nostro liceale maturando ignori che cosa sia un macinacaffè, per non averne mai visto, se non frequenti le fiere antiquarie, uno.

    Per quanto riguarda gli stranieri, non sembrano smaniosi di imparare, della lingua italiana, più di quanto gli serve nelle loro relazioni di servizio, di lavoro in genere, e per fare acquisti nei supermercati. Prima ancora di mettersi in viaggio dai disastri africani, i futuri italiani conoscono pizza , mafia , e l’inevitabile ciao. Da un anno di scuola e di frequentazioni italiane, un ragazzino straniero dovrebbe avere imparato almeno centomila parole singole e locuzioni italiane. Dovrebbero essere stati energicamente dissuasi dall’usare O.K. Dovrebbero saper leggere un quotidiano e conoscere trecento insegne, targhe, sigle superstiti di lingua italiana. Un ausilio prezioso ( ausilio: che vorrà dire?) può darglielo l’esercitarsi a scrivere una lettera su carta, manualmente, a un amico italiano con nome, cognome, indirizzo. Lavorando, tenersi in tasca un taccuino e scriversi le parole italiane che si colgono a volo.

    Giovani, non accumulate denaro! Fatevi un avvenire sicuro di parole.

  2. Ciao Paolo, condivido le tue parole ed il tuo modo di esprimerti.
    Condivido l’attenzione fondamentale all’ascolto in primo luogo l’ascolto di sè e delle proprie emozioni e sensazioni.
    Quando riveco un messaggio e una comunicazione. in primo luogo mi chiedo “cosa sento? che mi passa dentro qui ed ora in questo momento?”
    Ed io credo che questo sia fondamentale nella mia pratica di psicoterapeuta, dove le parole curano ed anche nella mia vita privata.
    Mi permetto di aggiungere a questo riguardo una nota sulla responsabilità della propria comunicazione.
    Oltre la consapevolezza di sapere ciò che dico c’è anche la respons-ability, cioè la capacità di rispondere alle comunicazioni prendendomi la responsabilità delle emozioni e sensazioni che provo nel momento in cui comunico.
    A questo proprosito cito “Yves-Alexandre Thalman” che nel suo libro “Responsabile sì Colpevole no!, il giusto approccio al senso di responsabilità” (edizioni Il Punto D’incontro, 2006) parla di “messaggi-io.”
    cito:
    “un aiuto concreto per portare questa pratica di coscienza nella quotidianità, è offero dagli strumenti di comunicazione, in particolare i messaggi-io (I-statements in inglese). …
    Questo strumento consiste nell’utilizzare la prima persona singolare, cioè ‘io’, per esprimere le emozioni e la soggettività”
    E questo si fa ed è buona pratica alla formazione x.
    l’autore aggiunge:
    “…. noi siamo quindi totalmente responsabili. Niente e nessuno può generare emozioni in noi, a meno che non glielo permettiamo…..”
    E concludo il mio intervento con queste parole dell’autore:
    “….del resto, anche se fosse possibile non sarebbe comunque auspicabile tenere interamente sotto controllo la dimensione emotiva….
    Le nostre sensazioni hanno una funzione ben precisa: informarci sul livello di soddisfazione dei nostri bisogni e mettere in moto l’energia necessaria per consegiurli.”….
    Secondo me ogni emozione è come una forma di carburante per i nostri bisogni, se ne siamo consapevoli e responsabili.
    Buona lettura a tutti!
    mi fa piacere se mi date dei rimandi su quanto ho scritto!
    Ciao a tutti
    Paola Carosio
    Psicologa e psicoterapeuta Gestalt

    • Ciao Paola,
      interessante il titolo del libro che proponi. Mi sembra che la consapevolezza del proprio vissuto, delle proprie emozioni, sia un passo necessario per passare dal senso di colpa al senso di responsabilità, per passare da vittima delle situazioni ad attore della nostra vita. Nel corso della mia formazione ho imparato una formula semplice da ricordare (molto meno da praticare) che ci aiuta a verificare la nostra consapevolezza e la capacità di cambiamento:
      1) siamo “oggetto passivo” quando per quello che ci capita non riconosciamo di avere alcuna responsabilità, siamo e/o ci sentiamo in balia degli eventi!
      2) passiamo a “soggetto passivo” quando cominciamo a renderci conto che quello che ci capita ha, almeno in parte, una qualche nostra responsabilità, ma non riusciamo ancora ad individuare un’altra modalità di comportamento che ci soddisfi
      3) diventiamo “soggetto attivo” quando riusciamo a riconoscere le nostre responsabilità per gli accadimenti della vita ed accettiamo, e siamo in grado, di modificare i nostri comportamenti per essere più soddisfatti
      Paolo

  3. Caro Piero,
    grazie per il tuo contributo. Non sono uno studioso della lingua italiana ma nel quotidiano mi accorgo anch’io dell’impoverimento del linguaggio e non credo riguardi solo i “giovani”, perchè come scrive Ceronetti la categoria giovani è molto ampia rispetto a quella di un tempo. Per quello di cui mi occupo io, noto un impoverimento dell’educazione sentimentale, una scarsa pratica nella gestione delle emozioni. Certamente i fattori all’origine di questo fenomeno sono svariati ed io non sono uno studioso in tale senso, ma solo uno che cerca di fare emergere qualcosa che ognuno di noi in varia misura possiede: forse c’è una tendenza, così come avviene nell’uso della lingua, a sintetizzare, a ridurre, ad economizzare … ad uniformare, come se avessimo paura di esprimere le nostre emozioni … senza renderci conto che uniformando si perdono le sfumature, cioè quei particolari che ci rendono diversi l’uno dall’altro, che ci rendono belli o brutti per quello che siamo, per le nostre qualità ed imperfezioni … Tutti i significati che nella lingua si cerca di comprimere in una sola parola, necessitano di altri segni che possano renderli intelleggibili ed appropriati alle differenti situazioni … tra questi segni ci sono anche le espressioni del corpo, il calore, la gestualità, il tono della voce, segni che sono espressione di emozioni e che se non sappiamo sentire e leggere ci confondono. E comunque via sms è difficile esprimere.
    Saluti
    Paolo

  4. angelo says:

    Ciao Paolo e ciao a tutti,
    sono d’accordo con te, l’utilizzo di termini “assoluti” mi congela in un mondo immutabile dov’è impossibile intraprendere ogni eventuale cambiamento. Lo so bene perchè l’ho affrontato e lo affronto ancora oggi nel mio percorso.
    Vorrei condividere con voi una mia modalità di rifiuto di questa istanza che ho avuto modo di osservare su di me ed anche su altre persone, quindi una modalità, direi, abbastanza comune.
    Ad un osservazione del tipo: “ hai notato che quando parli di quella persona ti esprimi così: “non ne fa mai una giusta …”, “quel che fa è del tutto sbagliato …”, “non sa fare niente…” ecc. ecc. ?
    E’ una reazione comune sostenere che “ E’ solo un modo di dire, non lo penso veramente” o “Lo dico perché parlo con te se lo pensassi veramente non lo/la frequenterei” è quindi un rifuto netto dell’osservazione.
    Per quanto mi riguarda ho imparato che quando respingo immediatamente un’osservazione sto “fuggendo” da qualcosa con cui non ho voglia di confrontarmi.
    Mi ritorna in mente un detto che ho conosciuto attraverso Domenico e che recita così:
    Pensiamo una cosa,
    ne diciamo un’altra
    ne facciamo un’altra ancora!

    Buon lavoro
    Angelo

    • Caro Angelo,
      il tuo commento mi aiuta a ricordare quante volte ho sbagliato nella vita perchè pensavo di sapere ciò che dicevo, mi aiuta a ricordare a quante volte ho risposto “con un modo di dire”, a quante volte sono scappato. La tua dichiarazione di fallibilità mi aiuta ad accettare la mia imperfezione, senza drammi. Solo riconoscendola posso tendere al cambiamento …
      Grazie
      Paolo