UN TRANQUILLO WEEK END DI PAURA, ALLA SCUOLA IN COUNSELING LO SPECCHIO MAGICO TORINO.

UN TRANQUILLO WEEK END DI PAURA, ALLA SCUOLA IN COUNSELING LO SPECCHIO MAGICO TORINO.

Sabato 27 e Domenica 28 gennaio 2024.

Weekend di Formazione,

Scuola IN Counseling Lo Specchio Magico Torino.

La paura. Cosa mi fa, cosa me ne faccio e come, cosa me ne potrei fare e come potrei farlo?

Partecipa anche Tu!

La Formazione IN Counseling è un’esperienza che, se la fai, ne raccogli i frutti, tutta la vita.

La fanno adulti che vogliono specializzarsi in una professione d’aiuto di particolare valore e bellezza. Adulti che vogliono accrescere le proprie competenze e i propri saperi, sulla vita, su se stessi, su come vanno le cose in questo nostro mondo, su come fare per starci meglio, Tutti.

Vieni anche tu.

Partecipa a questo weekend di Formazione IN Counseling.

Ti servirà a valutare se iscriverti alla nostra Scuola e diventare anche tu un Counselor, un professionista capace di aiutare, chi ne ha bisogno, ad affrontare le difficoltà della vita e a stare sempre meglio.

In questo weekend di Formazione IN Counseling, lavoreremo su: LA PAURA.

Cosa ci spaventa? Di cosa abbiamo paura?

Come possiamo rispondere alle nostre paure, per farle diventare occasioni di crescita, di sviluppo e di miglioramento personale?

Se sei interessato al tema e/o alla nostra Scuola IN Counseling:

CONTATTACI.

 E se continui a leggere, “assaporerai il gusto” di quanto accade, e come, alla Scuola IN Counseling Lo Specchio Magico Torino.

Quello che segue è una testimonianza-stralcio, rielaborata da alcuni appunti di un’ex allieva, partecipante (nel ruolo di osservatrice) ad uno stesso weekend, alcuni anni or sono.

La paura. Cosa mi fa, cosa me ne faccio e come, cosa me ne potrei fare e come potrei farlo?

Partiamo con un giro di prime condivisioni.

Domenico chiede ai partecipanti di “confidare” al gruppo le proprie paure e a questa richiesta il gruppo risponde con un mettersi in ascolto, che riempie la sala d’intimità.

“Che rapporto c’è tra intimità e confidenza?”

Mi viene in mente mio marito, la nostra relazione; cosa lui conosce di me e di quanto solo lui è custode di parti di me che non mostro ad altri. Questa per me è intimità.

Immagino poi situazioni del mio vissuto rispetto alla confidenza. Mi vengono in mente le persone cui dico “ciao” anziché buongiorno, che fanno parte del mio entourage e con cui, in qualche modo, se pur non approfonditamente, condivido qualcosa.

INTIMITA’: La sfera dei sentimenti e degli affetti più gelosamente custodita contro la curiosità e l’indiscrezione altrui; ambito privato, domestico.

CONFIDENZA: condizione propria di chi ha fede e fiducia negli altri, stretta amicizia, atto o parola scherzevole di molta familiarità, talvolta anche contrario alla decenza pubblica.

“Mi prendo troppa confidenza, troppo facilmente”.

 Mi accorgo che la cosa mi serve per stemperare il clima e mettermi a mio agio, spesso accorgendomi che anche l’altro, di conseguenza, lo fa. Altre volte me la prendo, prepotentemente, senza curarmi dell’altro, che non sempre la prende bene. A volte l’altro s’irrigidisce, sentendosi invaso. Ecco, invado l’altro. Sarebbe interessante indagare a cosa mi serve.

Osservo il gruppo e scorgo espressioni interrogative rispetto al tema, che Domenico ribadisce: LA PAURA.

Qualcuno esterna che non è facile trovarne una, perché ce ne sono troppe.

Domenico: “Troppe paure servono a nascondere quella che conta, davvero”.

Così, ci chiede di concentrarci sulla più importante.

Cos’è, in assoluto, che mi fa più paura? Che più mi spaventa? Che al solo pensarci mi si accappona la pelle?

Domenico ci invita, nuovamente, a stare in ascolto.

Nella nostra scuola, mettersi-stare in ascolto vuol dire concentrarsi su ciò che sentiamo, dentro di noi e a fior di pelle, in tutto il corpo. Mettersi e stare in ascolto vuol dire andare alla ricerca di ciò che proviamo e che le nostre funzioni sensoriali ci permettono di percepire, fino a dar loro un senso.

Per questo facciamo la “spola” (vedi il “Manuale di Istruzione & Formazione IN Counseling”, scritto da Domenico), cioè ci spostiamo, ripetutamente, dal nostro Sentire al nostro Pensare.

Quando ci accorgiamo di ciò che sentiamo, riflettiamo sul senso di quel sentire, cioè su cosa quel nostro sentire ci stia dicendo, ci voglia poter dire.

Quando ci accorgiamo di un nostro pensiero, ci mettiamo in ascolto, chiedendoci: “pensare questa cosa, come mi fa sentire’”.

Io mi ascolto e mi sento agitata, confusa.

Non trovo la mia paura più importante e mi chiedo nervosamente qual è quella che voglio nascondere?

Ho freddo, ma sudo. Respiro e mi invito a rilassarmi, che qualcosa mi verrà fuori.

Comincia il giro dei feedback, dopo un silenzio che ho fatto fatica a sopportare.

DIDI: “ho paura di perdere mia figlia per morte”.

DODO: “ho paura di perdere mio padre per morte”

Sto in ascolto. Mi chiedo, se prendo questi due feedback e li porto dentro di me, come mi sento? Come con un morsa che stringe la bocca dello stomaco. Appena finisco la spola, Domenico invita il gruppo a stare in ascolto. Osservo i volti: li percepisco stupiti, impauriti, smarriti, preoccupati.

TIZZY: “ho paura di dimenticare chi sono io, chi sono i miei cari”.

Non pronuncia la parola Alzheimer: gliela suggerisce Domenico

TITTI: “ho paura di perdere la memoria, ho paura dell’Alzheimer”.

Titti precisa di averlo sperimentato con suo padre.

Non dice come si è sentita o si sente ora, rispetto alla sua esperienza con la malattia di suo padre, ma scuote la testa come a dire “NO” e sgrana gli occhi, guardando Domenico, poi il gruppo. Senza più parlare.

Io sto in ascolto, e sento forte dispiacere, tenerezza e paura.

GIANNI: “ho paura di non essere più presente e di sostegno, economicamente, per la mia famiglia”.

Gianni precisa che la sua paura è assolutamente infondata, come dato materiale, di realtà. 

Lo osservo: gesticola freneticamente, è rosso in volto.

Gianni mi stupisce sempre. Per me è fonte inesauribile di spunti di riflessione e ammiro la sua spontaneità e il suo stupirsi sempre per ogni intuizione, propria, del gruppo, di Domenico. Lo stimo e gli voglio un gran bene.

FLO: “ho paura dia ammalarmi e di rimanere fisicamente impedita; ho paura e di tutto ciò che e’ medicale (aghi, interventi chirurgici); svengo quando mi prelevano il sangue; ho persino avuto degli attacchi epilettici”.

Flo ha cominciato la sua condivisione nella sua “solita” posizione “rannicchiata”, con la schiena abbandonata al sedile della sedia, con le ginocchia o un ginocchio stretto al petto.

Quando comincia a dare il feedback, sobbalza, si tira su aprendosi e staccando la schiena dalla sedia. Gesticola con le braccia ampie, come è solita fare quando parla, come ad accompagnare le parole che dice. Noto sulle sue guance, verso le orecchie, il rossore lieve che compare ogni volta che parla, nel gruppo.

Domenico interviene dopo le parole di Flo, parla di coincidenze e comunanze.

In particolare condivide col gruppo il risuonare in lui un collegamento tra la paura di ammalarsi e la paura di dover dipendere da qualcuno.

Lo osservo: il suo viso pare corrucciarsi; mi chiedo: “sarà la sua paura?” poi faccio la spola e mi chiedo “e io come mi sento quando dipendo da qualcuno? quando non sto bene? dato che purtroppo ne ho esperienza! Non mi piace! M’infastidisce e non mi piace chiedere e in più non vedo l’ora che finisca questa forma di dipendenza. Temo sempre che possa durare troppo!”

Flo interviene sul feedback di Domenico, dichiarando la forte risonanza che ha sentito con la paura dichiarata da Gianni (la paura di non poter sostenere la famiglia), anche se Gianni non ha parlato di paura di non poterlo fare per malattia.

Torna il silenzio. Osservo il gruppo e mi accorgo che ognuno di loro pare stare in ascolto dopo le parole di Domenico.

Non dico nulla, respiro, mi tocco lo stomaco che sento serrato.

Domenico esorta a riprendere il giro di condivisioni.

MARGHE: “io ho paura della morte delle mie figlie”.

La osservo mentre parla; si alza dalla posizione poggiata con la schiena alla sedia. Noto il suo respiro in affanno e un lieve rossore sul suo viso.

Ha bisogno di precisare subito che questa sua paura si collega ad una storia di inappetenza di sua figlia, in cui stava col pensiero che, non mangiando, sua figlia sarebbe morta.

Lo racconta come un periodo di forte stress e preoccupazione, per la gestione delle sue figlie (ha due gemelle), in cui si giudicava costantemente inadeguata.

Racconta di aver trovato conforto solo dalla pediatra di sua figlia, che la rassicurava, ricordandole che i bambini hanno grandi e inaspettate capacità di autoregolazione e resilienza.

Domenico sottolinea, dandole il suo feedback, la possibile valenza proiettiva di questa paura (aver paura della morte di un figlio, quando non ci sono circostanze che potrebbero causarla, potrebbe essere una proiezione della nostra paura di morire), aggiungendo che la morte di un figlio, per un genitore, può diventare la propria morte, laddove la vita di quel figlio occupi l’intero senso/valore della propria vita.

Io mi accorgo della morsa allo stomaco e della mia tachicardia, ma non le indago, preferisco starne fuori.

Torna il silenzio. Osservo il gruppo, hanno tutti un’espressione corrucciata. Mi colpiscono gli occhi socchiusi di alcune e la bocca all’ingiù.

Domenico poi esorta a riprendere il giro di “confidenze”.

MARIA: inizialmente divaga, dichiarando che è complicato dare delle priorità (non dice “per me è complicato”); confida di voler scartare la prima cui ha pensato, la paura di essere molestata, precisando: “oggi saprei come fare“.

Si prende tempo. Respira affannosamente, si commuove e dice “OK”

“la paura grande (non dice “ho paura” o “la mia paura”) è che, quando i miei genitori non potranno più aiutare mio fratello, quel carico ricadrà su di me e non so se saprò sopportarlo, se saprò farcela” (Maria ha un fratello disabile).

Maria lascia fluire le lacrime abbassando la testa con quel suo tremolio della bocca che poi ritiene sempre, con fare rabbioso, quasi a redarguirsi per stare piangendo.

A un certo punto tira su la testa, allarga gli occhi e guarda dritto chi ha davanti a sé.

Sembra stare in attesa, di una parola, di un gesto.

C’è silenzio nel gruppo. Mi accorgo, guardando tutti, che qualcuno è commosso e ha gli occhi lucidi. Franca in particolare mi appare sgomenta. Guardano Maria con compassione, dispiacere, tenerezza.

Mi commuovo, ma non lascio fluire le lacrime, anzi, mi esorto al “contegno”.

Provo tenerezza per Maria. Vorrei abbracciarla.

Respiro e provo a fare la spola.

Mi vengono in mente i ragazzi con cui lavora la mia amica Patrizia, disabili psichiatrici di tutte le età che, per me, sono la mia “cura”.

E’ ormai da ottobre che tutti i sabati li incontro, all’interno di un Laboratorio di drammaterapia, dove noi, “abili” e attori per diletto, ci mettiamo in gioco con loro (a me serve, anche, come tirocinio di counseling).

Penso a quando li vedo con le loro famiglie, agli occhi impotenti e pieni di vergogna dei familiari. Perché sì, la loro é vergogna.

La sento tutta, quando li osservo in quella situazione. Imbarazzo malcelato.

Sento la loro fatica nella gestione di un familiare disabile.

La fatica e il peso che dichiara Maria.

E penso alla fatica, e ai lamenti, della mia amica Patrizia, nel suo quotidiano, col suo terzo figlio, che spesso mi accollo, per sostenerla. Ho smania di trovarle soluzioni, sempre. Così annaspo. E ogni volta che lo faccio mi risuona la sua paura del “dopo di me”. Che a lei preoccupa e a me terrorizza.

Fatico a stare con questi pensieri. Non riesco a farmene nulla e allora respiro.

Il silenzio si fa fitto.

Domenico esorta a riprendere il giro di condivisioni.

ELENA: come Maria, dapprima divaga precisando che sta accumulando le paure di tutti, che “ad ogni paura dei compagni se ne aggiunge una che faccio mia“. Sobbalza sulla sedia nel dirlo, si mette in una posizione diritta rispetto a prima, sostenuta. Gesticola con le braccia in apertura ampia. Poi si ritrae con le gambe, arrossisce, sgrana maggiormente gli  occhi e pare impostare la voce.

“Ho paura di perdere i miei figli (per morte, aggiungerà dopo), uno in particolare più dell’altro”.

Sente il bisogno di precisare che “il dirlo mi fa salire la paura“.

“Non so perché uno più dell’altro. Forse perché ho un legame diverso? Bo!”

Si rivolge espressamente a Domenico guardandolo dritto negli occhi e a me pare che voglia “estorcere” da lui la risposta alla sua domanda.

Domenico le sorride teneramente allargando le braccia come a dire “Vai a sapere, non lo so!”

Mentre Elena s’interroga sul perché tema più la morte dell’uno che dell’altra, io m’interrogo sulla fenomenologia della sua esperienza.

Mi metto in ascolto e mi identifico in lei. Mi accorgo che mi sto giudicando male e provo vergogna.

Mi viene in mente mia madre quando dice che “i figli sono tutti uguali”, affermando la cosa come una verità assoluta, etica, universale. Mi accorgo di quanto vorrei dire a mia madre che non è vero.

Vorrei dire a Elena che la ammiro, per il suo coraggio, per la sua onestà, per quello che riconosco come un suo desiderio di legittimazione, libertà e forza.

Mi accorgo del mio stupore nel guardarla, così piccola ed esile e così forte. Vorrei abbracciarla, mentre glielo sussurro all’orecchio.

Dopo essersi presa del tempo, mentre tiene sempre lo sguardo su Domenico quasi ancora in cerca di risposte, Elena poggia di nuovo la schiena alla sedia e incurva le spalle. Il suo tono di voce si abbassa leggermente. Il rossore sul suo viso aumenta. Racconta che, da una banale (così la definisce) visita sportiva, è emersa un’anomalia meritevole di approfondimenti.

L’atteggiamento di Elena è minimizzante, quasi a voler evitare il problema.

Domenico, verso il quale è sempre rivolta, la invita ad approfondire la questione.

Lei, con un fare infantile, gli risponde che si lo farà.

Questa esperienza le ha fatto vedere cosa fa quando ha paura: minimizza, tende all’evitamento.

Poi dice, con postura dritta, quasi a volersi sostenere:

“ho paura di morire di una malattia importante”.

Con questa affermazione di Elena io vado altrove. Ho paura di rimanere agganciata a quella paura, che è stata il mio fardello per anni, dopo la mia malattia.

FRANCA: “ho paura di dipendere da qualcuno”.

Domenico risponde ricordando quanto il “sentire” sia la base del nostro modo fare counseling.

DOMENICO: Sono Franca. Mi metto in ascolto, riconosco la mia paura di dipendere da qualcuno. A cosa devo questa paura? Ho forse avuto, o sto forse avendo, esperienze dolorose di dipendenza da qualcuno? Sicuramente immagino che il dipendere da qualcuno non possa che procurarmi sofferenza! Inoltre, c’è forse qualcuno che dipende da me e non lo sopporta?

Di Franca conosciamo i vissuti di sofferenza maturati nella relazione con sua madre, collegati a continue esperienze di rifiuto; così come sappiamo dei deficit di autonomia e indipendenza di suo figlio. L’intera storia di vita di Franca è caratterizzata da esperienze relazionali, importanti, in cui essere dipendenti è una condizione di vita carica di sofferenza. Se siamo Franca, se con lei abbiamo un contatto empatico, possiamo stupirci che abbia paura di dipendere da qualcuno?!

Non sentiamo noi stessi quella paura?

Quando facciamo counseling, riconoscere la paura del nostro cliente, la sua dignità e valore, ci permette di riflettere, insieme a lui, su cosa farcene, di buono e utile, di quella paura.

Sulle parole di Domenico Franca ha la bocca in giù, serrata e la testa inclinata di lato.

Domenico la richiama, le chiede cosa le stia succedendo.

FRANCA: “stavo pensando che la mia è una prospettiva miope; evitando la paura, sul momento non soffro, ma tanto ritorna e allora soffro ancora di più”.

Domenico ricorda al gruppo che facciamo counseling concentrandoci sul “qui e ora”.

Cosa fa Franca, qui e ora, della sua paura?

In questo weekend, indagheremo su cosa facciamo con e delle nostre paure, su come lo facciamo, su cosa fa la paura nella nostra vita, così da immaginare cosa potremmo cambiare e come per trasformare le nostre paure in qualcosa di buono.

Avere paura è un accadimento naturale e spontaneo, assolutamente lecito.

Quello che facciamo delle nostre paure, con loro e in loro preda, può diventare “illecito” o comunque disfunzionale al nostro e all’altrui benessere o può diventare fonte di crescita, miglioramento, sviluppo e benessere.

Domenico ci guarda tutti, accennando un sorriso che sento carico di tenerezza e dice “oggi lavoreremo su queste dinamiche”.

FELA: è l’ultima a dare il suo feedback: “ho paura del giudizio degli altri”.

Lo dice richiudendosi nelle spalle, con un tono di voce infantile, agitando tutto il busto.

Domenico dice di riconoscere un “comun denominatore” nelle condivisioni del gruppo:

LA PAURA della MORTE.

Mi stupisco: mi chiedo reattivamente “che c’azzecca la paura del giudizio altrui di Fela con la morte?!?”

Guardo il gruppo cercando sguardi sostenenti il mio stupore. Ne scorgo alcuni, altri meno.

Domenico fa un esempio di quanto appena affermato: se gli altri mi giudicano male, mi rifiutano, rimango sola, sono reietta dal mio ambiente, che mi tiene in vita; l’allontanamento dall’ambiente mi porta inevitabilmente alla morte (pensiamo alla funzione di garanzia di sopravvivenza che il rapporto con la madre, che è l’ambiente del figlio, svolge per il figlio, dalla sua nascita fino all’acquisizione di un livello minimo di autonomia e indipendenza).

“Cavolo è vero! il bambino maltrattato ha paura di morire”.

Domenico propone un momento di meditazione.

Il mandato è quello di centrarsi, “qui e ora”, sul tema del week end, sulla propria paura, la più importante, quella già espressa nelle condivisioni iniziali.

Io sto con la mia paura di soffrire, di stare male, di morire

Mi sento angosciata. Riconosco la mia voglia di evitare il dolore, fisico ed emotivo.

Trattengo le lacrime.

Durante la meditazione ho riconosciuto il controllo che agisco sulle mie emozioni.

Ora che scrivo, però, ho il viso rigato dalle lacrime.

Mi sto concedendo quel dolore. E va bene così.

Domenico ci richiama a tornare in gruppo, non prima di chiederci di tradurre in azione, ancora con gli occhi chiusi, la paura che abbiamo contattato, emettendo un suono, facendo un gesto.

Apro gli occhi con fatica, che sento umidi e appiccicati.

Riesco a emettere solo un suono muto, che simula il “soffio” di un gatto in situazione di pericolo.

Le mie mani simulano una zampa con gli artigli ben in vista, che graffiano (pur non riconoscendolo) il pericolo che percepisco.

Mi torna in mente Domenico, quando dice che non può esserci percezione senza qualcosa da percepire; percezione e oggetto percepito sono un binomio indissolubile.

Finita la meditazione, Domenico ci invita a muoverci nella stanza, chiedendoci: “quando ho paura, cosa mi accade e dove, nel mio corpo, in me stessa? Dove la trovo? In quali parti del corpo si annida la mia paura?”.

Domenico ci chiede di aprirci alla possibilità di ri-sperimentare, esprimendole con il corpo, le sensazioni avute durante la meditazione, quelle associate alle nostre paure.

Aggiungerà dopo, durante la condivisione, che questo è paragonabile all’esasperare un gesto o una particolare forma di comunicazione non verbale del cliente, rimandandogliela, per portarlo alla consapevolezza di ciò che fa.

Ricordo un counseling individuale con lui, in cui prima si è messo a fare con me, proprio ciò di cui sta parlando, esasperando il mio gesticolare e agitare il corpo, parlando; poi mi ha chiesto di rifarlo io stessa, ma questa volta intenzionalmente e il più esageratamente possibile, per poi chiedermi come mi sentivo e se la cosa mi dicesse qualcosa.

Io mi sento in agitazione, la mia paura, vista durante la meditazione, mi agita, come mi agita stare con la forma espressiva dei miei compagni. Quando mi accorgo della mia ansia che faccio? Ovvio, essendo “paracula”, la tengo a distanza, “me ne libero” in fretta!

Domenico mi richiama chiedendomi di uscire dall’esercizio e di osservare il gruppo, stando con quello che accade.

TIZZY saltella in modo convulso per la stanza, poi si ferma di colpo, si tocca la testa e riparte a saltellare.

MARIA si porta verso terra, cammina con le mani e le ginocchia a terra poi si rialza e gira sospetta per la stanza, cingendosi il collo con le mani. Ha il viso corrucciato, oserei dire in preda al terrore. Incomincia nervosamente a mettere in ordine le sue cose, senza un senso reale, a pulire la sedia con un fazzoletto, compulsivamente, per poi sedercisi, sulla punta, irrigidita.

TITTY si mette tra due sedie, contro il muro, prende la testa tra le mani, racchiusa tra le ginocchia.

FLO cerca immediatamente un angolo e ci si ferma tutto il tempo col viso contro il muro e la testa china.

DODO cammina veloce, senza meta, poi cerca la finestra e la apre cercando affannosamente aria.

FRANCA cammina con il corpo in tensione, poi si ferma, chiude le spalle e poi gli occhi.

DIDI cammina a braccia conserte con andatura lenta, con lo sguardo misto tra preoccupazione e paura.

FELA si ripara la testa tra le braccia, poi cerca un angolo e ci si sdraia in posizione fetale. Piange e piangendo batte i pugni sul pavimento.

MARGHE sta ferma immobile, respirando affannosamente, cerca lo sguardo dei compagni, quasi a cercare aiuto

ELENA ha le spalle chiuse, cammina lentamente poi si ferma. Tenta di riprendere il passo, tentennando, ma alla fine rimane ferma, con lo sguardo nel vuoto.

GIANNI vaga senza meta con una camminata rigida, regolare. Poi improvvisamente si blocca rimanendo fermo fino alla fine dell’esercizio.

Domenico invita ad avviarsi verso la fine dell’esercizio, camminando nella stanza con movimenti tesi a lasciare andare le tensioni, distendendo il corpo.

Qualcuno si abbraccia, quasi a stemperare la tensione e la paura.

È ora che io faccia esperienza della bellezza dello stare in questo gruppo!

Mi commuovo, per il piacere che sento nelle viscere a osservarli in quello che fanno.

Sento il bisogno di “ributtarmi “ nel gruppo, lo faccio istintivamente, do e prendo abbracci, indistintamente. Che goduria! ora mi sento meglio, distesa direi.

Finito l’esercizio ci rimettiamo in cerchio e Domenico chiede al gruppo un feedback su ciò che ognuno ha sentito, durante l’esercizio, in termini di emozioni provate, sentimenti, sensazioni, dichiarando che, se il feedback assume i toni di condivisione di un’esperienza (quindi al nostro sentire riusciamo a collegare il senso che ha avuto per noi, come questo si sia potuto integrare con quello che abbiamo fatto e cosa possa invitarci a fare), questo può aggiungere significato e  valore a ciò che abbiamo vissuto.

FLO: “non sono riuscita a ricontattare la mia paura, sono rimasta sul piano mentale, Conosco cosa provo quando ho paura e quello che faccio ma non l’ho contattato. Sono delusa di non percepire, nel corpo, cosa sento quando ho paura”.

Durante l’esercizio si è raccolta in sé, in un angolo. Mi ha colpita. Mi dico “chissà, magari cercava il suo sentire”. Rimango con la mia fatica rispetto all’ermeticità di Flo. E ora me ne sgancio rassegnata.

GIANNI: “So bene cosa provo quando ho paura. Sento un blocco allo stomaco e l’irrigidimento di una spalla (se la tocca). Durante l’esercizio ho fatto la spola e sono ‘andato in palla’, perché mi sono accorto che trovo soluzioni e scuse per rassicurarmi delle soluzioni che ho trovato, ma in realtà non ne tengo conto. Per questo mi sento impotente. Gioco a ping pong tra rassicurazione e azione per dissolvere la mia paura”.

Durante l’esercizio Gianni vagava agitato ma contenuto e poi di improvviso si fermava, mi pareva confuso, spaesato.

Domenico gli chiede: “Gianni quanto sei soddisfatto da 1 a 10 di cosa fai con la tua paura?”

Gianni risponde5, reattivamente, senza starci a pensare, immediatamente.

Questo genera ilarità nel gruppo, che guarda Gianni con tenerezza, come faccio anch’io.

Gianni ci sta un po’, poi risponde di essere contento di aver riconosciuto la sua paura nel momento in cui l’ha nominata e di essersi accorto di accoglierla a tratti, dipendentemente da quanto è “forte”. Dice teneramente che questo per lui è già “tanta roba”.

TITTI: sente tutt’ora un blocco allo stomaco, dice di aver visualizzato , durante la meditazione, una macchia nera che, dichiara, l’abbia riportata alle crisi di nervi che in passato la coglievano, quando si arrabbiava con se stessa.

“Mi sentivo paralizzata e volevo sparire”.

Le credo. E’ sparita con la testa tra le mai, nel suo buco, tra le ginocchia, in quell’angolo. Paralizzata. Mi sono paralizzata lì con lei.

DIDI: “ho fatto fatica durante la meditazione, non riuscivo neanche a pensare e mi irrigidivo. Quando Domenico ci hai chiesto di renderla fisica (cioè agire la paura con il corpo) mi sono accorta di avere mal di stomaco e nausea, sensazione che contatto quando ho paura. Mi ha fatto bene il momento degli abbracci, che mi ha permesso di condividere con gli altri il peso della mia paura”.

Didi aveva le braccia conserte sullo stomaco mentre camminava. Mi sembrava un gesto auto-consolatorio. Ho visto il suo mega sorriso (spesso contenuto, ritenuto) e i suoi occhi farsi lucenti quando l’esercizio è finito e si è potuta godere gli abbracci.

Domenico interviene dopo il feedback di Didi dichiarando che il momento dell’esercizio in cui ha dato il mandato di rioccupare lo spazio e camminare sciogliendo le tensioni, lo ha voluto per far fare esperienza al gruppo del fatto che, se un’azione si associa alla paura, altre possono rappresentarne l’antipodo.

Bella questa cosa! Abbracciarsi è un’azione che sta all’opposto di tutto quello che facciamo in preda alla paura.

Domenico richiama la nostra attenzione sul fatto che l’opposto della paura possa essere la fiducia e, in particolare, l’amore.

Mi meraviglio: mai avrei avuto tale intuizione. Che tra l’altro, ammetto anche a me, non mi risuona. Ma voglio starci e vedere l’effetto che fa.

TIZZY dà un pezzo del suo feedback proprio su questa intuizione, che io mi accorgo ben presto, con dispiacere, di non aver colto.

DODO: “la paura mi attira, è un emozione che riconosco come imput che mi muove all’azione. Però devo muovermi facendo qualcosa di funzionale, diversamente mi prende male”.

Dodo durante l’esercizio cammina ininterrottamente. Percepisco ora molto chiaro il suo “muoversi all’azione”. Sento fatica rispetto al suo vagare senza meta. Mi manca l’aria, com’è mancata a lei nell’esercizio.

FELA: “ho tachicardia ora che tocca a me dare il feedback. Temo tutti i giudizi. Mi sento leggera ora che ho dato il feedback”.

Io “ripasso “ mentalmente ciò che Fela ha fatto con il corpo durante l’esercizio. Sento confusione rispetto al suo feedback, ciò che dice con ciò che ha fatto mi pare non abbia corrispondenza.

Fela durante il feedback comincia a inanellare tutta una serie di “devo, devo, devo” agganciandosi all’imperativo del suo mantra, derivante dal fatto che da poco ha cominciato ad avvicinarsi al buddismo. Io faccio fatica a seguirla, complice la stanchezza, così mi accorgo di allontanarmi con i pensieri.

Mi riporta in presenza, nel “qui e ora”, un’affermazione di Domenico durante il feedback che dà a Fela: le dice che si è accorto della sua eccitazione nel dare il feedback, che associa al desiderio di far bene una cosa che le piace.

Domenico sottolinea che, così come, quando vogliamo e desideriamo una cosa, ci muoviamo per prenderla e, se qualcosa ce lo impedisce, ci blocchiamo con conseguenze di malessere; se blocchiamo il ciclo di soddisfazione di un qualsivoglia bisogno, ci ritroviamo necessariamente a fare i conti con qualche nostra forma di malessere.

La paura è un’emozione / sentimento che può bloccare uno di questi cicli o spingerci a portarli avanti.

Spesso con la nostra paura blocchiamo la nostra eccitazione, che è uno step fondamentale del ciclo di soddisfazione d’ogni nostro bisogno/desiderio/volontà.

Domenico richiama l’importanza del chiedersi “a cosa mi serve ciò che faccio?”.

Fa un esempio: a cosa mi serve giustificarmi?

Forse a consolare la certezza del fallimento cui mi aggrappo?

Quando ho paura, so cosa realmente potrà accadere?

Che differenza c’è tra la probabilità che accada ciò che temo e la possibilità che accada realmente?

Sono concetti che in questo momento faccio fatica a comprendere e fare miei. Saranno ripresi domani.

FRANCA ed ELENA non danno il loro feedback su quest’ultima parte di lavoro; s’è fatto tardi.

Mi appunto, per il giorno successivo, “interrogare Elena sul feedback”.

Della defezione di Franca non mi accorgo.

Mi accorgo però della mia stanchezza.

Domenico chiude. Ci dà appuntamento a domani, per il prosieguo dei lavori.

Io torno a casa in macchina, fiera di me, stanca ma soddisfatta.

SE SEI ARRIVATO FIN QUI E VUOI PARTECIPARE AL NOSTRO PROSSIMO “TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA”, CONTATTACI.

Che effetto ti ha fatto leggere questa testimonianza-stralcio?

Non sei ccurioso dell’intero lavoro svolto in quel weekend di Formazione IN Counseling?

Quali immaginazioni ti ha evocato questa lettura?

Hai voglia di scrivermelo in privato (domeniconigro@libero.it)?

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